lunedì 16 marzo 2020

Bagno galleggiante "San Giusto" di Giacomo Sauro


12 giugno 1899 varo di "poppa"del bagno galleggiante San Giusto dallo scivolo del cantiere Martin di Capodistria.
Foto Cherini/cantieri.

È insito nei triestini l'amore per il mare, per l'effetto benefico e tonificante dell'acqua o anche solo per il piacere di un'immersione i ceti meno abbienti frequentavano i pochi tratti di spiaggia dei bagni pubblici e i più benestanti le strutture balneari attrezzate. La nostra città fu all'avanguardia in quelli che venivano definiti "bagni galleggianti", formati da una piattaforma in legno sorretta da un sistema di botti e cassoni, sopra la quale veniva costruita una struttura con ambienti comodi, ben arredati e persino servizi di ristoro; primo fu il "Soglio di Nettuno" inventato da Domenico D'Angeli nel 1823.
Visto il grande apprezzamento dei cittadini, sul modello della prima seguirono altre strutture: nel 1830 vennero aperti "La scuola militare di nuoto", in Sacchetta, fissata alla parte interna del molo Teresiano (Fratelli Bandiera) e il "Bagno galleggiante Boscaglia"; nel 1858 il "Bagno Maria", lo stabilimento più grande ed elegante della città. A questi si aggiunsero alcune strutture stabili, il 1890 vide la nascita del primo nucleo di quello che sarà il Bagno Excelsior a Barcola, a opera di Alessandro Cesare e lo stesso anno venne inaugurato il raffinato "Bagno Fontana", sul lato esterno del molo Teresiano (oggi Fratelli Bandiera), ma rimasero ancora molto apprezzati i bagni galleggianti, che previa richiesta di permesso al Governo Marittimo potevano venir trainati e ormeggiati ovunque a Trieste lungo le Rive dove vigeva il divieto di balneazione o in altre zone dove le spiagge erano difficilmente raggiungibili dalla strada.

In questo contesto si inquadra la storia di Giacomo Sauro (1852- 1922)[1] padre di Nazario, che dopo una vita di lavori estremamente logoranti aveva deciso di impegnarsi nell'attività turistica con la gestione di bagni e ristoranti.
Giacomo, uomo ricco di spirito d'iniziativa, aveva cominciato giovanissimo la carriera marittima solcando i mari, per poi passare alla pesca, che si rivelò però poco redditizia, portandolo a trasferire la famiglia in Francia, dove divenne imprenditore di costruzioni navali e recuperi marittimi, impegnandosi nel lavoro di palombaro, attività che continuò al suo rientro a Capodistria.
Proprio in questa cittadina, nell'area dall'ex cantiere Martin di Capodistria fece realizzare su suo progetto il bagno galleggiante "San Giusto", il cui insolito varo ebbe luogo il 12 giugno 1899, presenti le autorità e molti cittadini attirati dalla curiosa novità. Per l'occasione, come di regola, venne issato il piccolo pavese con il vessillo dell'impero Austro-ungarico, Sauro avrebbe probabilmente preferito innalzare la bandiera italiana, cosa ovviamente non possibile, ma per tutti gli anni a seguire sul suo bagno sventolò solo la bandiera triestina con l'alabarda bianca in campo rosso e secondo alcune fonti persino su un palo verde [2].


Giacomo Sauro detto "el Bareta" (Capodistria, 1852 - 1922)


Bagno San Giusto nel mare di Punta Grossa 
In Istria lo stabilimento veniva chiamato "bagno Bareta", soprannome di Giacomo Sauro, dovuto all'abitudine sua, o forse di un antenato, di non togliersi mai il copricapo, tale appellativo venne inoltre esteso alla località che si trova, provenendo da Trieste, poco prima di superare Punta Grossa, luogo dove Sauro ormeggiò il bagno San Giusto e dove aveva costruito un ristorante molto apprezzato, nello stesso terreno sorgevano inoltre da tempo dei magazzini per conservare quanto recuperato dai navigli affondati, lavoro che, se pur in modo sporadico, continuava più che altro per passione.
La struttura balneare fu da subito molto frequentata, piuttosto ampia offriva diversi servizi per soddisfare le esigenze dei suoi ospiti, una vasta sala conversazione con un buon ristorante e culminava con un ampio terrazzo nel quale si godeva una piacevole frescura grazie a una copertura di grandi teli messi a protezione dal sole.
Il bagno era dotato di un solido molo galleggiante sul quale attraccavano i vaporetti provenienti da Trieste e da altre cittadine della costa, fra le varie imbarcazioni vi era anche il Carpaccio, con al comando il figlio Nazario, una vecchia torpediniera radiata della marina austriaca acquistata da Sauro e adattata allo scopo, piuttosto scomoda, ma veloce. Questi mezzi di trasporto permettevano un collegamento turistico economico in quanto i proprietari li utilizzavano anche per il trasporto di merci, a Trieste partivano dalla riva del Mandracchio, dove si vedeva un avvicendarsi di vaporetti e un gran movimento di merci e persone. Il servizio per Capodistria era attivo dal 1868, negli anni successivi venne offerto un collegamento regolare sia verso le coste occidentali con Grignano, Duino, Sistiana, ecc., che verso le città costiere dell'Istria e della Dalmazia.


I vaporini e il figlio Nazario
Vorrei soffermarmi su alcuni avvenimenti che ci permettono di conoscere un aspetto inusuale di Nazario Sauro (Capodistria 1880 – Pola 1916). La linea di vaporetti che collegava Trieste con Capodistria solitamente era gestita da società e capitali capodistriani, la concorrenza, in particolare se di altre città, non era ben vista e spesso sorgevano scontri e discussioni; bisogna infatti pensare che dai primi del '900 il movimento dei vaporini nel porto di Trieste era molto intenso, le banchine erano affollate e contese e l'approdo un problema concreto per le autorità portuali. Creò particolare insofferenza la nascita della Società di Navigazione a Vapore “La Veloce”, il cui nome era tutto un programma, fondata da un gruppo armatoriale con alla direzione Virgilio Cosulich, che istituì una nuova linea di collegamento con Capodistria con “Lampo”, un piroscafo di nuova concezione.


Il capitano Nazario Sauro sul ponte di comando del San Giusto 1911.
Foto da - Archivio Storico Digitale "Patria Italia".

Nazario Sauro era propenso alle "guasconate" rivolte al vaporino della concorrenza, esemplare l'episodio del 31 agosto 1911 che accadde mentre era al timone del "San Giusto", dopo aver lasciato il porto di Trieste alla volta di Capodistria contemporaneamente al "Lampo", quel giorno comandato dal capitano Ferrari; i due piroscafi si lanciarono in una specie di gara procedendo affiancati a una distanza di circa 40 metri, superata la Lanterna il “Lampo” veniva investito a poppa dal "San Giusto", creando grande panico fra i passeggeri e danni all'imbarcazione. Prontamente la Società "La Veloce" scrisse una lettera di protesta alla Società "Capodistriana" accusandola dell'incidente, testimoni che avevano assistito al fatto sostennero però che era stato il capitano Ferrari a tagliare la strada al capitano Sauro e anche la commissione d'inchiesta sollevò quest'ultimo da ogni responsabilità, pur non evitandogli l'arresto a seguito delle ingiurie rivolte a gran voce contro il capitano del "Lampo" e contro il governo austriaco.


I vaporetti ormeggiati lungo la riva della Sanità prima dell'interramento, il palazzo sede del Governo Marittimo verrà demolito nel 1910 assieme ad altri fabbricati per permettere la costruzione dell'Albergo Excelsior, più avanti la riva del Mandracchio e il palazzo del Lloyd Austro-Ungarico costruito nel 1883.
Foto CMSA.

Il vaporetto proveniente da Capodistria incredibilmente affollato sta per approdare alla riva del Mandracchio, una moltitudine di persone è probabilmente in attesa di salire sull'imbarcazione. Il servizio di vaporetti per Capodistria era attivo dal 1868, negli anni successivi venne offerto un collegamento regolare sia verso Grignano, Duino, Sistiana, ecc. che verso Muggia e le città costiere dell'Istria e della Dalmazia.
Dettaglio di una foto collezione Sergio Sergas.


L'incendio del 1904
Ritornando al tema principale dell'articolo, durante il periodo invernale il bagno galleggiante veniva trainato in una zona riparata della Val Stagnon, presso al Macello Comunale di Capodistria (oggi non più esistente), dove il 4 marzo del 1904 venne completamente distrutto assieme al suo contenuto di mobili, biancheria e stoviglie da un incendio causato probabilmente da un vagabondo che vi si era rifugiato per la notte; fortunatamente lo stabilimento aveva una copertura assicurativa e la stagione successiva Sauro aveva già fatto costruire una nuova struttura che rimase nelle acque limpide di Punta Grossa sicuramente fino all'inizio del primo conflitto mondiale.


Un'eccezionale foto del 1901 scattata dal colle di Servola, dal quale si vedono i primi interramenti per la realizzazione dello scalo dei legnami, segue l'Ospizio Marino con la spiaggia riservata ai bambini malati, sulla sinistra il bagno galleggiante San Giusto collegato alla spiaggia da un lungo ponte, sullo sfondo il cantiere San Marco. A destra dell'attuale via Italo Svevo il colle di Chiarbola è ancora un'area verde con poche costruzioni e diverse campagne, vigneti, frutteti, orti e giardini. Lungo la via dei Lavoratori, poi via Don Giovanni Bosco, spiccano le case popolari conosciute come "Case dei cantierini" dove alloggiavano i lavoratori del Cantiere San Marco.
Foto collezione Dino Cafagna.


Il "San Giusto" sotto Servola
A seguito del successo del primo bagno galleggiante, nel 1901 Sauro ne fece costruire un secondo, al quale diede lo stesso nome e che venne ormeggiato in un tratto di mare sotto il colle di Servola.
In questo periodo i lavori di interramento erano appena iniziati per cui la Strada per Servola era ancora fiancheggiata dal mare, lungo la costa si trovavano alcuni stabilimenti balneari popolari e fino agli ultimi anni del 1800, quasi sotto il colle di Servola si trovava un arenile dove la borghesia usava galoppare nell'acqua bassa per rinfrescare i cavalli e irrobustirli, in quanto era ritenuto che l'acqua di mare portasse benefici anche a questi animali.

Nel nullaosta per la concessione rilasciato a Sauro dal Governo Marittimo vengono riportate diverse indicazioni, alcune comuni a tutti i bagni galleggianti, fra le quali: l'obbligo per il proprietario di liberare la posizione in caso di necessità senza poter pretendere alcun indennizzo, di rimuovere alla fine della stagione ogni costruzione provvisoria e ripristinare lo stato originale dell'area, di tenere a disposizione una barca per l'eventuale trasporto dei passeggeri, inoltre nel documento veniva assegnata la collocazione del bagno fra la Spremitura d'Oli Vegetali [3] e l'Ospizio Marino [4], con la condizione che venisse mantenuta una distanza non inferiore ai 50 metri dalla baracca del bagno popolare e, per motivi d'igiene e sanità, non inferiore ai 200 metri dall'Ospizio Marino, edificio costruito grazie alla Società Amici dell'Infanzia e inaugurato il 18 giugno 1893, che ospitava i bambini affetti da scrofola e che aveva a disposizione una spiaggia dal momento che a quel tempo la talassoterapia era la sola cura per questa malattia. Sauro ottenne inoltre il permesso di costruire un pontile in legno da collegare al bagno mediante un ponte levatoio, in modo da permettere un comodo accesso ai bagnanti.


La posizione del Bagno San Giusto assegnata dal Governo Marittimo era a 200 metri dall'Ospizio Marino (in alto a destra) davanti al quale si vede l'attuale via Italo Svevo, 50 metri dal bagno popolare, un po' più in basso lungo la costa e adiacente si vedono gli edifici della Spremitura Olii Vegetali, contrassegnato con il n°115 il Cantiere San Marco.
Dettaglio di una mappa del 1902 collezione Dino Cafagna.


La parte finale del passeggio Sant'Andrea, poi strada per Servola, ombreggiata da alberi continuava in salita fino al villaggio omonimo dove si stagliano la chiesa e il campanile di San Lorenzo, in primo piano le acque tranquille della piccola baia, sparita con gli interramenti realizzati per lo scalo legnami.
Litografia colorata a mano, disegno di Marco Moro del 1854.


La stagione seguente (1902), per comodità dei bagnanti il galleggiante venne ormeggiato più vicino alla riva e Sauro si trovò con ben 60 metri di pontile inutilizzato, per cui chiese e ottenne dal Governo Marittimo il permesso di posizionarlo trasversalmente alla struttura galleggiante e di collocarvi 18 cabine in legno, in questo modo oltre che ampliare l'area del bagno poteva disporre di un maggior numero di spogliatoi, sempre molto richiesti dalle signore.
Per ogni stagione estiva Sauro dovette corrispondere all'Amministrazione Marittima un canone di 40 corone per l'ormeggio del bagno e in questo caso anche l'uso di un tratto di spiaggia.


Trasferimento a San Pietro D'Orio
Causa l'esposizione ai venti della zona e l'inizio dei lavori di interramento di un tratto di mare per la realizzazione di una vasta area sulla quale trasferire da Campo Marzio lo scalo legnami, nel 1903 Sauro presentò domanda al Governo Marittimo di trasferire lo stabilimento galleggiante a San Pietro D'Orio (un'isola della laguna di Grado), chiedendo di poterlo collocare nella parte interna del banco foraneo, dove iniziò l'attività la stagione stessa. Per il primo anno il Governo Marittimo chiese che gli venisse corrisposto, quale incoraggiamento, un modesto canone di ricognizione [5] di 10 corone.

Disegno con illustrata la posizione del bagno San Giusto (in rosso) a San Pietro D'Orio, presentato da Giacomo Sauro in allegato alla domanda del marzo 1903 per per la nuova collocazione adiacente all'isola della laguna di Grado.
Dettaglio della mappa conservata presso l'Archivio di Stato-Governo Marittimo busta 941.




Note

[1] Giacomo Sauro (Capodistria 1852-1922) apparteneva a una famiglia di origini romane che in seguito a un'eredità si era trasferita a Capodistria i primi anni dell'800, già da ragazzo aveva iniziato la carriera marittima navigando i mari di tutto il mondo. Dopo il servizio militare si imbarcò su un peschereccio, poi passò alla pesca in proprio sul suo piccolo motoveliero "San Nazario", nel 1879 si sposò con Anna Depangher (1857- 1919), abitavano a Capodistria in una modesta casa in piazzale dei Pescatori quando il 20 settembre 1880 nacque il primogenito al quale venne dato il nome del nonno paterno: Nazario, che è anche il patrono di Capodistria; con la nascita del figlio i proventi ricavati dalla pesca non furono più sufficienti e dopo otto mesi si trasferirono a Cette (oggi Sète), città costiera nel sud della Francia, dove Giacomo svolse molteplici attività, divenendo infine imprenditore di costruzioni navali e recuperi di bastimenti naufragati lavorando in prima persona come palombaro, un mestiere faticoso e pericoloso che rendeva discretamente. Nel 1883 nacque la figlia Maria e in quel periodo Nazarì, così veniva chiamato il piccolo Nazario nella regione della Linguadòca (nome che gli resterà anche dopo il ritorno in patria) ebbe un incidente di gioco che gli lesionò l'occhio. Nel 1886 in Francia scoppiò un'epidemia di colera che indusse la famiglia a far ritorno a Capodistria. Giacomo, dopo aver iniziato un lavoro come interprete, spinto dalla passione per il mare riprese l'attività nel settore di recuperi marittimi, specializzandosi nelle complesse operazioni salvataggio dei bastimenti naufragati, all'avanguardia per i tempi, fu il primo palombaro nella penisola istriana. Per un periodo lavorò nei recuperi in collaborazione con il figlio Nazario, che poco incline agli studi, nonostante il parere contrario del padre, preferì abbandonarli dimostrando notevoli doti marinaresche.
Nel 1897 Giacomo aprì un ristorante a Punta Grossa, dal 1899 si dedicò alla gestione di alcuni stabilimenti balneari, nei primi anni del 1900 acquistò "Il Carpaccio", che al comando del figlio Nazario veniva impiegato per il trasporto di merci e passeggeri tra Capodistria e Trieste.
Giacomo nell'estate del 1915, mentre si trovava a Punta Grossa, dove aveva un ristorante e lo stabilimento balneare, in una notte di vento e pioggia era uscito in barca con una lampada per rinforzare le cime che assicuravano il bagno, accusato di tentata fuga e di segnalazioni a piroscafi nemici venne arrestato e condotto alle carceri di via Tigor, sebbene l'accusa fosse caduta, in seguito al piano di sfollamento di gran parte degli istriani previsto dall'impero Austro-Ungarico, fu internato a Katzenau, poi trasferito a Mittergrabern, dove si ricongiunse con la moglie e la figlia Maria, dalla quale venne a sapere della morte del figlio Nazario a Pola il 10 agosto 1916, in seguito a una condanna inflittagli dal tribunale militare austriaco per alto tradimento. Nell’aprile del 1917, deciso lo scioglimento dei campi di internamento, anche i Sauro furono liberati, Giacomo e la moglie Anna furono ospitati nella casa della famiglia Gambini a Semedella. Alla fine della guerra la situazione politica mutò e l'Istria entrò a far parte del Regno d'Italia, la salma di Nazario venne esumata e il 26 gennaio 1919 Giacomo e Anna Sauro ebbero la possibilità di assistere alla sepoltura del figlio in forma solenne nel cimitero di Marina di San Policarpo a Pola, lo stesso giorno l’Ammiraglio Umberto Cagni consegnò alla madre la medaglia d’oro al valor militare alla memoria del capitano.
Provata dalla detenzione e dalla sofferenza Anna Depangher si spense il 7 dicembre 1919 e Giacomo il 9 gennaio 1922.


[2] pag. 22 "Nazario Sauro - Storia di un marinaio" di Romano e Francesco Sauro.


[3] Lo stabilimento della S.A. Spremitura Oli Vegetali, costruito nel 1893 a Sant'Andrea in una posizione che permetteva di usufruire del trasporto marittimo per il ricevimento delle materie prime e l'imbarco del prodotto finito, per il traffico terrestre era stato realizzato un allacciamento ferroviario con la vicina stazione di Sant'Andrea. Ai suoi inizi poteva fornire una lavorazione di circa 300 quintali di semi al giorno. Nel 1901 e 1914 la fabbrica venne distrutta da due incendi, entrambe le volte ricostruita, ampliata e dotata di nuovi macchinari riuscì a riprendersi, raggiungendo nel 1909 una lavorazione giornaliera di 300.000 quintali di semi oleosi.
Durante la prima guerra mondiale l'attività dello stabilimento subì un arresto di quasi cinque anni, dopo questo periodo la società si trovò in serie difficoltà e nel 1919 lo stabilimento venne acquisito da Egidio Gaslini. Dopo la riorganizzazione e l'acquisto di nuovi macchinari occupava una superficie di 65.000 mq e con l'impiego di 400 operai giornalmente venivano lavorati 1200 q. di semi vari, in breve tempo riuscì a incrementare la produzione ed estese l'attività con l'acquisto di altri impianti in regione e nel Veneto.


[4] La "Società degli Amici dell'Infanzia" venne fondata il 20 aprile 1884 con il compito di prendersi cura dei bambini delle classi più disagiate.
Fra i vari progetti che si prefiggevano di realizzare vi era un "ospizio marino" per la cura dei bambini affetti da scrofola, a quel tempo l’unico modo per contrastare la malattia era quello di nutrire bene le persone e farle respirare aria pulita, come poteva essere quella vicino al mare.
Il 20 luglio del 1884 inaugurarono il primo ospizio marino in "Villa Rieter", l'edificio preso a pigione si trovava in una zona denominata Isella, quasi di fronte al cantiere San Marco, in quel periodo ebbero la possibilità di utilizzare la spiaggia messa a disposizione dai proprietari del cantiere e i primi risultati furono incoraggianti. Avendo l'esigenza di un edificio di proprietà raccolsero i fondi per la costruzione lanciando una lotteria, grazie a questa e altre donazioni iniziarono i lavori per la nuova struttura dotata di un'ampia spiaggia in una zona sotto il villaggio di Servola, l'Ospizio Marino venne inaugurato il 18 giugno 1893. Verso il 1904 la spiaggia sparì con i lavori di interramento per la realizzazione dello scalo dei legnami e per continuare i trattamenti di cura al mare gli Amici dell'Infanzia furono costretti a cercare un nuovo ambiente per i bambini, fortunatamente la Società per la lotta contro la tubercolosi di Trieste offrì una loro proprietà ad Ancarano, dove grazie alla Croce Rossa austriaca vennero create due baracche prefabbricate vicino al mare, gli ottimi risultati ottenuti portarono all'acquisto di un terreno in quella zona e all'inizio dei lavori per una struttura stabile inaugurata nel 1909.
Nel 1905 l'edificio appena lasciato (l'ex Ospizio Marino) venne assegnato alla società di navigazione Austro-Americana per ospitare gli emigranti in attesa d'imbarco verso gli Stati Uniti d’America. Nel 1912 questa pensione, più nota come "Casa dell'Emigrante", subì un importante restauro, venne alzata di ben tre piani e fu completamente rinnovata. Nel 1914 l'edificio fu trasformato in ospedale militare con una capacità di oltre 500 degenti, nel 1946 divenne ricovero per gli esuli e i profughi, dal 1972 è diventato la Scuola Media Svevo, Scuola Elementare Lovisato, oggi è sede dell'Istituto Comprensivo "Italo Svevo" e si trova al n° 15 di via Italo Svevo (denominazione apposta con Delibera Consigliare n 60 del 6-4-1956).


[5] Il Canone di Ricognizione ha natura giuridica di entrata di carattere patrimoniale quale corrispettivo dovuto dall'utilizzatore del bene pubblico al Comune a titolo di compenso, il valore è proporzionale all'occupazione e al vantaggio che l'utente ne ricava.




Bibliografia
Sito web di Aldo e Corrado Cherini - Cantieri e armamenti giuliani minori - Capodistria 1841-1945.
Aldo Cherini "Memorie di un internato in Austria" (1915- 1917).
Aldo Cherini "La linea di Navigazione costiera a corto raggio tra Capodistria e Trieste".
Aldo Cherini "Vaporetti e capitani in attività a Capodistria".
Il Risorgimento economico della Venezia Giulia di Giuseppe Mastrolonardo 1921.
Nazario Sauro storia di un marinaio di Romano e Francesco Sauro.
Diario capodistriano 1904-1920.
Archivio di Stato Governo Marittimo busta 941.
San Vito" A.Seri e S. Degli Ivanissevich.
La vita di Nazario Sauro di Carlo Pignatti Morano 1922.