domenica 17 maggio 2020

El palazo dela "Banca de Praga, de America d'Italia e de Germania"

Progetto esecutivo del palazzo della Zivnostenska Banka, firmato dagli architetti Osvald Polivka e Josip Costaperaria, approvato dal Magistrato Civico il 5 ottobre 1912 e sul quale in fase di realizzazione vennero apportate delle modifiche: le statue che saranno collocate nel 1926 a fianco dell'ingresso erano previste davanti alle due lesene con un risultato più arioso e nello stesso tempo più imponente, una statua mai collocata avrebbe dovuto sovrastare la colonna posta nello smusso all'incontro delle due facciate, variato il portone che si apre sulla via Mazzini e anche i tratti sulle facciate fanno pensare fosse stato previsto un rivestimento diverso.
Proprietà: Comune di Trieste - Servizio Pianificazione Urbana – Archivio Tecnico Disegni.


Origine della Zivnostenska Banka
Venne fondata nel novembre 1868 come società per azioni, con il nome di Zivnostenska Banka pro Cechy a Moravu [1], Banca Industriale per la Boemia e Moravia con sede centrale a Praga, è stata la prima banca dell'impero Austro-Ungarico sostenuta da azionisti cechi. Dopo aver iniziato l'attività in locali presi in affitto, con la veloce espansione commerciale ebbe la necessità di una sede propria e nel 1897 il consiglio di amministrazione della banca accettò il progetto dell'architetto Oswald Polívka, la nuova prestigiosa sede iniziò l'attività il 15 maggio 1900.
Il palazzo era sovrastato da un gruppo scultoreo che rappresentava la figura di un "Genio" che regge una torcia e un leone realizzato dallo scultore Antonín Popp, questa iconografia ottenne una tale popolarità che divenne un simbolo della Živnostenská banka e quando nel 1935 questo palazzo, assieme ad altre case, venne demolito per la costruzione di un nuovo edificio più grande che occupò l'intera area, il gruppo scultoreo venne trasferito sulla nuova sede della banca.


Progetto dell'architetto Osvald Polívka dell'edificio della Živnostenská banka a Praga.


La prima sede nell'edificio di proprietà della Živnostenská banka in via Na příkopě, realizzata nel 1897 su progetto dell'arch. Osvald Polívka, nel 1935 sarà demolita assieme ad altre case per permettere la costruzione della nuova grande sede della Živnostenská banka, che sarà completata nel 1941.


L'arrivo a Trieste
L'istituto finanziario volendo aprire una filiale a Trieste, con l'obiettivo di sostenere lo sviluppo dei traffici mercantili e operare in sintonia con l'industria boema, nel gennaio 1911 acquistò un lotto di terreno compreso fra le vie Nuova (via Mazzini) e Ponterosso (via Roma).
La zona era inclusa nel piano di rinnovamento urbano della città: via Ponterosso, che fino al 1919 corrispondeva al primo tratto dell'attuale via Roma, arrivava fino al Canal Grande collegando il vecchio borgo e la parte nuova della città, era soggetta a un notevole movimento veicoli, così al fine di rendere più scorrevole l'intenso traffico, istituire una linea tranviaria a doppio binario e agevolare il passaggio dei pedoni era in previsione il suo allargamento, con la conseguente demolizione di alcuni edifici.


Gli annunci pubblicitari della banca apparivano spesso sul quotidiano sloveno "Edinost", questo è del 6 aprile 1913 e il capitale azionario è di 80.000 corone, nel 1910 il capitale azionario era di 30.000 corone per arrivare nel 1912 a 80.000 e superare le 100.000 nel 1915.


Piazza del Ponterosso, al centro la via omonima all'imbocco della quale si vede ancora la costruzione che poco dopo sarà demolita per l'edificazione nel 1912-13 del palazzo eclettico conosciuto come "casa Allodi", attigue le impalcature in legno per l'edificazione della Zivnostenska Banka.
Foto collezione Sergio Sergas


Completata la costruzione di "Casa Allodi" con la caratteristica torretta ottagonale dotata di finestre circolari, il palazzo della banca di Praga è ancora nascosto dalle armature.
Foto della Europeana Collections (particolare).


La sede provvisoria
In attesa della costruzione della prestigiosa sede, dal 1910 la banca operò al pianterreno del palazzo di via Nuova 29 (via Mazzini), in uno spazio tanto vasto da comprendere l'edificio contiguo di via San Nicolò n°7 fornito di un secondo ingresso.


Ingresso del palazzo di via Mazzini 29, che fu la sede provvisoria della Zivnostenska Banka in attesa del trasferimento nel nuovo edificio di via del Ponterosso 7 che avverrà nel 1914. Attualmente occupato della boutique Silvio Rustia, da anni insignita con la targa d'oro di "locale storico" e il cui marchio risale al 1911. 
Foto proprietà Boutique Silvio Rustia  


La prima inserzione della banca appare sulla "Guida generale di Trieste" nel 1910, continuerà a esservi presente fino al 1913 con indirizzo via Nuova/via San Nicolò e dal 1914 con quello di via del Ponterosso/via Roma.


Il progetto
I progetti per la costruzione della nuova filiale furono respinti per due volte, il Consiglio Comunale impose un insieme di varianti e integrazioni tra cui l'arretramento della costruzione di 2,50 m, nel mese di luglio del 1911 ottennero il permesso per la demolizione della casa preesistente. Vennero applicate le nuove disposizioni e gli interni furono adattati ai nuovi volumi, ma le spese sostenute per le conseguenze dovute al cambiamento delle linee di fabbrica portarono a un contenzioso con il Comune che si risolse solo molti anni dopo.
Approvato il nuovo progetto e superato il controllo della Commissione alle pubbliche costruzioni in merito all'estetica delle facciate, nell'ottobre del 1912 iniziarono i lavori appaltati all'impresa costruttrice Giovanni Martellanz & Co. la cui direzione fu affidata al capo mastro prof. Giovanni Widmer, il progetto esecutivo degli architetti Osvald Polivka [2] e Josip Costaperaria [3] porta le firme del prof. Giovanni Widmer e di Giovanni Martellanz.
Ultimati i lavori, dopo la visita della commissione, l'ultimo certificato di abitabilità dell'edificio venne rilasciato il 12 maggio 1914.
Il palazzo aveva l'ingresso principale in via del Ponterosso n°7 (dal 1919 via Roma) e uno secondario in via Nuova n° 20 (dal 1919 via Giuseppe Mazzini), benché nel tempo entrambe le vie abbiano cambiato nome i numeri civici a tutt'oggi sono rimasti invariati.


Nonostante la didascalia riporti la dicitura "Palazzo della Banca d'America e d'Italia", l'assenza delle due sculture all'ingresso (dove verranno poste nel 1926), ci fa capire che nell'anno dello scatto l'edificio era ancora sede della Banca di Praga.
Foto collezione Sergio Sergas.




Descrizione dell'edificio
La cooperazione fra gli architetti Josip Costaperaria, allievo di Otto Wagner all'Accademia di belle Arti di Vienna e Osvald Polivka che aveva condotto gli studi all'Istituto Universitario di Praga, portò alla realizzazione di un edificio di nuova concezione dove veniva unito il linguaggio razionalista della Wagnerschule al gusto della secessione boema.
La parte inferiore del palazzo, illuminata da grandi vetrate suddivise da grate in metallo, era riservata alla banca e agli uffici, l'ampia scala a chiocciola che collegava la sala al mezzanino sparirà nel 1986 sostituita da una scala a rampe, al primo piano si trovava la direzione, mentre i piani superiori erano adibiti ad abitazione.




L'ingresso principale è in marmo bianco sormontato da un'architrave decorata con volute e grappoli d'uva, ai lati due lesene con capitelli che riprendono i motivi secessionisti.
Il motivo a grappoli si trova anche nelle decorazioni dell'ingresso in marmo di via Mazzini che conduce alle abitazioni, con l'imponente portone rivestito in bronzo realizzato a Praga e decorato da riquadri in ferro battuto nei quali tutt'ora si notano i caratteri "ZB", uno degli acronimi della Zivnostenska Banka.


























Le finestre del vano scale con vetrate colorate intelaiate in metallo dai motivi Liberty.




Particolare del loggiato con al centro un piccolo poggiolo con la ringhiera e le balconiere in ferro battuto verniciate in bianco. In alto dei mascheroni stilizzati.



Gli aggetti e i balconi hanno lo scopo di articolare la facciata creando l'alternanza dei volumi tema ricorrente della corrente razionalista, ai due estremi sono realizzati degli Erker decorati con due colonne addossate che raggiungono e decorano con i loro capitelli la balaustra del poggiolo sovrastante, all'ultimo livello un balcone con tre aperture ad arco; nella parte centrale della facciata una successione di cinque finestre delineate da cornici in pietra chiara si ripetono per i tre piani, dove l'ultimo è alleggerito da un loggiato con al centro un piccolo poggiolo con una semplice ringhiera in ferro battuto verniciata in bianco, lo stesso motivo viene ripreso dalle balconiere poste sotto le finestre, la parte più alta del palazzo è decorata con mascheroni stilizzati; nello smusso d'angolo dell'edificio è ripreso il motivo della colonna addossata che termina con delle scanalature e un capitello fiorito.


Particolare dell'ingresso principale in marmo bianco decorato con volute e grappoli d'uva.


Al centro una delle lesene che affiancano l'ingresso il cui capitello è decorato con i motivi caratteristici secessionisti. Sopra un particolare del ballatoio rivestito con lastre di marmo fissate da borchie metalliche funzionali e decorative, dove si vedono le tracce di insegne precedenti.


Un po' ovunque sulle facciate del palazzo si vedono delle borchie metalliche applicate ritmicamente a scopo decorativo-funzionale per fissare le lastre di marmo che ricoprono la parte inferiore dell'edificio, lungo il ballatoio e i frontalini dei poggioli, motivo più volte adottato nei progetti della Wagnerschule.


Le sculture di Ladislav Šaloun
Le due monumentali statue in bronzo vennero poste ai lati dell'ingresso solo nel 1926, in quanto durante gli eventi bellici rimasero bloccate a Praga. Realizzate dallo scultore boemo Ladislav Šaloun [4], sono le allegorie de "Il Lavoro" e "L'Industria", così vengono definite nella richiesta per l'autorizzazione alla collocazione, datata l'11 novembre 1925, rivolta all'Ufficio Tecnico del Comune. Allegati alla lettera troviamo: uno schizzo dell'ingresso della banca e le foto del modello originale in argilla della figura maschile con il martello, che a mio avviso rappresenta un fabbro, e della figura femminile in bronzo, dove è ritratta una contadina con i prodotti della terra, personalmente direi che con il raccolto in mano simboleggia l'industria intesa come operosità. Riguardo quest'ultima opera E. Marini scrive che la banca praghese mirava a scambi con l'oltremare africano e per questo motivo l'Industria è rappresentata da una donna di colore.
Il processo di fusione delle opere bronzee avvenne nella fonderia di Franta Anýž [5] a Praga, lo testimoniano il marchio "LIL Franta Anýž Praha" che si vede sulla base dell'opera posta a sinistra dell'ingresso, mentre il marchio di Ladislav Šaloun è visibile sull'indumento della figura femminile.
All'interno della banca si trova una terza statua dello stesso autore che rappresenta "La Navigazione" e sulla cui base è incisa la firma completa dell'autore.




A sinistra il modello in argilla dell'allegoria del "Lavoro" e a destra la fusione in bronzo de "L'Industria", realizzati da Ladislav Šaloun; il retro di quest'ultima immagine reca il timbro con il nome e l'indirizzo del laboratorio di fusione di Franta Anýž.
Foto originali depositate presso l'Archivio Generale del Comune di Trieste - Magistrato Civico sez.IV prot. corr.620/1911.


Schizzo del basamento del palazzo della Zivnostenska Banka con al centro l'ingresso principale di via Roma n°7.
Allegato alla richiesta per l'autorizzazione alla collocazione delle statue datata 11 novembre 1925.
Originale depositato presso l'Archivio Generale del Comune di Trieste - Magistrato Civico sez.IV prot. corr.620/1911.


All'ingresso della banca le due figure allegoriche realizzate da Ladislav Šaloun, un uomo con il martello e una donna con i prodotti della terra che rappresentano rispettivamente "Il Lavoro" e "L'Industria".


Marchio identificativo della fabbrica di fusione "LIL Franta Anýž Praha" presente sulla base della scultura che rappresenta il lavoratore con il martello.


Sigla che Ladislav Šaloun adottava nelle opere di maggiori dimensioni impressa sulla figura femminile.


Figura di marinaio che rappresenta "La Navigazione" posta all'interno della banca, opera di Ladislav Šaloun.


Firma completa dell'autore con la L sovrapposta alla S rovesciata "Saloun Fec." posta sul basamento della statua del marinaio.


Nella "Guida generale di Trieste" del 1928 viene pubblicata questa inserzione da dove risulta che la Banca d'America e d'Italia ha acquistato il palazzo della Banca di Praga per aprire una filiale.


Visti i manifesti elettorali la foto potrebbe essere del 1949 o 1952 date che corrispondono alle prime due elezioni amministrative che si tennero nel Territorio Libero di Trieste. Sul ballatoio si legge il nome della Banca d'America e d'Italia - foto collezione Gabriella Scubini.


La Banca d'America e d'Italia e la Deutsche Bank
Nel 1928 l'immobile divenne sede della Banca d'America e d'Italia [6], negli anni successivi furono realizzati diversi lavori di modifica agli interni, in particolare nel 1957 venne rimossa la vetrata poligonale della sala d'aspetto e nel 1977 l'adeguamento dei locali del salone e degli sportelli implicò lo smantellamento degli arredi originari, nel 1986 l'ampia scala a chiocciola che collegava la sala al mezzanino venne sostituita da una scala a rampe.
Dal 1995 l'immobile ospita la filiale triestina della Deutsche Bank.



Note
[1] Živnostenská banka (nota anche con gli acronimi ŽB o ZIBA) fondata a Praga nel 1868, era una grande banca commerciale che operava nella Repubblica Ceca, prima dello scoppio della prima guerra mondiale contava 1068 dipendenti, 11 filiali in Boemia e Moravia e altre a Vienna, Cracovia, Leopoli e Trieste, a quel tempo rappresentava quasi un terzo del capitale totale del sistema bancario ceco. Nel 2002 è diventata membro del gruppo italiano UniCredit. Nel 2006 è stata fusa con HVB Bank e la nuova banca è stata rinominata UniCredit Bank Czech Republic.

[2] L'architetto Osvald Polívka (24 maggio 1859 Enns, vicino a Linz - 30 aprile 1931 Praga), dopo essersi laureato al Politecnico di Praga, un prestigioso istituto universitario, progettò molti edifici rappresentativi di Praga e non solo. La caratteristica comune fu lo stile eclettico, dal neorinascimentale al barocco, nel contempo influenzato dal nuovo movimento che si diffuse in tutta l'Europa divenne un pioniere dell'Art Nouveau, reinterpretando lo stile con l'esasperazione delle forme plastiche e decorative tipica dell'arte ceca, questo lo portò a collaborare con importanti artisti del suo paese fra i quali Alfons Mucha.
Le opere più rappresentative sono: l'imponente Zemská banka (Banca provinciale) costruita tra il 1894 e il 1896, primo di molti progetti di istituti finanziari questo complesso ha la particolarità di avere un palazzo gemello, edificato nel 1909 per ampliare la sede, collegato da due suggestivi ponti che attraversano la strada che lo divide dal primo; un tripudio di decorazioni caratterizza invece la Casa Municipale di Praga (Obecní dům), progettata assieme all'architetto Antonín Balšánek costruita tra il 1905 e il 1912, che fu centro della vita culturale boema; vinse il concorso per la realizzazione del Nuovo Municipio di Praga costruito tra il 1908 e il 1911; nel 1912 realizzò l'edificio liberty per la Banca di Credito a Hradec Králové, i cui interni furono adattati nel 1990 per ospitare la galleria d'arte moderna.

[3] Architetto Josip Costaperaria (1876 Krapje na Savi, Croazia - 1951 Lubiana).
Dopo aver terminato il primo ginnasio a Zagabria studiò architettura al Politecnico di Vienna, nell'anno accademico 1899/1900 seguì il corso speciale di architettura tenuto da Otto Wagner all'Accademia di belle Arti di Vienna, lavorò in questa città presso lo studio dell'architetto Max Fabiani, il quale nel 1904 lo incaricò di dirigere i lavori della costruzione del Narodni dom - Hotel Balkan a Trieste. Qui visse con la concertista slovena Mira Dev che successivamente sposò. Nel 1905 lavorò per il Consorzio di ingegneri e costruttori. Dopo il primo conflitto si stabilì a Lubiana dove continuò a operare come architetto.

[4] Lo scultore Ladislav Jan Šaloun (1 agosto 1870 Praga - 18 ottobre 1946 Praga) fu un importante esponente dell'Art Nouveau, frequentò l'associazione di artisti figurativi SVU Mánes, fondata nel 1887, che si occupava di diffondere a Praga le nuove ricerche dell'arte europea.
Fu un'artista molto prolifico: collaborò con l'architetto Osvald Polívka in diverse opere fra le quali il Municipio di Praga concluso nel 1911, creando nelle nicchie agli angoli del palazzo le maestose sculture del Rabbino Judah Löw e del Cavaliere di Ferro; eseguì le sculture allegoriche che rappresentano "il Commercio" e "l'Abbondanza" (riguardo questa seconda figura si trovano diverse denominazioni che convergono nello stesso concetto) che fiancheggiano il maestoso ingresso della Banca di Credito nella piazza principale di Hradec Králové, edificio che oggi ospita la Galleria d'Arte Moderna. Quando vinse la commissione per il gigantesco monumento di Jan Hus nella Piazza della Città Vecchia a Praga, progettò la "Villa di Šaloun" un edificio creato per avere uno spazio adeguato durante la realizzazione dell'opera che lo impegnò per 15 anni.

[5] Franta (František) Anýž (1 febbraio 1876 Nová Ves, Zaječov - 8 ottobre 1934 Tatranská Polianka, allora Cecoslovacchia). Designer, scultore, incisore, cesellatore, medaglista e uomo d'affari, studiò dal 1892 al 1899 presso la Scuola di Arti Applicate di Praga frequentando il laboratorio di arte e mestieri.
Fece un viaggio di studio in Germania e in Francia dove visitò l'Esposizione di Parigi.
Tra il 1896 e il 1900 visse a Rokycany dove decise di aprire una bottega di cesellatore con una piccola fonderia.
Nel 1901 sposò Pavlina Schnirchová, la nipote dello scultore Bohuslav Schnirch e grazie al suo contributo finanziario riuscì a produrre una linea di lampade di sua progettazione improntate sulla funzionalità.
Nel 1902 assieme al suo compagno di classe Prokop Nováček realizzò un nuovo stabilimento per la produzione di oggetti in metallo, ferro battuto, lavorato e forgiato a Praga. Nel 1910 acquistò un appezzamento di terreno a Praga dove avviò un'altra fabbrica con fonderia, che divenne una delle più grandi d'Europa, con sale e officine per la progettazione e realizzazione di medaglie, gioielli, targhe e importanti opere d'arte per alcuni scultori cechi fra i quali Ladislav Šaloun. In seguito continuò la produzione delle lampade in collaborazione con il figlio Jaroslav, queste andarono ad arredare diversi prestigiosi edifici di Praga, come il "Café Francese" nella Casa Municipale e vennero utilizzate dell'architetto Adolf Loos per l'illuminazione della Villa Muller.
Franta Anýz, come lo scultore Ladislav Jan Šaloun, fu membro di SVU Mánes (in ceco "Spolek výtvarných umělců Mánes), un'associazione di artisti figurativi fondata a Praga nel 1886, che prende il nome dal pittore Josef Mánes e che si prefiggeva di diffondere in questa città le nuove espressioni di arte europea mettendo, tra le altre cose, a disposizione di artisti locali e stranieri un notevole spazio espositivo.

[6] Banca d'America e d'Italia
Nel 1917 venne fondata a Napoli la Banca dell'Italia Meridionale.
Nel 1919 l'istituto fu acquisito dalla Bancitaly Corporation di Amadeo Giannini italo-americano di origini liguri, fondatore della Bank of Italy.
Nel 1922 fu ribattezzata Banca d'America e d'Italia.
Nel 1986 fu acquisita dalla Deutsche Bank e nel 1994 fu ribattezzata Deutsche Bank S.p.A.


Bibliografia
https://cs.wikipedia.org/wiki/%C5%BDivnostensk%C3%A1_banka
"Trieste 1872-1917" Guida all'Architettura di Federica Rovello
Alla Riscoperta di Trieste - Economia Giuliana di Edoardo Marini
Vie e Piazze di Trieste Moderna di Antonio Trampus
Le città nella storia d'Italia "Trieste" di Ezio Godoli
Guida di Trieste - la citta' nella storia nella cultura e nell'arte di Laura Ruaro Loseri
Documenti dell'Archivio Generale del Comune di Trieste: Magistrato Civico sez.IV prot.corr.620/1911
Istituti di Credito Sloveni a Trieste - dal 1880 al 1918 di Milan Pahor

lunedì 20 aprile 2020

La fontana del Cantico dei Cantici



Il gruppo bronzeo "Cantico dei Cantici" rappresenta il tema di uno dei libri più conosciuti ed enigmatici della Bibbia, venne realizzato da Marcello Mascherini [1] nel 1962 in occasione della sua partecipazione alla Biennale di Venezia, come parte di una serie di opere che, assieme all'Arcangelo Guerriero, gli valsero il primo premio per l'Arte Sacra. Dopo Venezia l'opera venne esposta in molte città italiane e a Salisburgo, figurava fra le produzioni artistiche esposte sul bastione del castello di San Giusto nella manifestazione artistica "120 giorni di scultura a Trieste" che si tenne nel 1975, inaugurata dall'antologica di Mascherini a cui seguirono le personali di Perizi e Basaldella.
Le due figure filiformi unite in un abbraccio andarono pure a illustrare, come schizzo autografato o immagine fotografica, la copertina di alcuni romanzi.


Le opere di Marcello Mascherini esposte sul terrazzo del bastione Rotondo o Veneto del castello di San Giusto in occasione della manifestazione "120 giorni di scultura a Trieste". A sinistra si vede il gruppo scultoreo realizzato nel 1958 per il concorso bandito dal Comitato Internazionale per il Monumento ad Auschwitz, che dal 1975 si trova nella Sala delle Commemorazioni alla Risiera di San Sabba, l'ultima opera a destra è la scultura originale del Cantico dei Cantici.

Dopo la morte dell'artista, avvenuta nel febbraio del 1983, seguendo le disposizioni espresse in vita la signora Giannina Pacino, compagna ed erede dello scultore, fece dono dell'opera alla città a condizione che questa venisse collocata in un'importante piazza cittadina, suggerendo, come era desiderio dell'artista, piazza G. Oberdan.



Progetto di adattamento dell'aiuola
La donazione divenne oggetto di discussione in Giunta Municipale nel 1985, venne accettata la collocazione desiderata, ritenuta valida anche dal punto di vista urbanistico, a condizione che la signora Pacino facesse rifondere a sue spese l'opera aumentando di una volta e mezza le dimensioni dell'originale, in modo da raggiungere circa 5 metri, al fine di adattare la struttura alle vaste proporzioni della piazza, il Comune si sarebbe fatto carico delle spese del basamento e del trasporto con un preventivo di 6.120.000 di lire [2].


Finita la fioritura il siliquastro incornicia il monumento con la folta chioma. La fontana è a secco, come capita spesso nella nostra città sia per problemi di manutenzione che di pulizia, facendo così apparire l'installazione trascurata e incompleta; l'acqua dà un senso di integrità all'opera e durante l'estate regala un piacevole senso di frescura.

Statua e basamento a parte, era necessario predisporre la piazza per accogliere e valorizzare con una degna cornice il monumento, nel 1987 il progetto urbanistico venne affidato all'architetto Dino Tamburini, il quale presentò un'idea che prevedeva la costruzione di una bassa fontana con sistema di pompaggio per il ricircolo dell'acqua, ricoperta in lastre di pietra repen, che si sviluppava in uno spazio erboso, al centro della quale sarebbe stato collocato il basamento del gruppo bronzeo. Per la realizzazione dei lavori venne stimato un costo complessivo di 71.000.000 lire [3], una cifra notevolmente superiore alla previsione iniziale e per la copertura della quale la Giunta deliberò la stipula di un mutuo bancario. Interpellate le imprese, valutate le offerte e ottenuto il finanziamento, finalmente il 28 luglio 1989 [4] iniziarono i lavori in appalto alla ditta Costruzioni Edili CIEFFE.
Anche la realizzazione della copia del gruppo bronzeo presentò notevoli complessità e venne conclusa solo nella primavera dell'anno successivo, il processo di lavorazione fu articolato, il calco in gesso venne eseguito a Verona per poi passare alla fonderia Tesconi di Lucca.
Durante i lavori conclusivi della piazza ci furono delle interruzioni [5] per interventi inizialmente non previsti e questo portò a una maggiorazione della spesa di 2.203.893 di lire [6].


Ecco come si presentava piazza Oberdan, con l'aiuola fiorita già isolata da un alto recinto visto l'imminente inizio dei lavori per la costruzione della fontana e del basamento sul quale verrà posta l'opera di Mascherini.
Foto dal quotidiano "Il Piccolo" del 24 settembre 1989 - proprietà Biblioteca Civica Attilio Hortis.


Descrizione del monumento
La piazza rimase un cantiere per più di un anno, il monumento venne scoperto il 14 settembre 1990 alla presenza delle autorità e del sindaco Franco Richetti. Gli interventi continuarono ancora qualche mese per sistemare le luci subacquee che la sera avrebbero illuminato l'opera e i giochi d'acqua, per il riposizionamento delle panchine e altri lavori di rifinitura dell'isola. Conclusa la sistemazione, al centro dell'aiuola venne a trovarsi la base del monumento in calcestruzzo la cui superficie fu trattata a mano ottenendo un effetto a grana grossa per renderla simile alla pietra naturale, le lastre di pietra repen che la ricoprono su due lati vennero fissate con decorativi bulloni di bronzo e sotto a queste furono posti degli ugelli dai quali sgorgava l'acqua, che scivolando su dei gradini cadeva nella vasca sottostante dipinta di azzurro chiaro, due corsie delimitate da copertelle in pietra piacentina corrono ai lati del monumento e arbusti permettendo, consentono l'attraversamento pedonale dell'aiuola.


Ecco il vialetto ricoperto con lastre di pietra piacentina che permette di attraversare l'aiuola, passando accanto all'opera si può cogliere l'occasione per osservare la scabra superficie del bronzo.

Alcuni anni dopo il monumento venne affiancato da due "alberi di Giuda" [7], l'insieme compositivo ci offre un'immagine suggestiva specialmente in primavera quando con la loro rigogliosa fioritura rosa acceso creano un piacevole contrasto con il bronzo scuro delle figure centrali, un abbinamento molto felice che ci regala uno spettacolo indimenticabile.

Nel periodo della realizzazione di questa scultura, Mascherini stava passando un periodo di avvilimento e sconforto a seguito della morte della moglie, questo portò a dei cambiamenti nella sua produzione artistica, abbandonò le forme raffinate e levigate per iniziare il cosiddetto "periodo carsico", le figure presentavano superfici scabre che ricordavano le aspre pietre del Carso o il legno grezzo, come accadde nel cantico dei cantici dove le figure dei due amanti presentano superfici ruvide con le striature e la porosità del legno, ma con l'intensa espressività dell'abbraccio riescono a trasmettere una dolce emozione.




Molte opere del grande Maestro si possono ammirare su palazzi e strade della nostra città, ma un'interessante coincidenza vede convivere in piazza Oberdan "i fidanzatini", questo è il nome più diffuso fra i triestini per descrivere il Cantico dei Cantici e la "Romanità" la prima opera pubblica realizzata dall'artista giovanissimo nel 1926, il gruppo scultoreo in pietra artificiale alto circa sei metri che sovrasta l'ex palazzo S.A.I.M.A.- Arrigoni [8].


Fra i rami fioriti del Siliquastro si scorge la "Romanità", il gruppo scultoreo in pietra artificiale posto al culmine della facciata dell'ex palazzo S.A.I.M.A. - Arrigoni, prima opera pubblica di Marcello Mascherini, realizzata nel 1926.

Particolare del monumento con punzonata la "M" sigla dell'artista.



L'opera dedicata all'amore
Come già scritto, con quest'opera Mascherini si riferisce alla composizione poetica della Bibbia attribuita a Salomone, il tema deve aver affascinato il Maestro, che produsse altre opere con questo titolo, la prima delle quali, realizzata nel 1956, si trova nel parco delle sculture della Clinica Paracelsus a Marl (Germania).
Il significato di questo poema è controverso e senza disquisire sulle varie interpretazioni si può affermare che celebra l'amore in tutti i suoi aspetti, parla dell'amore di una ragazza e di un ragazzo, ma può essere visto anche come l'amore simbolico di Dio per il suo popolo.


  Il gruppo scultoreo intitolato "Cantico dei Cantici" realizzato nel 1956 e successivamente collocato nel parco delle sculture della Clinica Paracelsus a Marl in Germania.
Foto modificata - autore Gerardus tratta da Wikipedia.

La scultura è più nota ai triestini con il nome "I fidanzatini", infatti è indubbio che le due figure riprese in uno struggente abbraccio possano ben rappresentare la commovente e tragica storia d'amore che vede protagonisti Pino Robusti, un ragazzo di 22 anni studente universitario iscritto alla facoltà di architettura a Venezia e la fidanzata Laura Mulli (1925-1994), vicenda che venne resa nota grazie al ritrovamento di alcune lettere di vittime e superstiti della Risiera, attualmente esposte al Civico Museo di San Sabba e pubblicate assieme a molte altre nel 2005 da Mimmo Franzinelli.

Questa immagine sorridente di Pino Robusti non fa presagire la drammatica vicenda che lo coinvolgerà a pochi giorni della fine della guerra.
Giuseppe (Pino) Robusti 26 gennaio 1923 - 6 aprile 1945



La tragica storia di Pino e Laura
Il 19 marzo 1945 Pino stava aspettando la sua ragazza in piazza Oberdan quando venne fermato da una pattuglia della polizia tedesca, trovandogli la tessera dell’Organizzazione Todt [9] per il servizio obbligatorio del lavoro fu considerato assente ingiustificato dalle mansioni assegnate, condotto al carcere del Coroneo per controlli, vi fu trattenuto in quanto la tessera risultò falsa [10] e venne infine recluso con i prigionieri politici. Lo stesso giorno, preoccupato, riuscì a far pervenire un biglietto a Laura, anche lei arrestata poche ore dopo e condotta alle carceri triestine, dalle quali verrà rilasciata il 21/04. Dalla sua cella Pino riuscì a far pervenire clandestinamente sei lettere ai genitori e alla fidanzata. Inizialmente i contenuti riflessero un discreto ottimismo sulla sua liberazione, con il passare dei giorni probabilmente la sua sicurezza iniziò a vacillare, ma per tranquillizzare i genitori mascherò la crescente preoccupazione, il 5 aprile 1945 scrisse una lunga lettera d'addio per Laura [11], non volle spaventare i genitori, ma sentiva che la fine avrebbe potuto essere imminente, infatti deportato in risiera di San Sabba fu fucilato il 6 aprile e bruciato nel forno crematorio il 7 aprile 1945.

La targa dedicata a Pino Robusti è stata collocata alla Risiera di San Sabba il 6 aprile del 2007 in occasione del 62° anniversario della sua morte.

Questi scritti, usciti dal carcere grazie alla collaborazione dei compagni di prigionia e altre persone, sono importanti testimonianze che ci fanno conoscere le condizioni di vita che conducevano i detenuti nelle carceri del Coroneo in quel periodo storico; i messaggi sono commoventi e nel contempo strazianti, alla fiducia iniziale traspare la consapevolezza del pericolo incombente. Le lettere di Pino ci fanno capire la sensibilità e il temperamento di un ragazzo che ha dovuto maturare velocemente attraverso un'esperienza terribile.



Il quartiere seguì il progetto urbanistico della cosiddetta esedra Oberdan, con i palazzi disposti a semicerchio dai quali partono tre assi viari, qui è ripreso quello centrale che conduce al Palazzo di Giustizia.

...e il monumento a Guglielmo Oberdan?
Più volte era stato ipotizzato di portare il monumento bronzeo dedicato a G.Oberdan al centro dell'omonima piazza, anche successivamente alla collocazione del monumento di Mascherini, per ultimi dall'assessore Roberto Menia e poi da Franco Bandelli. La proposta, che credo risalga all'ottobre del 2008, non venne accolta e l'assessore alla cultura Massimo Greco ritenne che il posto migliore per l'opera di Attilio Selva raffigurante Oberdan tra due figure alate [12] fosse il sacrario sorto sul punto della sua esecuzione e che in quella piazza il Cantico dei Cantici assumesse il suo pieno valore.

Il monumento bronzeo, opera di Attilio Selva, dedicato a Guglielmo Oberdan nel Sacrario a lui dedicato.
Foto Simone Sergas.

Particolare del monumento con la figura di Guglielmo Oberdan affiancata dalle allegorie della "Patria" e della "Fede".
Foto Simone Sergas.



Note

[1] Nasce a Udine il 14 settembre 1906 da Maria Luigia Mascarin, non verrà riconosciuto dal padre, membro di una benestante famiglia pordenonese di orafi e artisti, tra cui lo scultore Antonio Marsure (Pordenone, 1807 – 1855). A Trieste conoscerà Nera Micheli, che sposerà il 31 dicembre 1933. Morirà a Padova il 19 febbraio 1983.

[2] Delibera Giunta Municipale N2422 12/08/1985
[3] Delibera Giunta Municipale N734 29/02/1988
[4] Delibera Giunta Municipale N940 29/03/1989
[5] Inizio lavori 28.07.1989 - sospesi il 20.09.1989 ripresi 02.04.1990 - sospesi 05.04.1990 ripresi 15.01.1991 conclusi 05.02.1991
[6] Delibera Giunta Municipale N3424 12/10/1990


[7] Siliquastro, nome scientifico Cercis siliquastrum, più noto come albero di giuda, a questa pianta sono legate diverse leggende, la più diffusa vuole che a uno dei suoi rami si fosse impiccato Giuda Iscariota, distrutto dal rimorso di aver tradito Gesù. Il nome potrebbe derivare da un errore di traduzione dal francese "arbre de Judée" (albero della Giudea), luogo dove questo tipo di albero è molto diffuso. In molti luoghi è conosciuto come albero dell'amore, forse perché in alcune varietà le foglie si presentano con una romantica forma a cuore.

[8] Nel 1923 venne demolito il fontanone pubblico di foggia orientaleggiante realizzato nel 1851 dall'ingegner Giuseppe Sforzi, per permettere l'edificazione, per opera dell’impresa Ghira e Polacco, del nuovo imponente palazzo che sarà concluso nel 1925 e ospiterà la sede della casa di spedizioni S.A.I.M.A. (Società Anonima Innocente Mangili Adriatica) e dalla metà degli anni trenta anche gli uffici della Società Prodotti Alimentari G. Arrigoni, dal 2014 diviene la prestigiosa sede della società di assicurazioni Genertel.

[9] L'Organizzazione Todt (OT) fu una grande impresa di costruzioni che operò dapprima nella Germania nazista e poi in tutti i paesi occupati dalla Wehrmacht impiegando il lavoro coatto di più di 1.500.000 uomini e ragazzi.
Creata dall'ingegnere Fritz Todt, Ministro degli Armamenti e degli Approvvigionamenti, l'organizzazione operò in stretta sinergia con gli alti comandi militari durante tutta la Seconda Guerra Mondiale. Il principale ruolo dell'impresa era la costruzione di strade, ponti e altre opere di comunicazione, vitali per le armate tedesche e per le linee di approvvigionamento, così come per la costruzione di opere difensive.

[10] Lettera del 3 aprile 1945 ...State in pace per loro sono regolare alla Todt, ma non capisce come potendo avere una regolare tessera, che ho veduto con tanto di timbri di pagamento io abbia una falsa. Questo è per loro il punto oscuro... Santo Dio, datevi un po' di pace. Ci sono tra noi casi un po' più gravi del mio, eppure tutti sono sereni e allegri... State dunque un po' tranquilli sul mio conto e se volete sollecitamente un colloquio chiedetelo direttamente al maresciallo...


Stralcio della lettera originale scritta da Pino alla sua amata Laura il giorno precedente alla sua morte.
Proprietà del  civico Museo di San Sabba. 


[11] Laura mia                                                        5 aprile 1945
Mi decido di scrivere queste pagine in previsione di un epilogo fatale e impreveduto. Da due giorni partono a decine uomini e donne per ignota destinazione. Può anche essere la mia ora. In tale eventualità io trovo il dovere di lasciarti come mio unico ricordo queste righe.
Tu sai, Laura mia, se mi è stato doloroso il distaccarmi, sia pure forzatamente da te, tu mi conosci e mi puoi con i miei genitori, voi soli, giustamente giudicare. Se quanto temo dovrà accadere sarò una delle centinaia di migliaia di vittime che con sommaria giustizia in un campo e nell’altro sono state mietute.
Per voi sarà cosa tremenda, per la massa sarà il nulla, un’unità in più ad una cifra seguita da molti zeri. Ormai l’umanità s'è abituata a vivere nel sangue. Io credo che tutto ciò che tra noi v’è stato, non sia altro che normale e conseguente alla nostra età, e son certo che con me non avrai imparato nulla che possa nuocerti né dal lato morale, né da quello fisico. Ti raccomando perciò, come mio ultimo desiderio, che tu non voglia o per debolezza, o per dolore, sbandarti e uscire da quella via che con tanto amore, cura e passione ti ho modestamente insegnato.
Mi pare strano, mentre ti scrivo, che tra poche ore una scarica potrebbe stendermi per sempre, mi sento calmo, direi quasi sereno, solo l’animo mi duole di non aver potuto cogliere degnamente, come avrei voluto, il fiore della tua giovinezza, l’unico e più ambito premio di questa mia esistenza.
Credimi, Laura mia, anche se io non dovessi esserci più, ti seguirò sempre e quando andrai a trovare i tuoi genitori io sarò là, presso la loro tomba, a consigliarti, ad aiutarti.
L’esperienza che sto provando, credimi, è terribile. Sapere che da un’ora all’altra tutto può finire, essere salvo, e vedermi purtroppo avvinghiato, senza scampo dall’immane polipo che cala nel baratro.
E’ come divenir ciechi poco per volta.
Ora, con te sono stato in dovere di mandarti un ultimo saluto, ma con i miei me ne manca l’animo, quello che dovrei dire loro è troppo atroce perché io possa avere la forza di dar loro un dolore di tale misura. Comprenderanno, è l’unica cosa che spero. Comprenderanno.
Addio, Laura adorata, io vado verso l’ignoto, la gloria o l’oblio, sii forte, onesta, generosa, inflessibile,l. Sarai santa.
Il mio ultimo bacio a te che comprende tutti gli affetti miei, la famiglia, la casa, la patria, i figli.
Addio Pino



[12] Il monumento celebrativo aveva fatto sorgere scontri e polemiche sulla sua collocazione prima ancora di essere realizzato. Nel 1926 era stato bandito un concorso per un monumento da inserire in piazza Oberdan, la commissione insoddisfatta dei bozzetti presentati affidò il lavoro ad Attilio Selva (Trieste 1888 – Roma 1970), maestro di chiara fama, ma al momento oberato di ordinazioni, il quale presentò il bozzetto solo due anni dopo. Si trattava di un'opera imponente, che aveva per base una struttura architettonica in pietra formata da un'ara con delle scale che conducevano a un altare sul quale era posto il gruppo bronzeo formato dalla vigorosa figura di Guglielmo Oberdan affiancata da due geni alati che simboleggiavano la "Patria" e la "Fede", in basso due figure curve rappresentavano le forze brute "vinte e fugate dalla luce dell'idea", il tutto incorniciato da due colonne che davano solennità alla composizione. Furono costruiti dei modelli a grandezza naturale dell'imponente basamento con l'obiettivo di valutarne l'impatto visivo: nel 1930 venne posto in piazza Oberdan, l'anno successivo sulla sommità della scala dei Giganti, dove ancora non era stata costruita la fontana; nel primo caso risultò troppo ingombrante anche per l'ampia piazza, inoltre ostacolava la vista del Palazzo di Giustizia, alle discussioni sulla collocazione ideale si aggiunsero le polemiche per il notevole costo delle prove.

Negli anni '30 la prima prova di posizionamento del modello dell'imponente parte architettonica dell'opera venne fatta in piazza Oberdan. Nonostante la vastità della piazza venne considerato eccessivo, soprattutto perché impediva la vista del Palazzo di Giustizia.
Foto personale da CMSA esposto al Museo del Risorgimento.

Per risolvere la diatriba nel 1932 Umberto Nordio, iniziati i lavori per la Casa del Combattente, propose di prolungare l'edificio con un ampio porticato che potesse custodire al suo interno la cella e il monumento in bronzo privato dalla struttura architettonica in pietra e da due figure. Per la commemorazione del cinquantenario della morte di Oberdan l'opera non era ancora ultimata e Selva presentò la figura del patriota in gesso patinato bronzo. Solo nel 1934 ci sarà un'imponente cerimonia per l'inaugurazione della monumentale opera bronzea dedicata a Oberdan e per la Casa del Combattente, alla presenza del duca d'Aosta Amedeo di Savoia e di un'enorme folla.




Bibliografia
Delibera Giunta Municipale    2422 - 1985 - Archivio del Comune
Delibera Giunta Municipale      734 - 1988                    "
"                  "                "            940 - 1989                    "
"                  "                "          3424 - 1990                    "
"                  "                "          4117 - 1991                    "
"Il Piccolo" 24 settembre 1989
"Il Piccolo" 15 settembre 1990
"Il Piccolo" 22 ottobre 2008
"Il Piccolo" 07 aprile 2007
Marcello Mascherini "l'acrobata gioioso [...] che parla e scrive" di Massimo De Grassi
Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della resistenza 1943 - 1945 di Mimmo Franzinelli
Catalogo della mostra "Scritte Lettere e voci: tracce di vittime e superstiti della Risiera di San Sabba" curato da Francesco Fait - civico Museo di San Sabba 2014

lunedì 16 marzo 2020

Bagno galleggiante "San Giusto" di Giacomo Sauro


12 giugno 1899 varo di "poppa"del bagno galleggiante San Giusto dallo scivolo del cantiere Martin di Capodistria.
Foto Cherini/cantieri.

È insito nei triestini l'amore per il mare, per l'effetto benefico e tonificante dell'acqua o anche solo per il piacere di un'immersione i ceti meno abbienti frequentavano i pochi tratti di spiaggia dei bagni pubblici e i più benestanti le strutture balneari attrezzate. La nostra città fu all'avanguardia in quelli che venivano definiti "bagni galleggianti", formati da una piattaforma in legno sorretta da un sistema di botti e cassoni, sopra la quale veniva costruita una struttura con ambienti comodi, ben arredati e persino servizi di ristoro; primo fu il "Soglio di Nettuno" inventato da Domenico D'Angeli nel 1823.
Visto il grande apprezzamento dei cittadini, sul modello della prima seguirono altre strutture: nel 1830 vennero aperti "La scuola militare di nuoto", in Sacchetta, fissata alla parte interna del molo Teresiano (Fratelli Bandiera) e il "Bagno galleggiante Boscaglia"; nel 1858 il "Bagno Maria", lo stabilimento più grande ed elegante della città. A questi si aggiunsero alcune strutture stabili, il 1890 vide la nascita del primo nucleo di quello che sarà il Bagno Excelsior a Barcola, a opera di Alessandro Cesare e lo stesso anno venne inaugurato il raffinato "Bagno Fontana", sul lato esterno del molo Teresiano (oggi Fratelli Bandiera), ma rimasero ancora molto apprezzati i bagni galleggianti, che previa richiesta di permesso al Governo Marittimo potevano venir trainati e ormeggiati ovunque a Trieste lungo le Rive dove vigeva il divieto di balneazione o in altre zone dove le spiagge erano difficilmente raggiungibili dalla strada.

In questo contesto si inquadra la storia di Giacomo Sauro (1852- 1922)[1] padre di Nazario, che dopo una vita di lavori estremamente logoranti aveva deciso di impegnarsi nell'attività turistica con la gestione di bagni e ristoranti.
Giacomo, uomo ricco di spirito d'iniziativa, aveva cominciato giovanissimo la carriera marittima solcando i mari, per poi passare alla pesca, che si rivelò però poco redditizia, portandolo a trasferire la famiglia in Francia, dove divenne imprenditore di costruzioni navali e recuperi marittimi, impegnandosi nel lavoro di palombaro, attività che continuò al suo rientro a Capodistria.
Proprio in questa cittadina, nell'area dall'ex cantiere Martin di Capodistria fece realizzare su suo progetto il bagno galleggiante "San Giusto", il cui insolito varo ebbe luogo il 12 giugno 1899, presenti le autorità e molti cittadini attirati dalla curiosa novità. Per l'occasione, come di regola, venne issato il piccolo pavese con il vessillo dell'impero Austro-ungarico, Sauro avrebbe probabilmente preferito innalzare la bandiera italiana, cosa ovviamente non possibile, ma per tutti gli anni a seguire sul suo bagno sventolò solo la bandiera triestina con l'alabarda bianca in campo rosso e secondo alcune fonti persino su un palo verde [2].


Giacomo Sauro detto "el Bareta" (Capodistria, 1852 - 1922)


Bagno San Giusto nel mare di Punta Grossa 
In Istria lo stabilimento veniva chiamato "bagno Bareta", soprannome di Giacomo Sauro, dovuto all'abitudine sua, o forse di un antenato, di non togliersi mai il copricapo, tale appellativo venne inoltre esteso alla località che si trova, provenendo da Trieste, poco prima di superare Punta Grossa, luogo dove Sauro ormeggiò il bagno San Giusto e dove aveva costruito un ristorante molto apprezzato, nello stesso terreno sorgevano inoltre da tempo dei magazzini per conservare quanto recuperato dai navigli affondati, lavoro che, se pur in modo sporadico, continuava più che altro per passione.
La struttura balneare fu da subito molto frequentata, piuttosto ampia offriva diversi servizi per soddisfare le esigenze dei suoi ospiti, una vasta sala conversazione con un buon ristorante e culminava con un ampio terrazzo nel quale si godeva una piacevole frescura grazie a una copertura di grandi teli messi a protezione dal sole.
Il bagno era dotato di un solido molo galleggiante sul quale attraccavano i vaporetti provenienti da Trieste e da altre cittadine della costa, fra le varie imbarcazioni vi era anche il Carpaccio, con al comando il figlio Nazario, una vecchia torpediniera radiata della marina austriaca acquistata da Sauro e adattata allo scopo, piuttosto scomoda, ma veloce. Questi mezzi di trasporto permettevano un collegamento turistico economico in quanto i proprietari li utilizzavano anche per il trasporto di merci, a Trieste partivano dalla riva del Mandracchio, dove si vedeva un avvicendarsi di vaporetti e un gran movimento di merci e persone. Il servizio per Capodistria era attivo dal 1868, negli anni successivi venne offerto un collegamento regolare sia verso le coste occidentali con Grignano, Duino, Sistiana, ecc., che verso le città costiere dell'Istria e della Dalmazia.


I vaporini e il figlio Nazario
Vorrei soffermarmi su alcuni avvenimenti che ci permettono di conoscere un aspetto inusuale di Nazario Sauro (Capodistria 1880 – Pola 1916). La linea di vaporetti che collegava Trieste con Capodistria solitamente era gestita da società e capitali capodistriani, la concorrenza, in particolare se di altre città, non era ben vista e spesso sorgevano scontri e discussioni; bisogna infatti pensare che dai primi del '900 il movimento dei vaporini nel porto di Trieste era molto intenso, le banchine erano affollate e contese e l'approdo un problema concreto per le autorità portuali. Creò particolare insofferenza la nascita della Società di Navigazione a Vapore “La Veloce”, il cui nome era tutto un programma, fondata da un gruppo armatoriale con alla direzione Virgilio Cosulich, che istituì una nuova linea di collegamento con Capodistria con “Lampo”, un piroscafo di nuova concezione.


Il capitano Nazario Sauro sul ponte di comando del San Giusto 1911.
Foto da - Archivio Storico Digitale "Patria Italia".

Nazario Sauro era propenso alle "guasconate" rivolte al vaporino della concorrenza, esemplare l'episodio del 31 agosto 1911 che accadde mentre era al timone del "San Giusto", dopo aver lasciato il porto di Trieste alla volta di Capodistria contemporaneamente al "Lampo", quel giorno comandato dal capitano Ferrari; i due piroscafi si lanciarono in una specie di gara procedendo affiancati a una distanza di circa 40 metri, superata la Lanterna il “Lampo” veniva investito a poppa dal "San Giusto", creando grande panico fra i passeggeri e danni all'imbarcazione. Prontamente la Società "La Veloce" scrisse una lettera di protesta alla Società "Capodistriana" accusandola dell'incidente, testimoni che avevano assistito al fatto sostennero però che era stato il capitano Ferrari a tagliare la strada al capitano Sauro e anche la commissione d'inchiesta sollevò quest'ultimo da ogni responsabilità, pur non evitandogli l'arresto a seguito delle ingiurie rivolte a gran voce contro il capitano del "Lampo" e contro il governo austriaco.


I vaporetti ormeggiati lungo la riva della Sanità prima dell'interramento, il palazzo sede del Governo Marittimo verrà demolito nel 1910 assieme ad altri fabbricati per permettere la costruzione dell'Albergo Excelsior, più avanti la riva del Mandracchio e il palazzo del Lloyd Austro-Ungarico costruito nel 1883.
Foto CMSA.

Il vaporetto proveniente da Capodistria incredibilmente affollato sta per approdare alla riva del Mandracchio, una moltitudine di persone è probabilmente in attesa di salire sull'imbarcazione. Il servizio di vaporetti per Capodistria era attivo dal 1868, negli anni successivi venne offerto un collegamento regolare sia verso Grignano, Duino, Sistiana, ecc. che verso Muggia e le città costiere dell'Istria e della Dalmazia.
Dettaglio di una foto collezione Sergio Sergas.


L'incendio del 1904
Ritornando al tema principale dell'articolo, durante il periodo invernale il bagno galleggiante veniva trainato in una zona riparata della Val Stagnon, presso al Macello Comunale di Capodistria (oggi non più esistente), dove il 4 marzo del 1904 venne completamente distrutto assieme al suo contenuto di mobili, biancheria e stoviglie da un incendio causato probabilmente da un vagabondo che vi si era rifugiato per la notte; fortunatamente lo stabilimento aveva una copertura assicurativa e la stagione successiva Sauro aveva già fatto costruire una nuova struttura che rimase nelle acque limpide di Punta Grossa sicuramente fino all'inizio del primo conflitto mondiale.


Un'eccezionale foto del 1901 scattata dal colle di Servola, dal quale si vedono i primi interramenti per la realizzazione dello scalo dei legnami, segue l'Ospizio Marino con la spiaggia riservata ai bambini malati, sulla sinistra il bagno galleggiante San Giusto collegato alla spiaggia da un lungo ponte, sullo sfondo il cantiere San Marco. A destra dell'attuale via Italo Svevo il colle di Chiarbola è ancora un'area verde con poche costruzioni e diverse campagne, vigneti, frutteti, orti e giardini. Lungo la via dei Lavoratori, poi via Don Giovanni Bosco, spiccano le case popolari conosciute come "Case dei cantierini" dove alloggiavano i lavoratori del Cantiere San Marco.
Foto collezione Dino Cafagna.


Il "San Giusto" sotto Servola
A seguito del successo del primo bagno galleggiante, nel 1901 Sauro ne fece costruire un secondo, al quale diede lo stesso nome e che venne ormeggiato in un tratto di mare sotto il colle di Servola.
In questo periodo i lavori di interramento erano appena iniziati per cui la Strada per Servola era ancora fiancheggiata dal mare, lungo la costa si trovavano alcuni stabilimenti balneari popolari e fino agli ultimi anni del 1800, quasi sotto il colle di Servola si trovava un arenile dove la borghesia usava galoppare nell'acqua bassa per rinfrescare i cavalli e irrobustirli, in quanto era ritenuto che l'acqua di mare portasse benefici anche a questi animali.

Nel nullaosta per la concessione rilasciato a Sauro dal Governo Marittimo vengono riportate diverse indicazioni, alcune comuni a tutti i bagni galleggianti, fra le quali: l'obbligo per il proprietario di liberare la posizione in caso di necessità senza poter pretendere alcun indennizzo, di rimuovere alla fine della stagione ogni costruzione provvisoria e ripristinare lo stato originale dell'area, di tenere a disposizione una barca per l'eventuale trasporto dei passeggeri, inoltre nel documento veniva assegnata la collocazione del bagno fra la Spremitura d'Oli Vegetali [3] e l'Ospizio Marino [4], con la condizione che venisse mantenuta una distanza non inferiore ai 50 metri dalla baracca del bagno popolare e, per motivi d'igiene e sanità, non inferiore ai 200 metri dall'Ospizio Marino, edificio costruito grazie alla Società Amici dell'Infanzia e inaugurato il 18 giugno 1893, che ospitava i bambini affetti da scrofola e che aveva a disposizione una spiaggia dal momento che a quel tempo la talassoterapia era la sola cura per questa malattia. Sauro ottenne inoltre il permesso di costruire un pontile in legno da collegare al bagno mediante un ponte levatoio, in modo da permettere un comodo accesso ai bagnanti.


La posizione del Bagno San Giusto assegnata dal Governo Marittimo era a 200 metri dall'Ospizio Marino (in alto a destra) davanti al quale si vede l'attuale via Italo Svevo, 50 metri dal bagno popolare, un po' più in basso lungo la costa e adiacente si vedono gli edifici della Spremitura Olii Vegetali, contrassegnato con il n°115 il Cantiere San Marco.
Dettaglio di una mappa del 1902 collezione Dino Cafagna.


La parte finale del passeggio Sant'Andrea, poi strada per Servola, ombreggiata da alberi continuava in salita fino al villaggio omonimo dove si stagliano la chiesa e il campanile di San Lorenzo, in primo piano le acque tranquille della piccola baia, sparita con gli interramenti realizzati per lo scalo legnami.
Litografia colorata a mano, disegno di Marco Moro del 1854.


La stagione seguente (1902), per comodità dei bagnanti il galleggiante venne ormeggiato più vicino alla riva e Sauro si trovò con ben 60 metri di pontile inutilizzato, per cui chiese e ottenne dal Governo Marittimo il permesso di posizionarlo trasversalmente alla struttura galleggiante e di collocarvi 18 cabine in legno, in questo modo oltre che ampliare l'area del bagno poteva disporre di un maggior numero di spogliatoi, sempre molto richiesti dalle signore.
Per ogni stagione estiva Sauro dovette corrispondere all'Amministrazione Marittima un canone di 40 corone per l'ormeggio del bagno e in questo caso anche l'uso di un tratto di spiaggia.


Trasferimento a San Pietro D'Orio
Causa l'esposizione ai venti della zona e l'inizio dei lavori di interramento di un tratto di mare per la realizzazione di una vasta area sulla quale trasferire da Campo Marzio lo scalo legnami, nel 1903 Sauro presentò domanda al Governo Marittimo di trasferire lo stabilimento galleggiante a San Pietro D'Orio (un'isola della laguna di Grado), chiedendo di poterlo collocare nella parte interna del banco foraneo, dove iniziò l'attività la stagione stessa. Per il primo anno il Governo Marittimo chiese che gli venisse corrisposto, quale incoraggiamento, un modesto canone di ricognizione [5] di 10 corone.

Disegno con illustrata la posizione del bagno San Giusto (in rosso) a San Pietro D'Orio, presentato da Giacomo Sauro in allegato alla domanda del marzo 1903 per per la nuova collocazione adiacente all'isola della laguna di Grado.
Dettaglio della mappa conservata presso l'Archivio di Stato-Governo Marittimo busta 941.




Note

[1] Giacomo Sauro (Capodistria 1852-1922) apparteneva a una famiglia di origini romane che in seguito a un'eredità si era trasferita a Capodistria i primi anni dell'800, già da ragazzo aveva iniziato la carriera marittima navigando i mari di tutto il mondo. Dopo il servizio militare si imbarcò su un peschereccio, poi passò alla pesca in proprio sul suo piccolo motoveliero "San Nazario", nel 1879 si sposò con Anna Depangher (1857- 1919), abitavano a Capodistria in una modesta casa in piazzale dei Pescatori quando il 20 settembre 1880 nacque il primogenito al quale venne dato il nome del nonno paterno: Nazario, che è anche il patrono di Capodistria; con la nascita del figlio i proventi ricavati dalla pesca non furono più sufficienti e dopo otto mesi si trasferirono a Cette (oggi Sète), città costiera nel sud della Francia, dove Giacomo svolse molteplici attività, divenendo infine imprenditore di costruzioni navali e recuperi di bastimenti naufragati lavorando in prima persona come palombaro, un mestiere faticoso e pericoloso che rendeva discretamente. Nel 1883 nacque la figlia Maria e in quel periodo Nazarì, così veniva chiamato il piccolo Nazario nella regione della Linguadòca (nome che gli resterà anche dopo il ritorno in patria) ebbe un incidente di gioco che gli lesionò l'occhio. Nel 1886 in Francia scoppiò un'epidemia di colera che indusse la famiglia a far ritorno a Capodistria. Giacomo, dopo aver iniziato un lavoro come interprete, spinto dalla passione per il mare riprese l'attività nel settore di recuperi marittimi, specializzandosi nelle complesse operazioni salvataggio dei bastimenti naufragati, all'avanguardia per i tempi, fu il primo palombaro nella penisola istriana. Per un periodo lavorò nei recuperi in collaborazione con il figlio Nazario, che poco incline agli studi, nonostante il parere contrario del padre, preferì abbandonarli dimostrando notevoli doti marinaresche.
Nel 1897 Giacomo aprì un ristorante a Punta Grossa, dal 1899 si dedicò alla gestione di alcuni stabilimenti balneari, nei primi anni del 1900 acquistò "Il Carpaccio", che al comando del figlio Nazario veniva impiegato per il trasporto di merci e passeggeri tra Capodistria e Trieste.
Giacomo nell'estate del 1915, mentre si trovava a Punta Grossa, dove aveva un ristorante e lo stabilimento balneare, in una notte di vento e pioggia era uscito in barca con una lampada per rinforzare le cime che assicuravano il bagno, accusato di tentata fuga e di segnalazioni a piroscafi nemici venne arrestato e condotto alle carceri di via Tigor, sebbene l'accusa fosse caduta, in seguito al piano di sfollamento di gran parte degli istriani previsto dall'impero Austro-Ungarico, fu internato a Katzenau, poi trasferito a Mittergrabern, dove si ricongiunse con la moglie e la figlia Maria, dalla quale venne a sapere della morte del figlio Nazario a Pola il 10 agosto 1916, in seguito a una condanna inflittagli dal tribunale militare austriaco per alto tradimento. Nell’aprile del 1917, deciso lo scioglimento dei campi di internamento, anche i Sauro furono liberati, Giacomo e la moglie Anna furono ospitati nella casa della famiglia Gambini a Semedella. Alla fine della guerra la situazione politica mutò e l'Istria entrò a far parte del Regno d'Italia, la salma di Nazario venne esumata e il 26 gennaio 1919 Giacomo e Anna Sauro ebbero la possibilità di assistere alla sepoltura del figlio in forma solenne nel cimitero di Marina di San Policarpo a Pola, lo stesso giorno l’Ammiraglio Umberto Cagni consegnò alla madre la medaglia d’oro al valor militare alla memoria del capitano.
Provata dalla detenzione e dalla sofferenza Anna Depangher si spense il 7 dicembre 1919 e Giacomo il 9 gennaio 1922.


[2] pag. 22 "Nazario Sauro - Storia di un marinaio" di Romano e Francesco Sauro.


[3] Lo stabilimento della S.A. Spremitura Oli Vegetali, costruito nel 1893 a Sant'Andrea in una posizione che permetteva di usufruire del trasporto marittimo per il ricevimento delle materie prime e l'imbarco del prodotto finito, per il traffico terrestre era stato realizzato un allacciamento ferroviario con la vicina stazione di Sant'Andrea. Ai suoi inizi poteva fornire una lavorazione di circa 300 quintali di semi al giorno. Nel 1901 e 1914 la fabbrica venne distrutta da due incendi, entrambe le volte ricostruita, ampliata e dotata di nuovi macchinari riuscì a riprendersi, raggiungendo nel 1909 una lavorazione giornaliera di 300.000 quintali di semi oleosi.
Durante la prima guerra mondiale l'attività dello stabilimento subì un arresto di quasi cinque anni, dopo questo periodo la società si trovò in serie difficoltà e nel 1919 lo stabilimento venne acquisito da Egidio Gaslini. Dopo la riorganizzazione e l'acquisto di nuovi macchinari occupava una superficie di 65.000 mq e con l'impiego di 400 operai giornalmente venivano lavorati 1200 q. di semi vari, in breve tempo riuscì a incrementare la produzione ed estese l'attività con l'acquisto di altri impianti in regione e nel Veneto.


[4] La "Società degli Amici dell'Infanzia" venne fondata il 20 aprile 1884 con il compito di prendersi cura dei bambini delle classi più disagiate.
Fra i vari progetti che si prefiggevano di realizzare vi era un "ospizio marino" per la cura dei bambini affetti da scrofola, a quel tempo l’unico modo per contrastare la malattia era quello di nutrire bene le persone e farle respirare aria pulita, come poteva essere quella vicino al mare.
Il 20 luglio del 1884 inaugurarono il primo ospizio marino in "Villa Rieter", l'edificio preso a pigione si trovava in una zona denominata Isella, quasi di fronte al cantiere San Marco, in quel periodo ebbero la possibilità di utilizzare la spiaggia messa a disposizione dai proprietari del cantiere e i primi risultati furono incoraggianti. Avendo l'esigenza di un edificio di proprietà raccolsero i fondi per la costruzione lanciando una lotteria, grazie a questa e altre donazioni iniziarono i lavori per la nuova struttura dotata di un'ampia spiaggia in una zona sotto il villaggio di Servola, l'Ospizio Marino venne inaugurato il 18 giugno 1893. Verso il 1904 la spiaggia sparì con i lavori di interramento per la realizzazione dello scalo dei legnami e per continuare i trattamenti di cura al mare gli Amici dell'Infanzia furono costretti a cercare un nuovo ambiente per i bambini, fortunatamente la Società per la lotta contro la tubercolosi di Trieste offrì una loro proprietà ad Ancarano, dove grazie alla Croce Rossa austriaca vennero create due baracche prefabbricate vicino al mare, gli ottimi risultati ottenuti portarono all'acquisto di un terreno in quella zona e all'inizio dei lavori per una struttura stabile inaugurata nel 1909.
Nel 1905 l'edificio appena lasciato (l'ex Ospizio Marino) venne assegnato alla società di navigazione Austro-Americana per ospitare gli emigranti in attesa d'imbarco verso gli Stati Uniti d’America. Nel 1912 questa pensione, più nota come "Casa dell'Emigrante", subì un importante restauro, venne alzata di ben tre piani e fu completamente rinnovata. Nel 1914 l'edificio fu trasformato in ospedale militare con una capacità di oltre 500 degenti, nel 1946 divenne ricovero per gli esuli e i profughi, dal 1972 è diventato la Scuola Media Svevo, Scuola Elementare Lovisato, oggi è sede dell'Istituto Comprensivo "Italo Svevo" e si trova al n° 15 di via Italo Svevo (denominazione apposta con Delibera Consigliare n 60 del 6-4-1956).


[5] Il Canone di Ricognizione ha natura giuridica di entrata di carattere patrimoniale quale corrispettivo dovuto dall'utilizzatore del bene pubblico al Comune a titolo di compenso, il valore è proporzionale all'occupazione e al vantaggio che l'utente ne ricava.




Bibliografia
Sito web di Aldo e Corrado Cherini - Cantieri e armamenti giuliani minori - Capodistria 1841-1945.
Aldo Cherini "Memorie di un internato in Austria" (1915- 1917).
Aldo Cherini "La linea di Navigazione costiera a corto raggio tra Capodistria e Trieste".
Aldo Cherini "Vaporetti e capitani in attività a Capodistria".
Il Risorgimento economico della Venezia Giulia di Giuseppe Mastrolonardo 1921.
Nazario Sauro storia di un marinaio di Romano e Francesco Sauro.
Diario capodistriano 1904-1920.
Archivio di Stato Governo Marittimo busta 941.
San Vito" A.Seri e S. Degli Ivanissevich.
La vita di Nazario Sauro di Carlo Pignatti Morano 1922.