domenica 22 maggio 2016

La difficile vita del monumento dedicato all'imperatore Leopoldo I

Piazza della Borsa con il monumento dedicato all'imperatore Leopoldo I, la Fontana del Nettuno, il palazzo della Borsa e il "Tergesteo"


Leopoldo I il 25 settembre 1660, due anni dopo essere diventato imperatore, venne in visita a Trieste, che a quel tempo contava non più di 7000 abitanti, per conoscere il territorio e curare gli interessi politici, in una settimana densa di incontri. La visita ebbe un breve preavviso, la città fu addobbata a festa, ma mancando il tempo necessario per realizzare un monumento da dedicargli, in piazzetta Pozzo del Mare venne posta un'opera provvisoria in legno dorato, creata da Antonio Salvador, forse in collaborazione con Just De Corte, uno dei più grandi scultori del tempo.

Solo nel 1672 Carlo Trabucco, probabilmente assieme all'architetto Alessandro Tremignon, si occuparono della fusione del monumento presso l'Arsenale Veneziano e la statua, giunta a Trieste il 28 aprile 1673 fra gli spari dell'artiglieria, andò a sostituire quella provvisoria in cima ad una colonna ora in pietra bianca.


In questa stampa si vede ancora l'edificio della Dogana Vecchia (costruito dal 1750 al 1754 e demolito per la costruzione del Palazzo del Tergesteo nel 1842).

Piazza della Borsa nel 1854 in un disegno di Marco del Moro

Con l'intento di valorizzare una piazza da poco urbanizzata, il governatore di Trieste Sigismondo de Lovasz, il 19 agosto 1808 trasferisce il monumento in piazza della Borsa, vicino alla fontana del Nettuno e al nuovo palazzo del Mollari.


 Nei giorni di festa, al tardo mattino, la piazza si animava per il classico "liston"  della borghesia triestina elegantemente vestita.

Per il monumento continua la vita difficile e vagabonda, nel 1922 l'ufficio belle arti e monumenti di Trieste, diretto da Guido Cirilli, venne incaricato di valutare la necessità di restauro o ricostruzione dei beni artistici della città dopo i danneggiamenti della prima guerra mondiale e, fra le altre cose, denunciò il precario stato conservativo del monumento di Leopoldo. Una parte politica (la Federazione Repubblicana Giuliana e Società pro cultura Mazziniana) si rivolse all'amministrazione e alla giunta per chiedere la sostituzione del monumento con un altro dedicato a Mazzini. L'attacco fu esteso a molte opere che ricordavano il dominio straniero, perché, tra le altre cose, temevano che i forestieri potessero equivocare sul sentimento politico della città. In quel contesto il Cirilli scrisse che trattandosi di un'opera del '600, andava rispettata e a difesa del monumento all'imperatore si schierò la maggior parte della popolazione. Fu interpellato anche il Circolo Artistico, la cui italianità era nota, che scrisse al comune una lunga lettera in cui manifestarono il loro biasimo per tutti coloro che volevano che i monumenti venissero scalpellati o demoliti.

Il 19 aprile del 1934, per il riordino della sede tranviaria, la colonna venne spostata quattro metri verso il centro della piazza.

1934: per permettere il nuovo assetto tranviario è stato spostato il monumento di Leopoldo I e costruita la nuova isola pedonale con i servizi igienici sotterranei. Gli edifici sullo sfondo sono in fase di demolizione per lasciare spazio alla costruzione del palazzo delle Assicurazioni Generali

Piazza della Borsa il primo luglio del 1939 venne ribattezzata "Piazza Costanzo Ciano" e tale nome rimarrà fino al 10 giugno 1944. Nel 1940 la statua venne tolta dalla colonna e il governo ne propose addirittura la distruzione. Motivo scatenante una dichiarazione poco gradita che i membri dell'ex famiglia imperiale austriaca avevano rilasciato, in una visita negli Stati Uniti, riguardo al futuro della città di Trieste. L'insorgere dell'opinione pubblica e l'intervento della Soprintendenza delle Belle Arti scongiurarono la fusione della scultura, che venne depositata in un magazzino del comune e successivamente posta nel Civico Museo di Storia e Arte in via della Cattedrale.
Per anni la colonna rimase orfana del suo imperatore e, dal momento che i triestini volevano aver notizie del monumento, nel febbraio del 1946 la rivista "Trieste Trasmette", con un articolo ironico, apre un concorso a premi per chi avesse dato notizie della statua di Leopoldo.
Solo nell'ottobre del 1950 il monumento finalmente ritorna alla sua completezza.


 La colonna senza la statua di Leopoldo I, che venne tolta nel 1940 e ritornerà alla sommità della stessa nel 1950.

Il numero di febbraio 1946 della rivista "Trieste trasmette", uscito con un articolo ironico nel quale si chiedeva notizie della statua ancora assente dalla piazza

13 ottobre 1950 dopo aver ricollocato il monumento sulla colonna gli operai si apprestano a smontare l'armatura
foto collezione Iure Barac


Nel 1991 venne deciso il restauro del monumento, per troppi anni esposto alle aggressioni degli agenti esterni, dello smog e del deposito di materie organiche. Nel giugno dello stesso anno la statua sarà smontata. Già ad un primo controllo si presume che sia stata realizzata con la tecnica della "cera persa" e si osservano diversi difetti di fusione, che verranno meglio definiti dopo un'analisi tecnico-scientifica eseguita in un laboratorio specializzato a Pordenone. Il bronzo è una lega e le percentuali dei componenti sono estremamente delicate in quanto influenzano le modalità esecutive e la resa e possono creare degli inconvenienti al momento della fusione, come dimostrano le diverse lacune sul mantello, alcune integrate già in fase di rifinitura.
Il lavoro sarà lungo e impegnativo, prima del restauro ci sarà la necessità di rafforzare la struttura di sostegno ed eliminare i chiodi in ferro, dimenticati nella vecchia armatura interna.


Nel 1993-94 è la volta della colonna, che viene smontata, ripulita e, dopo un riconsolidamento delle fondamenta, riposizionata ad opera dell'ufficio tecnico dell'Amministrazione Comunale.

Nel febbraio del 1994 la statua sarà trasportata nei locali del comune in via Madonna del Mare 13, dove il 12 settembre inizieranno i lavori di restauro, ultimati nei primi di dicembre. Per San Nicolò infatti sarà collocata in Piazza della Borsa, su una bassa base di legno che per un giorno permetterà ai passanti di avere un'inusuale visione ravvicinata dell'imperatore. Nonostante la pioggia la giornata diventerà una festa popolare: donne in costume, la Banda Refolo con la presenza delle autorità e del sindaco Illy. Dal giorno seguente il monumento sarà riportato alla sua composizione originaria, sulla cima della colonna Leopoldo, con lo sguardo rivolto al corso continuerà ad osservare parte del borgo Teresiano.

6 dicembre 1994 il monumento di Leopoldo ritorna in piazza (foto Sillani)

Descrizione dell'opera

La statua bronzea raffigura l'imperatore armato, coronato e avvolto in un ampio mantello la cui ricchezza denota il gusto barocco del periodo. Il volto è reso in modo molto realistico e si nota persino il "prognatismo", difetto genetico degli Asburgo. La mano destra impugna lo scettro, mentre l'altra sostiene il globo terrestre sormontato da una croce, simboli del potere imperiale e militare degli Asburgo. Alcuni testi riportano che l'altezza della colonna corrisponde a 7 metri e 90 centimetri, il Tribel e il Generini scrivono che l'altezza è pari a 24 piedi, per cui circa 7 metri e 60. Realizzata in pietra bianca d'Aurisina, alla base troviamo tre ordini di gradini, sopra i quali posa il basamento ottagonale decorato da riquadri rappresentanti trofei d'arme e da uno scudo incorniciato da un cartiglio con un cronogramma, oggi appena visibile. Il capitello è caratterizzato da quattro mensole che dividono altrettanti stemmi, i due laterali rappresentano l'emblema storico di Trieste con l'alabarda, gli altri due sono legati alla Casa d'Austria. Di questi ultimi oggi sono rimaste solo le corone, il resto è reso irriconoscibile dalle avversità politiche e atmosferiche.



LEOPOLDO. I. AVGVSTO
TERGESTINOS. INVISENTI
STATVTAQVE. PATRIA
APPROBANTI. DEVOTA
VRBIS. GRATITVDO
EREXIT

"A Leopoldo I Augusto, in occasione della sua visita a Trieste e dell'approvazione dei patri statuti, la devota gratitudine della città eresse".
Le lettere che nello scritto originale erano più grandi delle altre corrispondono a dei numeri romani (qui evidenziate in grassetto), sommando tali cifre si ottiene la data 1660.
Tale dedica per ringraziare l'imperatore della riconferma degli statuti dei diritti e dei costumi della città.
Il Tribel nella "Passeggiata storica per Trieste" scrive che viene conservata nel Museo Lapidario una lastra commemorativa, realizzata al tempo della visita dell'imperatore, che verosimilmente era collocata nell'antico palazzo civico.

HANC.VENIT.CAESAR  
LEOPOLDVUS.PRIMVS.IN.VRBEM.
IVRAQVE.FIRMAVIT.IVRE.VETUSTA.NOVO.
ANNO.MDCLX.DIE.V.SEPTEMBRIS

La statua dell'imperatore Leopoldo I si staglia contro il cielo, alle spalle il Palazzo del Tergesteo

L'imperatore in armatura chiodata impugna lo scettro e con la mano sinistra regge il globo terrestre sormontato da una croce, sul capo porta la corona gemmata del Sacro Romano Impero
Il prezioso mantello riccamente decorato


Particolare del capitello con le mensole che dividono gli stemmi di Trieste e la corona dello stemma asburgico
                                                                   
       
Particolare del capitello: si possono notare le diversità  dei due stemmi, sicuramente legati alla Casa d'Austria.
              
                                                               
                                                       
Il basamento della colonna, nei  riquadri i trofei d'arme

                                               
Nel riquadro centrale lo scudo con il cartiglio sul quale è stato inciso lo scritto reso quasi invisibile dal tempo

Il Rotary Club Trieste, in accordo con Soprintendenza e Comune, nel giugno 2013 ha installato sul pavimento di fronte alla colonna di Leopoldo I  una targa bronzea che illustra la figura dell'imperatore


Testi consultati:
"Cittavecchia" di Fabio Zubini
"Borgo Teresiano" di Fabio Zubini
"Trieste Antica e Moderna" di Ettore Generini
"Passeggiata Storica Per Trieste" di Antonio TribelArcheografo Triestino serie IV vol.LXXII
Archeografo Triestino anno 8 n°157
"Il deposito della Pietra: la guerra dei monumenti Trieste 1915-2008" di Diana De Rosa
"Memorie Storiche Sacre e Profane" Mannati
Guido Cirilli Architetto dell'Accademia a cura di Alberto Giorgio Cassani e Guido Zucconi

Le foto pubblicate, dove non è diversamente specificato, sono state realizzate o fanno parte della collezione di Sergio Sergas e Margherita Tauceri


sabato 6 febbraio 2016

"Caregon"


Foto del 1860 circa che ritrae Anton Sever, nato a trieste nel 1811.

Copricapo di pelo usato dai "mandrieri", abitanti del contado, la cui caratteristica era di proteggere le orecchie ed il collo abbassando la falda, che nella foto appare alzata. Deve il nome alla sua forma che ricorda un seggiolone, in dialetto triestino caregon(1).
Si trattava di un cappello molto prezioso, realizzato con pregiate pellicce, poteva essere orlato con del velluto verde. I mandrieri ne erano molto orgogliosi e spesso si trattava di un tesoro di famiglia che veniva passato dal nonno al nipote. I più bei cappelli di questo genere venivano fatti realizzare a Vienna e la spesa da sostenere per poterne avere uno era piuttosto sostanziosa circa 20-30 fiorini.
Nel dialetto sloveno del Carso veniva chiamato anche "frkindiš", che dovrebbe derivare dalla parola tedesca "verkünden" proclamare; infatti, ogni giovane che voleva sposarsi, indossando questo cappello annunciava che era prossimo alle nozze.


Coppia di mandrieri, l'uomo sul capo porta un "caregon" Stampa litografica Linassi & C.

(1) Carega italiano popolare antico "cadrega", alterazione di "cattedra" composto da "katà" (sopra) ed "èdrà" - per "sédrà"- sedia. "caregheta" (seggiolaio) - "careghin" (seggiolino) - "caregon" (seggiolone con i braccioli)
"Nuovo Dizionario del Dialetto Triestino" di Gianni Pinguentini

Altri link sullo stesso argomento "El Mandrier" di via Cisternone

Testi consultati:
"Čarbona nit - Il filo Magico" Gruppo Folkloristico Triestino Stu Ledi
"Nuovo Dizionario del Dialetto Triestino" di Gianni Pinguentini

sabato 30 gennaio 2016

"Le Venderigole" in piazza della Legna



In primo piano il mercato, come si vede elevato da un gradino rispetto al piano stradale, a sinistra la monumentale casa Caccia, del 1875, in fondo, zona Ponte della Fabra, la casa preesistente al palazzo Georgiadis, costruito nel 1927, sulla destra la casa A.Pippan, demolita, per la costruzione del palazzo Parisi, nel 1912.


Il Mercato

In piazza della Legna, dal 1902 piazza Carlo Goldoni, operava un vivace mercato. Nelle bancarelle, sormontate da tende in precario equilibrio, venivano venduti non solo i prodotti della terra, ma ogni sorta di generi alimentari: si trovava la "bota coi capuzzi" (botte con i crauti), le trippe, il miele, le uova freschissime e, quando queste erano terminate, la venditrice correva a prenderne altre al "magazin dei ovi" in via Pondares. Immancabili poi erano i banconi dei venditori di fiori. Tutto questo contribuiva a creare un vivace e chiassoso mercato dai tanti colori.
Al centro un antico pozzo, trasformato nel 1774 in una fontana più volte modificata, forniva l'acqua, indispensabile e preziosa in questa frequentatissima piazza, anche per limitare, con frequenti bagnature, la polvere che, alzata dal vento, andava a ricoprire la frutta e la verdura.



Due immagini di bancarelle con cesti di frutta e verdure.
Come si può vedere è stata buttata acqua sui masegni della piazza nel tentativo di limitare la polvere.


Un tempo, come tutti i rivenditori e gli artigiani, anche le venderigole erano riunite in una "fraglia" o corporazione; a loro erano riservate delle feste e per carnevale disponevano di un carro.
I vecchi statuti avevano delle regole per questo tipo di commercio e dalle le onerose multe riportate dai documenti, si evince quanto fossero severi in caso di trasgressione, anche se non ci è sempre dato di capirne le motivazioni, per quanto probabilmente di base si trattava, nella gran parte dei casi, di norme igieniche.
Usualmente le foto riprendono i mercati durante la bella stagione, ma la frutta e la verdura venivano vendute con tutti i tempi e quelle povere donne avvolte negli scialli ed infagottate in più strati di abiti pesanti, restavano per tante ore al loro banco a sfidare l'inverno e ad attendere che la merce fosse tutta venduta.

 
                                            
In primo piano il mercato con dietro il palazzo Tonello, sede del quotidiano "Il Piccolo", in fondo la galleria di Montuzza e la Scala dei Giganti 1905-07, in cima la torre piezometrica dell'acqua, a sinistra l'imponente chiesa dei Capuccini,
Riporto una poesia di Fulvio Muiesan


"Le Venderigole"


Dove xe andade,Trieste,

le tue done cole zeste
sentade in piazza per tera
dala matina ala sera

tra fagoti de radicio
bighe e pianieri de ovi
freschi del giorno prima,

che stava là tuto l'inverno
con quela teribile zima,

e per parar via i rafredori
che cussì facile se ciapa
zercava tra le sotocotole
la botilia de trapa.

"Siora Ursula"

Una difficoltà di notevole importanza che potevano incontrare le "venderigole" era la mancanza di liquidi per comperare la merce dai contadini, per questo c'era "el Banco Prestiti de siora Ursula della Verdura", una banchiera popolana che compariva in piazza della Legna all'alba ed esercitava fino all'ora di pranzo. La "contabilità", contenuta in una grande tasca della gonna variopinta, consisteva in un "lapis" (matita) ed alcuni fogli di carta dove annotava i movimenti della giornata ed i nomi o soprannomi dei beneficiari del prestito. Alle "venderigole" della piazza bastavano piccole somme, però l'interesse che chiedeva era piuttosto alto, il quattro per cento al giorno sul capitale prestato. Oggi "Siora Ursula" verrebbe definita strozzina o usuraia, ma a quel tempo quel piccolo commercio clandestino era molto utile.
All'epoca comunque lo strozzinaggio era considerato un delitto perseguibile penalmente, tanto grave da essere demandato alle competenze del Tribunale, quale sia stata l'entità dell'infrazione.
Le leggi austriache inoltre non contemplavano né il condono né la condizionale.
Il mercato rimase attivo più o meno fino al 1936, quando venne conclusa la costruzione del mercato coperto, una struttura moderna e funzionale che poteva ospitare fino a 300 banchi, per le venderigole e per i prodotti venduti. Si risolvevano in questo modo una serie di problemi sia climatici che igienici.



Vorrei concludere con la canzone più nota sulle venderigole

LA VENDERIGOLA
(Parole e musica di Edoardo Borghi "Oddo Broghiera" - 1895)

Presentata il 14 febbraio 1895 al Concorso dei complessi corali (con un premio di 200 corone) organizzato dalla "Previdenza" durante il veglione mascherato di Carnevale. Già conosciuta nei café-chantants della città, venne cantanta da un coro, pure lui in maschera, con accompagnamento di mandolini e chitarre e vinse il primo premio.

I.
Son de mestier venderigola in piaza,
son triestina, matòna, sincera,
mi trato tuti con bela maniera,
solo un scartozo no posso sofrir.

El vien, el palpa, el sbècola,
el resta là impalà
a dirme stupidezi
che proprio no me va.
Se ancora, el guardi, el stùziga,
ghe tiro drìo un limon;
go brazi stagni e forti,
che nova? Sior paron!

II.
No cambiarìa la mia bula baràca,
nè istà, nè inverno, con qualche palazzo,
là sfido 'l sol, co' la bora me iazzo,
ma no bazilo, son fata cussì.

Pecà che vien quel tàngaro
in guanti profumai;
per spender la flicheta
el tira su i ociai.
E po' 'l me disi «strucolo»
el tenta un pizigon...
go brazi stagni e forti,
che nova? Sior paron!

III.
Se qualche volta i me tira in barufa,
la cavelada va in aria, no nego,
e zigo forte che proprio me sbrego,
za chi che ziga ga sempre ragion.

E a quel ghe zigo: "bacoli!"
se 'l credi 'sto pivèl
de rimurciarme in casa
coi fruti in tun zestèl.
Son nata venderigola
a l'ombra del Melon,
go brazzi stagni e forti
che nova? Sior paron!


Testi consultati:

"Teatro dei mestieri della Trieste "de una volta" di E. Rigotti
"Trieste Romantica" autori vari edizioni Italo Svevo
"Trieste Antica e Moderna" E. Generini
www.wiki-site.com

martedì 5 gennaio 2016

Thalia la prima nave da crociera


Il piroscafo Thalia ancorato al Molo San Carlo.
7000 tn di stazza - 100 metri lunghezza - demolita nel 1922
(foto collezione Sergio Sergas)


Il piroscafo da passeggeri, nato nella prima metà dell’Ottocento, rivoluzionò il modo di andare per mare: nasceva così la nave di linea, meglio conosciuta con il nome improprio di “transatlantico”. Un nuovo mezzo di trasporto che avrebbe favorito lo sviluppo e la globalizzazione del mondo moderno, creando una fitta rete di comunicazioni intercontinentali per trasportare persone, merci e, assieme a queste, tradizioni, cultura e idee di paesi lontani; questi viaggi generalmente venivano fatti per necessità e non per diletto.


Alla fine del 1906 il Lloyd Austriaco decide dunque di trasformare uno dei suoi piroscafi di linea, il Thalia, costruito nel 1886 in Inghilterra, in nave da crociera. Al tempo il termine "crociera" non era in uso e al Thalia venne assegnato l’appellativo di “yacht di lusso per viaggi di piacere”.
Per distinguerlo dalle altre unità della flotta il suo scafo nero venne ridipinto di un bianco immacolato e il fumaiolo di giallo oro, colori che permangono ancora oggi nelle navi di questo tipo.
La nave ebbe un successo strepitoso e costituì uno dei primissimi esempi di utilizzo di un natante per esclusivi viaggi turistici e non di linea, compiva oltre 60 crociere all'anno. Nel maggio 1910 fece un viaggio speciale con i reporter più noti provenienti da tutto il mondo, a bordo si tenne il "XIV Congresso Internazionale della Stampa", che diede lustro e notorietà mondiale alla prima "nave bianca" e decretò Trieste come luogo di origine della crociera.
Nei mesi estivi la nave si trasferiva nel nord Europa, offrendo viaggi lungo i fiordi della Norvegia fino a Capo Nord, dove si poteva ammirare lo spettacolo del sole di mezzanotte, trascorreva poi gli altri mesi nel Mediterraneo, privilegiando le coste dalmate.
Gli arredi interni erano di gran lusso, oltre alle cabine aveva diverse suite e offriva tutte le comodità di un grand'hotel.
Il Lloyd fece stampare delle eleganti brochure per pubblicizzare l'attività della nave, dove, fra l'altro, si ricordava che erano viaggi riservati a non più di 163 persone. I prezzi andavano da un minimo di 760 ad un massimo di 3800 corone.
Allo scoppio della prima guerra mondiale la nave rimase bloccata ad Amsterdam e solo alla fine del conflitto rientrò a Trieste, dove la conseguente austerità la portò ad essere utilizzata come nave da carico.



Copertina, firmata da Remigius Geyling, per la brochure dei viaggi di piacere del Thalia nel 1914, in lingua ceca. (Foto da Italian Liners Lloyd Adriatico)

I passeggeri attendono sul Molo San Carlo (Molo Audace) di salire sulla nave (Foto collezione Sergio Sergas)


Fonti:
- Museo del mare di Trieste
- Italian Liners

- "Il Piccolo" 2 luglio 2011

- "Trieste sul mare storie di uomini e navi" di Claudio Ernè e Maurizio Eliseo


martedì 24 novembre 2015

"El Mandrier" di via Cisternone




Sulla facciata di una delle ultime case, precisamente al n 78 di via del Cisternone, c'è una nicchia con il mezzo busto di un "mandrier", che sembra osservare la strada. Probabilmente realizzato in gesso, in origine era dipinto: aveva la giacca nera, il papillon ed in testa il caratteristico "caregon", l'abbigliamento tipico del "mandrier"; oggi risulta piuttosto deteriorato.
Il proprietario di questa casa, signor Skerl, è deceduto da tempo, per cui sull'origine del busto dobbiamo far affidamento ai ricordi delle persone. Dalle notizie tratte dai libri dei rioni di F. Zubini si legge che il busto sarebbe originario di Scorcola e dovrebbe provenire dal fondo Krausenek.  Le opinioni dei vicini sono diverse: uno afferma di aver appreso dal proprietario che il busto sarebbe il frutto di una ruberia fatta dai ragazzi della zona ai danni dei coetanei servolani, un altro vicino riporta che il proprietario gli avrebbe rivelato che sarebbe stato ritrovato da suo padre in un edificio, mentre si stavano eseguendo lavori di ristrutturazione.
Noi siamo abituati a vederlo come muto scrutatore e speriamo che possa rimanere tale ancora a lungo, in quanto tutt'ora l'edificio è in attesa di nuovi proprietari.
Leggo sul quotidiano "Il Piccolo" del 13 ottobre del 2005 un simpatico aneddoto riguardo questo busto: un medico pediatra chiamato per una visita serale a domicilio spiegava alla famiglia che, avendo avuto delle difficoltà a rintracciare l'edificio corrispondente all'indirizzo, aveva chiesto indicazioni ad un tizio affacciato ad una finestra lì vicino, il quale però non aveva voluto fornire informazioni. Come avrete intuito, nel buio non si era accorto di essersi rivolto al busto del "mandrier".


La casa di via Cisternone con il busto nella nicchia
                                    
 Nel 1912 a questa via fu attribuito il nome di "Cisternone", per la presenza di un grande serbatoio d'acqua che veniva convogliata dall'acquedotto di Aurisina sulla rete idrica cittadina. Questa cisterna venne costruita nella seconda metà del secolo scorso dalla Società "Acquedotto di Aurisina" per destinarlo ad uso della stazione ferroviaria.

Vie e Piazze di Trieste Moderna di Antonio Trampus

martedì 10 novembre 2015

Fontana del Nettuno



L'acquedotto

La Cesarea Regia Commissione alle Fabbriche (K.K. Baucommission), istituita da Maria Teresa nel 1749 per la realizzazione e direzione dei suoi progetti edilizi e portuari, aveva costruito l'acquedotto con i proventi del dazio sul pesce. La conduttura aveva inizio a San Giovanni (a quota96), dove tutt'ora esiste la costruzione del capofonte, seguiva la vallata di San Giovanni e le pendici del colle del Farneto, infine, scendendo lungo la via dell'acquedotto, arrivava in piazza San Giovanni.

La costruzione delle fontane

Per le necessità della città venne deliberato che avesse tre sbocchi pubblici: nell'antica piazza Grande ed in altre due piazze principali e che per ognuno di questi venisse costruita una fontana ornamentale in pietra bianca. Mentre l'acquedotto era stato realizzato dallo stato, l'onere della costruzione delle fontane avrebbe dovuto essere sostenuto dal comune, ma questo, oberato di spese, riuscì a far rientrare gli importi delle fontane del Nettuno e di piazza Ponterosso nella cifra complessiva dell'acquedotto, impegnandosi solo per le spese relative alla fontana dei Continenti. Le tre fontane furono commissionate a Giovanni Mazzoleni [1] che per l'esecuzione scelse la collaborazione di tre "scalpellini di fino" Giovanni Venturini, Giuseppe Grassi e Giambattista Pozzo. 
Il primo tenente di artiglieria, ingegnere Giovanni Corrado de Gerhard, direttore della Commissione alle Fabbriche stese nel marzo 1755 un accordo per la costruzione della fontana vicino al Canal Piccolo. Il contratto, approvato dal comandante militare conte de Hamilton, prevedeva dettagli, misure e la qualità del marmo di detta fontana; precisò che il Nettuno doveva essere affiancato da tre cavalli dalle bocche dei quali doveva uscire l'acqua, fra il resto dovevano venir realizzati dei bacini più piccoli per poter abbeverare il bestiame. Il lavoro doveva essere concluso in sei mesi, ma dai documenti risulta che il 7 dicembre l'autorità sollecitò il compimento dell'opera. Finalmente conclusa la fontana viene posta nell'allora piazza della Dogana[2], chiamata così perché l'unico edificio esistente, posto dove oggi sorge il Palazzo del Tergesteo, era quello della Dogana (1750-1754). Il sito era ancora extraurbano e si apriva direttamente sul mare tramite il Canal Piccolo, che verrà interrato per la costruzione del palazzo della Borsa (arch. Antonio Mollari 1802-1806).

Due viste su piazza della Borsa con la fontana del Nettuno.
Nella seconda immagine si nota che all'interno della vasca della fontana erano poste delle barre in metallo su cui appoggiare i secchi ed altri recipienti per attingere l'acqua.

Lo smantellamento

Ancora nel 1887 la fontana veniva usata dalle donne del borgo per lavare i panni. Con pretesti inconsistenti il 9 giugno 1920 la fontana venne tolta e riposta nei depositi comunali.
Pochi mesi dopo il Comune si trovò nella necessità di liberare parte del materiale conservato nei magazzini Comunali di viale Miramare 63, per la valutazione delle opere e delle pietre, il 23 settembre 1920, fu inviata una commissione della quale faceva parte il direttore del museo di Storia e Arte dott. Sticotti, lo scrittore e storico Francesco Babudri con dei maestri scalpellini e il fotografo Pietro Opiglia, nella relazione che stilarono, fra le altre cose, venne suggerito di collocare sul manto erboso che circondava il Museo di Storia Patria e del Risorgimento di villa Basevi [3], sia il Nettuno che la statua di bronzo allegoria di "Trieste" (del Monumento della dedizione di Trieste all'Austria), utilizzando uno zoccolo già presente nel deposito, per cui era prevista una modesta spesa relativa al solo costo del trasporto delle opere. Probabilmente non se ne fece nulla, dal momento che O. De Incontrera nel 1939 sulla Porta Orientale, scrisse che la fontana era ancora presente nel medesimo fondo comunale ed auspicava di poterla rivedere al più presto in qualche piazza della città, suggerendo di collocarla nello spiazzo simmetricamente opposto alla gemella fontana con il puttino in piazza del Ponterosso, area che doveva essere liberata dal mercato. La stessa proposta era stata espressa da Giulio Cesari, dieci anni prima (nella Rivista mensile della città di Trieste) ed era pure il primo progetto della piazza Ponterosso, quando questa si stava delineando nel nascente Borgo Teresiano, tanto che la sua prima denominazione nel 1764 fu "Piazza delle due Fontane", poi per motivi economici non venne realizzato.






1920 smantellamento della fontana del Nettuno, che verrà trasportata nei depositi comunali.


Piazza della Borsa dopo la rimozione della fontana del Nettuno


Il trasferimento in piazza Venezia

Trentuno anni più tardi si chiese allo scultore Nino Spagnoli di realizzare un restauro dell'opera, rivelatosi poi molto complesso avendo da ricostruire diverse parti della scultura, per porla in piazza Venezia, nel punto dove in precedenza sorgeva il monumento di Ferdinando Massimiliano, rimosso per motivi politici nel 1920. 
In occasione del restauro il comune fece stilare da Baccio Ziliotto un'epigrafe che venne scolpita sulla vasca, per fissare brevemente la storia della risorta fontana.


QUEST'OPERA 
DI GIOVANNI MAZZOLENI DA BERGAMO
DECORO' DAL MDCCLV AL MCMXX
PIAZZA DELLA BORSA
E QUI PER CURA DEL COMUNE
NEL MCMLI RISORSE


L'iscrizione di Baccio Ziliotto scolpita sulla vasca nel 1951 riassume la movimentata vita della fontana.
.


La fontana inaugurata il 30 giugno 1951 alla presenza del sindaco Gianni Bartoli e il professor Silvio Rutteri, al tempo direttore dei Musei di Storia e arte, venne collocata al centro del piccolo giardino ornato da panchine, diversi alberi, cespugli e fiori.


Piazza Venezia in una foto degli anni '50 con la fontana al centro del giardino circondata da piante e alberi.


La fontana in piazza Venezia dopo la ristrutturazione dello scultore Nino Spagnoli
foto S.Sergas

La collocazione attuale

Quando nel 1999 il Comune pensò alla riqualificazione delle maggiori piazze della città, venne bandito un concorso, che fu vinto dal gruppo di architetti Bernard Huet (1932-2001), Gaetano Ceschia e Federico Mentil i quali pensarono ad un lungo percorso pedonale che collegasse  piazza Unità a piazza della Borsa e, attraverso via Cassa di Risparmio, a piazza Ponterosso, con una fascia pavimentata con i vecchi masegni originali, assieme ad una nuova pavimentazione in pietra arenaria fiammata e pietra d'Istria chiara. Venne inoltre proposto il ritorno della fontana del Nettuno nella sua collocazione originaria. I lavori furono conclusi nel 2010 e l'inaugurazione della piazza si ebbe l'anno successivo.



Riposizionamento della fontana in piazza della Borsa, scatto realizzato da Sergio Sergas nel luglio 2010 


Nettuno Dio del mare, di tutte le acque e dei naviganti, si erge su una conchiglia posta al centro della vasca, viene rappresentato con una fluente barba, la mano sinistra impugna il tridente simbolo della divinità, mentre la destra si appoggia su un doppio riccio di gusto barocco raffigurante un'onda spumeggiante, alla base ai piedi tre cavalli, animali sacri alla divinità, dalla bocca dei quali sgorga l'acqua.









[1] Giovanni Battista Mazzoleni Zogno, 22 ottobre 1699 – Zogno, 10 novembre 1769 (Bergamo), visse nella nostra città dal 1750 al 1768.

[2] Piazza della Borsa.
Lo spiazzo che venne a formarsi all'inizio del ’700 dal progressivo interramento delle saline prospicienti alle mura civiche, venne battezzato nel 1749  Piazza del Canal Piccolo o della Portizza, con la costruzione dell' edificio Doganale (sostituito poi dal Palazzo Tergesteo) dal 1754 prese il nome di Piazza della Dogana, dopo il 1791 in seguito al trasferimento della Dogana cambiò denominazione in Piazza della Dogana Vecchia, nel 1802 con la costruzione del palazzo neoclassico di Antonio Mollari assunse il toponimo di Piazza della Borsa, dal 1939 al 1944 la piazza venne intitolata a Costanzo Ciano, dopo il '44 fu ripristinato il precedente toponimo. 

[3]  Museo di storia patria e del Risorgimento 
Giuseppe Basevi aveva fatto costruire una villa in via Besenghi 2 in una posizione dominante per godere del verde del Bosco Pontini e nel contempo poter ammirare la città.
La villa non era ancora completata quando Basevi pensò che poteva essere trasformata in un museo che rievocasse il passato storico e artistico della città, a tale scopo volle offrire l'edificio al Comune, l'atto di donazione venne stilato il 15 marzo 1901, G. Basevi morì il 1907  senza vedere realizzato il suo proposito.
La costruzione venne adattata a questa nuova sistemazione, vennero trasferite le opere dal palazzo Bisentini, arrivarono le prime collezioni e nel 1911 il salone fu aperto solo alle visite scolastiche,  il Museo di Storia Patria e del Risorgimento, fu solennemente inaugurato dal sindaco Giorgio Pitacco, il 20 dicembre 1925. 
Nove anni dopo, le collezioni risorgimentali confluirono nel Civico Museo del Risorgimento nella Casa del Combattente appositamente costruita.
Dieci anni più tardi Villa Basevi fu gravemente danneggiata da una bomba caduta nelle vicinanze, le collezioni del Civico Museo di Storia Patria furono trasferite nel palazzo Morpurgo in via Imbriani 5.  La villa Basevi lasciata andare in rovina e fu demolita nel 1961.

[4]  Baccio Ziliotto
Nato a Trieste il 10 gennaio 1880, figlio di Enrico Ziliotto, di antica famiglia vicentino-padovana, e della triestina Emma Macerata, studia nella scuola elementare fino al 1891 e poi nel Ginnasio comunale superiore.
Nel 1899 si iscrive all’Università di Vienna e successivamente all’Università di Graz, dal 1900 al 1903, quando consegue l’abilitazione all’insegnamento delle lingue classiche e dell’italiano.
Inizia la sua carriera di insegnante presso il Ginnasio italiano di Pisino, donde passa al Ginnasio comunale superiore “Dante Alighieri” di Trieste, istituto del quale sarà preside dal 1913 al 1938, allorché è costretto a lasciare la sua scuola per la posizione antiebraica assunta dal governo fascista.
Segue un periodo di isolamento; e sarà la Lega Nazionale a reinserirlo nella vita pubblica nominandolo presidente (primo del secondo dopoguerra) e a dedicargli una lapide nel quarantesimo anniversario della sua rifondazione.
Per tre anni (1915-1918 ) viene internato nei campi d’internamento austriaci.
Presidente della Società di Minerva e per tredici anni dell’Università Popolare di Trieste, svolge conferenze di musicologia, storia dell’arte italiana, cultura italiana e della Regione Giulia, storia dell’Umanesimo triestino e istriano e del Settecento giuliano.
Collabora alle riviste “Pagine istriane”, “La Porta Orientale”, “Archeografo Triestino”, “Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria”, “Giornale Storico della Letteratura Italiana”.
Tra le sue molte opere sono da citare la monografia su Capodistria (1910); La cultura letteraria a Trieste e nell’Istria. Parte prima (e unica): Dall’antichità all’Umanesimo (1913); Storia letteraria di Trieste e dell’Istria (1924); Le lettere italiane nella Venezia Giulia (1945); Dante e la Venezia Giulia (1948); Dal confine austriaco, a cura della figlia Donatella (1980); e le edizioni della Rinaldeide di Alessandro Gavardo (1946) e dell’Istrias e dei Carmina di Raffaele Zovenzoni (1950).
Scompare nell’ottobre del 1961. (Università Popolare Trieste)







Le foto pubblicate provengono da collezioni private
Bibliografia:
"Fontane a Trieste" F.De Vecchi - L.Resciniti - M. Vidulli Torlo
"Borgo Teresiano" "Borgo Giuseppino" Fabio Zubini
 "La fontana del Mazzoleni di Piazza Unità"  di Oscar Incontrera in La Porta Orientale - Trieste A. IX, n. 3-4/1939
"Le fontane di Trieste" di Giulio Cesari - Rivista Mensile della città di Trieste - febbraio 1929
"L'acquedotto Teresiano di Trieste" di Paolo Guglia.
"Trieste Itinerari" (Geo-Paleontologico) - 19 agosto 2014