giovedì 16 luglio 2015

"El Spazzacamin"




Il mestiere dello spazzacamino è molto antico, un lavoro duro, meticoloso e piuttosto impegnativo. Nelle norme preventive contro gli incendi contenute nell'ordinanza del Governatore Hamilton del 1754 si parla, in caso d'incendio, di attivare i corpi degli spazzacamini dislocati nei vari rioni di Trieste e fino al 1861 gli spazzacamini hanno continuato ad affiancare il corpo dei pompieri nello spegnimento degli incendi.  
   
In tempi più recenti per molte famiglie era una visita abituale. Io lo ricordo con la divisa nera, un gran cinturone e un berretto. Prima del sua arrivo la nonna copriva con dei teli tutti i mobili della cucina, anche se ogni spazzacamino vantava che la sua abilità lo portava a non sporcare. In realtà era impossibile non far volare la fuliggine.
I suoi attrezzi da lavoro erano scopette, raschietto, riccio, peso, un sacchetto da mettere in testa se doveva entrare nel camino, un sacco per riporre la fuliggine e la scala.

Il riccio è formato da più strati di lamine disposte a raggiera, solitamente era formato con materiali di recupero, tipo molle di grandi orologi. 
Un altro metodo, che però io non ho mai visto, prevedeva l'uso di una massa di rovi o del pungitopo.
"Riccio" foto tratta dal Museo dello Spazzacamino
Dal tetto, attraverso il camino, veniva calata una fune, quando usciva dalla canna legavano alla cima un mazzo di rami di pungitopo, che veniva adattato al momento, poi ritiravano la corda e le pareti della canna fumaria venivano raschiate. Il riccio funzionava nel senso inverso, cioè veniva calato dall'alto con un peso alla fine.



Cartolina benaugurale spedita dall'Austria a Barcola.
Foto coll. G. Arcion



           


    



A Natale gli spazzacamini andavano nelle case a lasciare un simpatico  calendarietto augurale in cambio di una piccola offerta
               


Trieste 1928   foto da "Friuli Occidentale" La Storia

Il loro patrono è San Floriano, lo stesso dei "pompieri", che viene festeggiato il 4 maggio (mentre il patrono dei Vigili del Fuoco è Santa Barbara).
L'unico "Museo dello Spazzacamino" in Italia si trova a Santa Maria Maggiore in Valle Vigezzo.

domenica 5 luglio 2015

Cappella Conti e la Madonna dei Fiori

Facciata della Cappella Conti sopra l'ingresso il cartiglio con l'iscrizione e nella nicchia le statue della Sacra Famiglia

La cappella Conti detta anche della Santissima Trinità o della Sacra Famiglia venne fatta costruire nel 1732, nella scomparsa via di Rena, dal nobile Stefano Conti accanto alla sua casa padronale. La famiglia Conti era originaria di Brindisi e tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento si trasferì a Trieste, venne onorata di un seggio nel Consiglio dei patrizi e dell'iscrizione nel Libro d'oro della nobiltà con il predicato nobiliare Conti di Cedassamare.

La cappella portava sulla facciata una nicchia, dentro la quale c'era la rappresentazione della Sacra Famiglia, sopra l'ingresso un cartiglio riccamente decorato con volute e foglie d'acanto che riporta l'iscrizione della quale Antonio Tribel dà la seguente traduzione " A Gesù, Maria, Giuseppe e tutta la sacra famiglia in cielo, questa casa insieme colle adiacenti, da Stefano de Conti eretta, acciocché di Conti la famiglia protegga, in morte accolga. Questa egli stesso con amore pose e pietosamente dedicò" (Oggi le statue e il cartiglio si trovano all'orto lapidario).

Le statue della Sacra Famiglia che si trovavano nella nicchia posta sulla facciata della cappella 


Il cartiglio con l'iscrizione che era posto sopra l'ingresso della cappella

IESU.MARIAE.IOSEPHO-AC-TOTI SACRAE IN COELIS FAMILIAE-AEDEM HANC VNA CVM ADIACENTIBVS-A STEPHANO DE COMITIBVS FVNDITVS CONDITIS-VT-DE COMITIBVS-FAMILIAM-VIVENTEM PROTEGAT MORIENTEM RECIPIAT- IPSE MET- 
ENIXE POSVIT SICQVE PIE DICAVIT

Sommando le lettere maiuscole si ottiene la data di costruzione della chiesa.

Il 21 novembre 1738 vi celebrava la sua prima messa il neo sacerdote Felice, figlio di Stefano de Conti.
Il palazzetto era dignitoso e arredato con eleganza, nella sala adiacente alla cappella c'erano dei fori che permettevano alla famiglia Conti di seguire le funzioni religiose rimanendo in casa.
La Cappella fu soppressa nel 1784 a seguito del decreto dell'imperatore Giuseppe II, ma fu conservata come oratorio privato. Nel 1789 venne levata la campana e assieme a due messali trasportata nella villa della famiglia Conti a Barcola. Nel 1830 l'edificio venne affittato alla Confraternita dei Calafati i quali vi collocarono il loro antico crocefisso ligneo e un gonfalone.

Vicino alla cappella c'era un'osteria con un campo di bocce, sul bordo del quale stava un busto di Madonna in marmo bianco alabastrino, trovato dall'oste Ferdinando Patarga da Sinigaglia detto "Fior" in una campagna sotto il Castello di San Giusto e per un collegamento con il nome dell'oste popolarmente venne chiamata "Madonna dei fiori". Si racconta che la Madonna venne colpita da una boccia scagliatale contro da un giocatore arrabbiato, sulla parte colpita apparve una macchia sanguigna, per questo il busto è conosciuto anche con il nome di "Madonna della Borela". A seguito di questo evento i Calafati reclamarono la scultura della Vergine con il bambino e la collocarono all'aperto nell'androna delle Pancogole, affinché il popolo potesse pregare e osservare quello che era ritenuto un miracolo, in seguito la posero nella loro cappella su un altare in legno costruito appositamente con la collaborazione dell'oste "Fior", poi con il permesso del vescovo, il 15 ottobre 1849, mentre infuriava un'epidemia di colera, la portarono in processione. L'epidemia cessò e la Vergine divenne oggetto di venerazione popolare, dopo il pontificale celebrato dal vescovo Bartolomeo Legat, il 21 novembre 1849 ci fu un importante corteo per le vie della città per grazia ricevuta, da allora in quella data viene celebrata la ricorrenza della Madonna della Salute.

In onore della Madonna vennero fatte molte incisioni, medaglie devozionali e riproduzioni in cera, mentre sulle pareti attorno al busto cinquecentesco si raccoglievano gli ex voto.
Sebbene nella chiesa non venissero celebrate le funzioni religiose era rimasta aperta al pubblico, molto frequentata e mantenuta con le offerte dei devoti, fino a che venne abbattuta nell'ottobre del 1939 con le opere di demolizione che coinvolsero cittavecchia, la statua della Madonna fu sistemata nella Cattedrale di San Giusto, l'8 settembre 1957, per iniziativa del Vescovo Antonio Santin, la Madonnina venne posta in una piccola cappella sotto il palazzo INAIL in via Teatro Romano, pressappoco dove un tempo si trovava la Cappella Conti. Questa cappelletta è stata ristrutturata nel 2001.

Nel 1962 l'altare maggiore della cappella Conti, con marmi intarsiati e disegni policromi, fu utilizzato come mensa nell'Altare del Crocefisso dedicato ai Dispersi di tutte le guerre nella chiesa della Beata Vergine del Rosario


Demolizione della Cappella Conti 1939

Interno della cappella a destra l'altare in legno con il busto cinquecentesco della Madonna con il Bambino circondato da doni e da ex voto.
Foto di Pietro Opiglia realizzata poco prima della demolizione - CMSA  



Interno della cappella di fronte sopra l'altare in tarsie di marmo che sarà utilizzato come "Altare del Disperso" nella chiesa della Beata Vergine del Rosario la tela che rappresenta la Sacra Famiglia.
Foto P.Opiglia  Musei Civici di Storia e Arte

Dal 1939 all'8 settembre 1957 la Madonna venne conservata nella Cattedrale di San Giusto 

La piccola cappella posta all'ingresso del palazzo dell'I.N.A.I.L. via del Teatro Romano, in primo piano il cancello in bronzo con le figure di San Sergio e San Giusto realizzate dallo scultore Marcello Mascherini.

I due panelli realizzati da Dino Predonzani raccontano il ritrovamento del busto della Madonna dei Fiori e la prima processione del 1849




Libri consultati:
Reminiscenze  Storiche di Trieste vol.II  Canonico Pietro Dott.Tomasin
Cittavecchia di Fabio Zubini
Passeggiata Storica per Trieste Antonio Tribel
Trieste storia ed arte tra vie e piazze Silvio Rutteri




venerdì 5 giugno 2015

El Melon e la Colonna dell'Aquila


Rappresentazione della piazza di Trieste nel 1765 dove, davanti alla chiesa di San Pietro, si può vedere la colonna con l'Aquila Imperiale.
Da "Passeggiata storica per Trieste" proprietà di A. Tribel - Carlo Lieger dis.


Il 4 aprile 1560 in piazza Grande, a quel tempo denominata piazza San Pietro [1], venne eretta in onore dell'imperatore Ferdinando I (1503-1564) che nel 1550 aveva promulgato la riforma degli Statuti Triestini, una colonna in pietra bianca sormontata da un'aquila imperiale dorata (o di marmo nero, per alcuni storici [2]), realizzata dallo scultore vicentino Francesco Graziani, denominata "la colonna dell'aquila". Le facce del capitello furono adornate con gli stemmi dell'Austria, di Trieste e del Capitano, dipinti da Giorgio Vincenti di Capodistria.
Il costo di quest'opera pesò considerevolmente sulle casse del Comune già gravate da debiti e altre spese, questo nonostante fosse stata probabilmente riutilizzata la colonna che nel 1508 nella stessa piazza aveva retto il leone di San Marco [3], anche l'iscrizione che, fra bassorilievi di scene d'armi, scudi ed emblemi, si trova su un lato del basamento, probabilmente non si discosta molto dalla precedente.



NUMINE SUB NOSTRO
FELICES VIVITE GENTES
ARBITRII VESTRI
QUIDQUID HABETIS ERIT
D.F.         I.R.

Sotto i nostri auspici vivete felici o cittadini e rimarrà quel che avete a vostra disposizione.



Su un altro lato della base, sotto un'immagine molto logorata si legge parzialmente la data in cui la colonna venne eretta "M.D.L.X." cioè 1560.
Foto Margherita Tauceri.

Nell'aprile del 1783, per evitare i frequenti allagamenti dovuti all'alta marea venne innalzato il livello del lastricato della piazza e in quell'occasione la colonna fu rimossa, riguardo a questo fatto Marco Pozzetto scrive [4] che nel 1782 il livornese Carlo Dini, direttore dell'Ufficio delle Fabbriche di Trieste, voleva che la colonna dell'aquila fosse tolta in quanto crepata in più punti e a rischio di crollo a causa del basamento sconnesso, inoltre in quella posizione ostacolava la rivista militare ed era opinione comune che fosse d'intralcio al transito dei carri e carrozze.
La colonna infatti venne tolta e dimenticata fino al 1843, dopo la sistemazione del piazzale della Cattedrale, che si presentava prima incolto e accidentato, qui fu posta su un nuovo piedistallo ottagonale con due ordini di gradini, l'aquila probabilmente si era persa durante qualche trasloco o rimossa all'epoca dell'occupazione francese assieme agli stemmi asburgici del capitello, sulla sommità venne posta una sfera di pietra con infissa la riproduzione del "Signum Sancti Sergi" [5], simbolo della città noto con il nome improprio di "alabarda" [6]; per questo motivo popolarmente venne definita "la colonna col melon", anche se la sfera in pietra non ha nulla a che vedere con l'acroterio della torre campanaria, simpatico emblema della nostra città.


  Il piazzale della Cattedrale in un'immagine di fine ottocento.
Il muro separa il piazzale da una proprietà privata, in fondo sopra al Bastione Rotondo si vede la "Casa del Capitano", parte del castello costruita fra gli anni 1468 - 1471 in origine formata da una casa fortificata affiancata da una torre, che dopo essere stata rimaneggiata e intonacata perse il suo aspetto originale per apparire come una comune abitazione, questo fino ai restauri degli anni '30 che coinvolsero tutta l'area del castello e riportarono questa struttura a una configurazione più simile a quella tardo medievale.
Foto da un'immagine stereoscopica CMSA modificata.


La colonna era un punto di aggregazione e unico ornamento del piazzale limitato dai muri che circondavano il vasto fondo con case, campagne e terreni alberati di proprietà di Davide Fischmann e di Giuseppe Popper, conosciuto anche come campagna Pillepich, nome dei precedenti proprietari. Sotto questa proprietà è nascosta la basilica romana che emergerà con gli scavi fatti alla fine degli anni '20.
Foto collezione Cosimo Sisto.


Sparite Aquile Imperiali e Alabarde l'unico emblema superstite del capitello è lo scudo del Capitano imperiale, il barone Antonio della Torre e Croce subentrato nel 1560 a Giovanni d'Hoyos.
Foto Sergio Sergas.


In quegli anni la piazza era più piccola di come la vediamo oggi, chiusa dai rustici muri che delimitavano i terreni alberati e le campagne vicine, rimase tale fino alla fine degli anni '20 quando il Comune acquistò i fondi per creare un maestoso parco per la collocazione del monumento ai Caduti della prima guerra, durante i lavori di scavo inaspettatamente emersero i resti della basilica civile romana. Per molti anni anche la cattedrale fu protagonista di un importante restauro che aveva l'obiettivo di ritrovare la struttura trecentesca, nel 1933 circa il piazzale della Cattedrale venne abbassato per riportarlo al livello medioevale e in quell'occasione fu necessario rialzare il piedistallo della colonna aggiungendo un gradino, portandone il totale a tre come li vediamo oggi.


A sinistra della Cattedrale la cappella di San Giovanni Battista, che fu battistero fino al 1861, con la facciata ancora nascosta dalla costruzione realizzata sull'antico portichetto per ricavare l'abitazione dei santési (sacrestani). Nella foto sotto: dopo i restauri del 1932 la facciata venne riportata alle forme del 1380, abbattendo le sovrastrutture ottocentesche, ricostruendo il portico con il soffitto a capriate e il pavimento in pietra.
Foto collezione Sergio Sergas.


I lavori che coinvolsero tutto il colle verso il 1933 arrivarono al sagrato e al piazzale che vennero abbassati di circa 50 centimetri per raggiungere il livello medievale, come si vede la colonna rimase sopraelevata rispetto al nuovo piano stradale, in questa occasione al piedistallo venne aggiunto un gradino.
foto collezione Sergio Sergas


Probabilmente per il passare del tempo e con i movimenti conseguenti ai lavori fatti nell'area attorno alla colonna "l'alabarda" s'inclinò, questo risulta abbastanza evidente nelle foto fatte dopo gli anni '50, un articolo de "Il Piccolo" del 4 settembre 1976 riporta la colonna con la sfera di pietra orfana dell'alabarda, che, dopo il dovuto restauro ritornò a occupare il suo posto non più sbilenca ma "fiera e impettita".






La colonna "del melon", sul capitello si vede uno stemma scalpellato e il foro lasciato da un altro,                                                                   probabilmente a incasso 
                                                              Foto Sergio Sergas.




L'acroterio medioevale in arenaria sormontato "dall'alabarda" era collocato all'apice dell'antica torre completata nel 1343, la decorazione a solchi verticali simili a spicchi ha fatto sì che venisse associato a un melone.
Foto collezione Sergio Sergas.

Il "melone" sormontato "dall'alabarda" è un altro degli emblemi della città, è un acroterio in pietra arenaria con 13 costolature simili a spicchi e proprio per questa caratteristica venne identificato con un melone, alto 1,13 metri, sull'anello posto alla strozzatura si trovava un'iscrizione in caratteri gotici in gran parte andata perduta: "JHS XPS REX VENIT IN PACE", in cui sono stati usati i cristogrammi, abbreviazioni molto diffuse nel periodo medioevale, con significato "Gesù Cristo re è venuto in pace". Oggi sono riconoscibili solo i caratteri segnati in neretto ed è probabile che fra le varie interpretazioni che ci sono pervenute questa sia la più attendibile; la frase è interrotta dopo "REX", presumibilmente da una data, e non ci sarebbe lo spazio per altre parole che vengono invece riportate da Ireneo della Croce "DEVS HOMO FACTUS EST" (Dio si è fatto uomo).


La parte posteriore del melone con quella che potrebbe essere una data intervallata da una croce.
Foto Margherita Tauceri.

L'attuale campanile, come attesta l'iscrizione posta sulla sommità dell'arco ogivale dell'ingresso, venne costruito fra il 1337 e il 1343 a rivestimento dell'antica torre romanica ormai instabile, durante questi lavori fu demolita la parte centrale del propileo romano e frammenti del fregio e alcuni bassorilievi con elmi, scudi, spade e corazze furono incastonati nelle mura.
La torre culminava con un alto tetto molto inclinato rivestito in pietra, tipico dell'architettura medievale sulla cui cuspide si trovava l'acroterio con l'alabarda, nell'aprile del 1421 venne colpita da un fulmine che la lesionò gravemente, il 10 maggio 1422 iniziarono i lavori di sistemazione che la portarono ad assumere l'aspetto attuale, con il tetto a quattro falde molto basso, rivestito in tegole; in quest'occasione l'acroterio venne tolto e rimase per anni appoggiato sul muro di fronte alla cattedrale, in seguito sarà spostato diverse volte, nel 1885 venne collocato nel giardino del Museo Lapidario, dove causa la friabilità della pietra calcarea venne danneggiato gravemente dalle intemperie, per proteggerlo nel 1925 fu trasportato nell'atrio del Museo. Dopo il restauro del 2001 il melone con l'alabarda venne posto all'ingresso del museo del castello.
Da precisare che la cosiddetta "alabarda" che la tradizione vuole sia stata fatta cadere da San Sergio la notte del suo martirio, è custodita nel tesoro della cattedrale, posata su un piedistallo cesellato in rame dorato.


L'emblema originale, che secondo la tradizione appartenne a San Sergio, viene custodita nel tesoro della cattedrale, alta cm. 54.5 è di ferro che non arrugginisce e non tiene la doratura. Alla base si nota un ingrossamento per l'inastatura.
Foto Margherita Tauceri.

Ritornando al melone, possiamo dire che questo è il simbolo della città più originale e allegro, che ben rappresenta lo spirito triestino e divenne protagonista in innumerevoli occasioni: diede diversi spunti umoristici al giornale politico satirico "Marameo "(1911 -1942), che creò la coppia "Zuca e Melon" che dibatteva su problemi di attualità, "El melon" fu il titolo di un giornale umoristico pubblicato a partire dal 1935, più recentemente (fino al 2007) fu il nome del pulmino del Gruppo Grotte della Trenta Ottobre, venne adottato come simbolo della "Lista per Trieste" (anche se graficamente era rappresentata la parte terminale della colonna di piazza della Cattedrale), nota anche come "la Lista del Melon", un partito che raccolse immediatamente le simpatie dei triestini e alle elezioni Comunali del giugno 1978 sconvolse le posizioni dei partiti sbaragliando la Democrazia Cristiana, concludo con l'immancabile presenza del melone nei testi di diverse canzoni, quali: "Bona Fortuna" [7], scritta nel 1891 con spirito patriottico da Felice di Giuseppe Venezian e "Che i cicoli che i ciacoli" [8].

Nella riproduzione si può vedere la torre campanaria trecentesca con il tetto a cuspide sormontato dal melone con l'alabarda
Dettaglio del disegno di Giulio De Franceschi per "Il Trecento a Trieste" di Giulio Caprin,
desunto dal modello della città di Trieste sorretto da San Giusto nell'affresco trecentesco dell’abside della Cattedrale.

Nella stampe si può vedere il melone nella sua collocazione successiva alla caduta dal campanile, appoggiato all'angolo del muretto, dove rimarrà fino al 1885.
A destra, nel cimitero abbandonato dal 1825, si vede la costruzione che ospitava il Cenotafio di J.J. Winckelmann.
Immagine tratta da "Trieste nelle stampe del Lloyd".


Nel 1832, dove sorgerà l'Orto Lapidario, accostato al muro di via Cattedrale, venne costruito un nicchione per ospitare il Cenotafio di J.J. Winckelmann, all'interno del quale per un periodo fu collocato anche il melone. Fu di Domenico Rossetti l'idea di conservare iscrizioni e reperti medioevali nello spazio lasciato libero dal cimitero di San Giusto trasferito in sede più adeguata, ci vollero diversi anni per concretizzare il progetto e il Lapidario venne inaugurato il 10 giugno 1843 dallo storico Pietro Kandler.
Foto collezione Sergio Sergas.


Il melone con l'alabarda, dal 2001 esposti all'ingresso del Museo del Castello.
Foto Margherita Tauceri.



[1] La piazza che comunemente veniva chiamata Piazza Grande era denominata Piazza San Pietro, dal nome di una piccola chiesa (edificata nel 1367), dal 1915 al 1918 la piazza fu intestata all'imperatore Francesco Giuseppe, dopo questa data fu denominata Piazza Unità in onore dell'avvenuta annessione di Trieste all'Italia. Il 25 aprile 1955 venne ufficialmente chiamata con l'attuale denominazione di Piazza dell'Unità d'Italia dall'allora Sindaco Gianni Bartoli.
Vorrei precisare che la chiesetta dedicata a San Pietro Apostolo fu costruita nel 1367 
per legato testamentario di Pietro Onorati, dal figlio Bartolomeo nell'area dove oggi sorge il palazzo Modello. Nel 1602, in seguito a una grave epidemia di peste, fu affiancata da una seconda chiesetta intitolata a San Rocco (santo invocato a protezione da questa malattia).
Nel 1720 le due chiese vennero unificate, mantenendo la vecchia struttura della chiesa di San Rocco, ma preferendo intitolarla ancora a San Pietro, la facciata dell'edificio sacro risultava particolare per la presenza di due rosoni.
Fu abbattuta nel 1871, perché molto vecchia e pericolante.

[2] Alcuni testi riportano che l'aquila fosse in metallo dorato (A.Tamaro-F.Zubini) altri in marmo nero (A.Tribel- Laura Ruaro Loseri- Oscar Incontrera) o pietra (Generini).

[3] Nel 1508 i veneziani continuando la loro politica espansionistica sottrassero Trieste all'Imperatore Massimiliano, vennero fatte alcune concessioni volendo accattivarsi la cittadinanza per utilizzare la città in una politica futura, ripresero la costruzione del castello di San Giusto (allora incompleto) e in piazza San Pietro (attuale piazza Unità d'Italia) venne eretta una colonna con il Leone di San Marco. Fu una conquista molto breve, il 2 giugno 1509 la Signoria di Venezia ritirò da Trieste il Provveditore e il Castellano e riconsegnò la città all'Imperatore.

[4] A San Giusto sul Sacro colle di Trieste Marco Pozzetto 1936.

[5] San Sergio è uno dei santi protettori della città di Trieste, il solo a non essere triestino, viene commemorato il 7 ottobre.
Secondo una tradizione molto antica, al tempo dell’imperatore Diocleziano Sergio prestava servizio come tribuno militare a Trieste, in questa città si convertì al cristianesimo e strinse saldi legami di amicizia con i cristiani, prima di lasciare trieste, prevedendo nuove pesanti persecuzioni e la sua stessa morte, promise di inviare un segno se fosse stato martirizzato quale appartenente alla fede cristiana. Arrivato a Roma, per meriti acquisiti venne nominato primicerio di corte. Inviato a Rusafa in Siria fu denunciato come cristiano e condotto assieme al compagno d'armi Bacco al Tempio di Giove dove furono invitati a offrire sacrifici al dio, ma al loro rifiuto vennero arrestati; i due successivamente subirono il martirio a breve distanza di tempo l’uno dall'altro. Dopo la morte di Sergio, a Trieste sul piazza principale, che in quel tempo probabilmente corrispondeva al foro della Basilica Civile sul colle in futuro dedicato a San Giusto, come promesso cadde dal cielo il Signum Sancti Sergi, i compagni tergestini che la raccolsero e la custodirono gelosamente e, in suo onore, ne fecero l’emblema della città.
La denominazione "alabarda" di San Sergio, è una definizione erronea in quanto il manufatto non rientra in questa tipologia di armi, infatti negli Statuti Comunali del 1350 viene citata come "lancia di San Sergio".

[6] A questo riguardo, Sergio degli Ivanissevich scrive che il manufatto è un’arma da parata (non da combattimento, essendo troppo esile) di probabile origine orientale, verosimilmente arrivata a Trieste con le Crociate, è simile ad una corsesca, derivata dallo spiedo, un’arma in dotazione alle fanterie non prima del Trecento, sconosciuta alle legioni romane. Oggi è nota col nome improprio di alabarda (che invece è quella, ad esempio, in dotazione alle Guardie Svizzere in servizio al Vaticano). Alta circa 55 cm e composta forse da ferro meteorico, la tradizione vuole che non sia intaccata dalla ruggine. Un recente esame metallografico ha datato il reperto al IV secolo, epoca molto vicina a quella del martirio del Santo. È custodita nel tesoro della Cattedrale.
L'alabarda che compare per la prima volta sul denaro battuto dal vescovo Volrico de Portis nel 1253, poi introdotto anche nel sigillo trecentesco della città in cui se ne vedono due inastate con fiammola che fiancheggiano la torre centrale delle mura. Federico III col diploma del 1464 ufficializza lo stemma cittadino con l’aquila bicipite e il "Signum Sancti Sergi" d’oro.
Sotto l’amministrazione italiana, subentrata alla fine della Prima Guerra mondiale, questo ritorna ad essere d’argento, come prima del 1464.

Questa è la moneta sulla quale per la prima viene rappresentata "l'alabarda", sul diritto del denaro d'argento è incisa la figura del Vescovo Volrico de Portis, seduto con in una mano il pastorale e nell'altra un libro, sul rovescio l'asta alabardata accostata da due stelle a sei punte e un gonfalone, intorno al bordo la scritta "civitas-tergestum", l'emblema viene ripreso nel sigillo trecentesco di Trieste, in cera rossa, l'unico esemplare pende da un documento del 1369 che riporta la sottomissione di Trieste a Venezia, nel campo, circondate dall'iscrizioni le tre torri, quella centrale è affiancata da due alabarde inastate con fiammola. 
Immagine modificata tratta da "Medioevo a Trieste" 



L'emblema di Trieste in argento inscritto in uno scudo francese antico o gotico, al centro il nuovo stemma concesso da Federico III nel 1464 con l'aquila imperiale bicipite, nella parte inferiore il "Signum Sancti Sergi" che per la prima volta è d’oro, questo sigillo rimase in uso fino al 1918, successivamente a questa data ritornò lo scudo rosso con "l'alabarda" d'argento sormontato da una corona merlata.
Prima immagine dettaglio tratto da "Lo sviluppo storico della città e del territorio di Trieste" di P. Kandler, le altre immagini sono tratte da Wikipedia.



[7] Bona Fortuna testo:
Gigia, col borineto
A caminar xe un gusto,
Da brava svelta, vestite
E vien con mi a San Giusto.

E là su quel mureto

Se sentaremo arente;
Coi oci parleremo
E cola boca gnente.

     A Roma i ga San Piero,

     Venezia ga el leon,
     Per noi ghe xe San Giusto
     E el vecio suo melon.

La luna ghe fa ciaro

Ai monti, al mar lontan;
Gigia, che bela note...
Guàntime per la man.

Pensar da quanti secoli

Quel campanil xe là,
Pensar che in quela ciesa
Me son inamorà!

     A Roma i ga San Piero,

     Venezia ga el leon,
     Per noi ghe xe San Giusto
     E el vecio suo melon.

Scòltime, bionda; el mondo

Te pol assai girar;
Cità come Trieste
Te stentarà a trovar.

Xe vero, tuto ’l giorno

Se sgoba in tel lavor;
Epur no se xe bestie,
Se ga qualcossa in cor.

     A Roma i ga San Piero,

     Venezia ga el leon.
     Per noi ghe xe San Giusto,
     E el vecio suo melon.

E quando vien la festa,

Lassemo ogni secada,
A Servola e a Proseco
Se fa la baracada.

La ciribiricocola

Farse scaldar col vin,
E saldi in gamba, musica!
El goto fa morbin.

     A Roma i ga San Piero,

     Venezia ga el leon.
     Per noi ghe xe San Giusto
     E el vecio suo melon.

[8] Che i cicoli che i ciacoli testo:
Che i cicoli che i ciacoli
xe poco de babar
un logo più magnifico
no se lo pol trovar.

Trieste de delizie xe un vero paradiso,

go tuto qua un soriso
el ziel la tera ‘l mar.

De sto paese in tuto al mondo

girelo in largio girelo in tondo
certo compagno no trovarè.

Trieste tra le bele

Trieste tra le stele
bela zità la xe bela zità la xe.  

Gavemo San Giusto ‘l martire,

gavemo el campanon,
gavemo emblema civico
tre fete de melon.

E in zima al cole – classico –

antica citadela
che xe la sentinela
del monte de pietà…

Su sta colina l’aria xe sana

viva San Giusto sona campana
e qua miseria no ghe ne xe.

Trieste tra le bele

Trieste tra le stele
bela zità la xe bela zità la xe.        

Trieste tra i parsuti

Trieste la vol tuti,
no ghe la demo a nissun
se la tignimo noi.

Bibliografia:
A San Giusto sul Sacro colle di Trieste - Marco Pozzetto 1936.
Historia antica e moderna sacra e profana della città’ di Trieste- 1698-  Ireneo della Croce (Mannarutta)
Storia di Trieste di A.Tamaro vol I e II
Guida storico Artistica della della Basilica di San Giusto di Trieste di Oscar Incontrera 1928
Il castello di San giusto Michela Messina 2007
Il colle di San Giusto di Laura Ruaro Loseri
"Le Chiese di Trieste" di Giuseppe Cuscito 1992
Trieste antica e moderna di Ettore Generini 1884
La Basilica di San Giusto di Gino Gärtner 
Notizie storiche di Trieste raccolte da Giovannina Bandelli 1851
Medioevo a Trieste catalogo della mostra 30 luglio 2008
Una Passeggiata storica per Trieste di Antonio Tribel 1884
Così cantavano i nostri nonni note illustrative di Paolo Zoldan 1942

mercoledì 25 marzo 2015

La Lanterna




1740 circa si può vedere la mancanza del molo teresiano
1780 con la costruzione del molo e della batteria di difesa

Costruzione del Molo Teresiano 
Sullo scoglio dello Zucco, attualmente inglobato dal molo Fratelli Bandiera, già in epoca romana esisteva un sistema di segnalazione.
Nel 1560, come ex voto per essere sopravvissuto a una tempesta di mare, il capitano imperiale conte Antonio della Torre fece erigere una cappella dedicata a San Nicolò Vescovo protettore dei marinai, con al suo interno posta una lampada sempre accesa a funzione di segnale marittimo.
Da una stampa risulta che nel 1617 la chiesetta fosse già in rovina e nelle note scritte verso il 1620 dal monaco Fortunato Olmo si legge che osservando dalla riva appare ancora riconoscibile.
Nel 1734 l'ammiraglio Luca Pallavicini, comandante della Marina di guerra austriaca, vi fece costruire una batteria, parte del piano per la difesa marittima della città. In quell'occasione vennero abbattuti i ruderi della cappella dedicata a San Nicolò.
Nel 1744 Maria Teresa iniziò la poderosa e onerosa costruzione di un molo, che sarà chiamato Teresiano in onore dell'Imperatrice (oggi Fratelli Bandiera), che collegasse la terraferma allo scoglio dello Zucco, anche con l'intento di sostituire la batteria che si trovava all'estremità del molo con una fortezza militare. Il progetto fu affidato all'ingegner Francesco Saverio Bonomo, ma causa una truffa reiterata da parte dell'appaltatore, ci fu un processo che portò alla sospensione dei lavori, alla ripresa l'incarico venne affidato al veneziano Matteo Pirona che portò a compimento il fortino pentagonale che divenne operativo nel 1787 quando fu armato con otto cannoni, un forno per arroventare i proiettili e un posto di guardia.

Uno dei progetti della fortezza militare da realizzare sulla testa del molo Teresiano.

Nella stampa è rappresentato il golfo di Trieste, in primo piano il molo Teresiano prima della costruzione della Lanterna, alla radice il lazzaretto San Carlo

Richieste per la costruzione di un faro
Nel 1776 il conte Karl von Zinzendorf, governatore della città, fu il primo a sostenere la necessità della costruzione di un faro in testa al molo, corredò la richiesta con progetti e relazioni, nel 1780 sollecitò ancora la costruzione ritenendola indispensabile per la sicurezza delle navi, ma la risposta dell'imperatore Giuseppe II fu negativa.
Il porto e il traffico delle navi aumentarono notevolmente, ma l'approvazione della costruzione del faro avvenne solo dopo il periodo napoleonico quando l'opera fu commissionata all'architetto Matteo Pertsch, che consegnò il primo progetto nel 1824. Il faro doveva aver funzione di guida ai naviganti e rispondere alle esigenze militari di difesa del porto, ci furono scontri e discussioni fra il Magistrato, le Autorità Militari, la Direzione delle Fabbriche di Trieste e di Vienna, vennero chieste diverse modifiche ai progetti presentati, che il Pertsch con pazienza tentò di assecondare anche a rischio di impoverire l'opera; furono respinti ben sei progetti e infine fu Pietro Nobile, al tempo consigliere aulico edile, che approvò l'ultimo progetto mettendo fine alla diatriba. Il 23 giugno 1831 ebbero inizio i lavori, affidati a Valentino Valle ed essendo il monumento realizzato interamente in pietra calcarea vennero assunti provetti scalpellini. La parte esterna del preesistente bastione pentagonale fu conservata, mentre internamente venne demolito per la costruzione di nuove e più solide fondamenta, in fase di lavorazione, al fine di dare maggior slancio alla costruzione, si aumentò l'altezza del fusto, come suggerito dalla Direzione alle fabbriche di Vienna.
La Lanterna iniziò la sua funzione marittima l'11 febbraio 1833, Mario Zerboni scrive che "i festeggiamenti cittadini furono posticipati al 3 novembre dello stesso anno. Si volle infatti abbinare il completamento della tanto attesa opera alla ricorrenza del Patrono San Giusto. E fu festa grande che coinvolse tutta la comunità tergestina. Questo slancio popolare, verso un'opera tanto attesa, ebbe modo di manifestarsi anche in successive occasioni e ricorrenze. Allora la Lanterna veniva illuminata con una miriade di luci per cui appariva come la vera regina delle feste notturne..."


Durante le feste venivano accese le luminarie e anche la Lanterna risulta addobbata da una grande quantità di luci.

Descrizione della Lanterna
La Lanterna è alta 33 metri e, come già detto, oltre che faro doveva svolgere anche la funzione di difesa del porto, infatti la colonna che sorregge il gruppo ottico appoggia su una base circolare dalla circonferenza di 60 metri, che è un esempio di Torre Massimiliana con due ordini di troniere e deriva dalla Torre Martello inglese, studiata e modificata dall'arciduca Massimiliano d'Asburgo con un fronte di difesa a 360°.
A Trieste esistevano altre Torri Massimiliane: il forte della Sanza e un'altra sulla testata della diga del Lazzaretto di Santa Teresa.

In questa stampa è visibile la fortezza difensiva sulla quale è stata eretta la Lanterna. Sulla torretta le sfere nere che indicano le imbarcazioni in arrivo nel porto.

Quando la Lanterna entrò in funzione l'illuminazione era fornita da 42 lucignoli a olio, per una portata di 12 miglia e l'ingegnoso sistema di una tenda che passava davanti alla lampada ogni trenta secondi ne causava l'intermittenza, una novità per l'epoca, dal 1860 funzionò a petrolio e dal 1926 con l'energia elettrica, arrivando a una portata di 16 miglia.


Lavori in corso sul molo Teresiano, sul fusto della Lanterna è ben visibile la scala barometrica



Altri servizi forniti dalla Lanterna
Sulla lanterna era installato anche un piccolo cannoncino che sparava tutti i giorni alle dodici, contemporaneamente all'accensione della luce per la durata di cinque minuti. Il segnale veniva gestito dalla Imperiale Regia Accademia di Commercio e Nautica per mezzo di comunicazione elettrica che comandava l'accensione della lampada e la caduta di un pallone che andava ad azionare meccanicamente il congegno di sparo del cannone.
Sul fusto della lanterna erano dipinte le tacche di una scala barometrica, muovendo verticalmente lungo questa un indice con una sfera i valori della pressione atmosferica venivano comunicati più volte al giorno.


In questa immagine si vedono dipinte sul fusto della lanterna le tacche di una scala barometrica, muovendo verticalmente lungo questa un indice con una sfera venivano comunicati più volte al giorno i valori della pressione atmosferica.

Frontespizio del manuale di segnalazioni, 1850.



Manuale di segnalazione con le bandiere che appese alle asticelle della Lanterna davano informazioni relative ai piroscafi in entrata al porto (collezione Iure Barac)

Codici di segnalazione
Il personale della lanterna era formato da una squadra di segnalatori marittimi, operai e tecnici, formata attraverso regolari bandi di concorso, che per assicurare i servizi in modo continuativo alloggiavano con la famiglia al primo piano. Questi tecnici avevano il compito di comunicare alla Capitaneria l'arrivo dei piroscafi, la segnalazione veniva effettuata per mezzo di asticelle applicate all'esterno del corridoio vetrato, queste indicavano la distanza del battello in arrivo si calcolava un quarto d'ora di distanza tra una e l'altra, a completare le informazioni sull'asticella veniva applicata una bandiera corrispondente a quella della nazione della nave o altre bandiere, ognuna delle quali con un diverso significato, ad esempio per i piroscafi del Loyd Austriaco la bandiera a scacchi blu segnalava imbarcazioni provenienti da Venezia, la bandiera a scacchi rossi dal Levante, inoltre una serie di sfere nere segnalava il numero delle navi in arrivo. Per altri messaggi veniva adottato il codice marittimo internazionale.


La Lanterna imbandierata, in primo piano il "Bagno Militare". Sulla torretta si scorgono le asticelle sulle quali venivano appese le bandiere per le segnalazioni. Foto Sebastianutti & Benque fine '800

Inizio del declino della Lanterna
Negli anni '20 ci furono degli interramenti per aumentare l'area edificabile del molo, gli edifici e le strutture vennero costruite senza alcuna pianificazione, nascondendo parte della Lanterna che scomparve in mezzo al caos di fabbricati.
La luce della Lanterna pur avendo una portata di 16 miglia non offriva più una segnalazione efficiente ed era inoltre circondata dalle luci delle case che ne compromettevano l'identificazione. Per questi e altri motivi nel 1927 venne sostituita dal Faro della Vittoria, anche se continuò a funzionare.
Nel 1946 fu dipinta a strisce orizzontali, ma nel 1955 riprese i suoi colori originali, fu definitivamente spenta nel 1969, dopo 140 anni di attività.


Durante il Governo Alleato la Lanterna venne dipinta a strisce bianche e nere, circa nel 1955 riprese il suo colore originale.
Foto degli anni '50 sono già stati realizzati gli interramenti e le costruzioni che hanno soffocato la Lanterna, a sinistra il Cantiere Naval Giuliano, alla radice del molo il grande edificio dei Frigoriferi Generali, in primo piano il bagno Comunale alla Lanterna.



Ultimo restauro
Quando il 24 novembre del 1990 iniziarono i lavori di restauro all'interno della Lanterna vennero trovate molte pareti divisorie realizzate da una quarantina di profughi istriani che furono ospitati dopo il 1945, tutti fanalisti provenienti dalla costa istriana e dalmata.
Il riattamento fu lungo e complesso, ci fu un consolidamento delle strutture murali e una nuova sistemazione degli interni per adattarli alle esigenze della sede sociale della Lega Navale, con una segreteria, una sala riunioni, una sala consiglio, un'aula didattica e al piano superiore un elegante ristorante riservato ai soci.
Nella Lanterna venne ripristinata una luce simbolica, infatti, la "macchina della luce" originale venne smontata e consegnata al Museo Navale di La Spezia. Quest'anno in occasione del centenario della fondazione della sezione di Trieste  della Lega Navale italiana che sarà il 2 marzo 2019, il sistema ottico luminoso dopo essere stato smontato e rimontato, è ritornato a casa ed è esposto nella palazzina servizi della Lega, sul molo Fratelli Bandiera poco distante dalla Lanterna. Speriamo che rimanga definitivamente nella nostra città.




Il corpo luminoso della Lanterna è alto due metri e pesa circa 400 chili, è costituito da un’ottica rotante, che cattura la luce prodotta attraverso un complesso sistema di lenti in vetro, spesse cinque centimetri. Per simulare un dispositivo ottico più grande venne utilizzato il sistema di Fresnel, che prevede molteplici superfici rifrangenti, molto simili a un gruppo di piccoli prismi e che sono caratterizzate da un’ottima capacità di raccolta della luce. L’ottica rotante è in galleggiamento su una superficie di mercurio perchè in questo modo l’attrito opposto alla rotazione in tale condizione è  quasi nullo e permette il movimento anche a mano con una minima spinta all’ottica, per cui è sufficiente un piccolo motore elettrico per ruotare un macchinario di qualche centinaio di chili.
Per quanto riguarda il meccanismo che lo aziona invece, esso è simile a quello degli orologi da torre: l’orologeria a peso motore veniva ricaricata manualmente tramite una manopola, procedendo così nel sollevare il fardello, che attaccato all’estremità della macchina, avrebbe ripercorso verticalmente tutta la lunghezza del faro, consentendo la rotazione gravitazionale di tutto il sistema per tutta la notte.

Conclusi i lavori il 18 gennaio 1992 ci fu l'inaugurazione della nuova sede della sezione di Trieste della Lega Navale Italiana.
Il monumento è interessante da visitare e dalla terrazza si gode di una splendida vista.

Testi consultati:
La Lanterna - Trieste sono io a cura di Alessandro Paglia
Il Faro della Lanterna di Marino Zerboni
San Vito di Alfieri Seri - Sergio degli Ivanissevich
Trieste Storia e Arte tra vie e piazze  di Silvio Rutteri
Il Piccolo 14 ottobre 2018