domenica 18 marzo 2018

Cappella della Santissima Trinità dell'Episcopio

                                                               
La raffinata stilizzazione dei motivi decorativi, il dominio della bicromia totale del bianco e dell'oro, come ogni altro particolare della cappella, seguono i canoni della secessione viennese. I banchi in legno traforati appartengono agli arredi sacri del transatlantico Rex, salvati dal saccheggio da Monsignor Santin.

Dimore vescovili

La prima sede vescovile si trovava in via del Castello, poi la curia venne trasferita in via della Sanità (oggi via Diaz), nel 1823, con il vescovo Antonio Leonardis, passò nel palazzo Mauroner, nell'attuale via Torino, nel 1854 l'edificio risulta ceduto al capo della comunità serbo-ortodossa Alessandro Covacevich, infine il Vescovado si sposterà nel palazzo Vicco in contrada di Cavana.


Palazzo Vicco ripreso da via dell'Annunziata.
Foto Sergio Sergas.

Il palazzo Vicco

Il portone centrale è racchiuso da doppie semicolonne a sostegno di una trabeazione decorata con metope e triglifi, in chiave di volta è collocato un panduro raffigurante un volto d'uomo. Sovrasta l'ingresso un balcone con balaustra in ferro battuto decorato da motivi geometrici e floreali, su cui si apre una porta finestra inquadrata da una cornice in pietra decorata con timpano curvilineo.


Ingresso del palazzo.
Foto Margherita Tauceri.

Storia del palazzo Vicco attuale sede della Curia Vescovile o Episcopio

Il sito dove oggi sorge il Vescovado in tempi lontani era occupato dall'Ospedale femminile, detto dell'Annunziata, poiché vi era annessa una cappella dedicata alla B.V. Annunziata, da cui deriva il nome della via. L'edificio cadde in rovina e venne riedificato nel 1355 da Domenico Ceclino, passò diverse proprietà e nel 1770 la cappella e l'ospedale vengono abbandonati, per poi essere demoliti nel 1795. Il fondo venne acquistato dal negoziante portoghese Antonio Vicco, il quale tra il 1796 e il 1797 vi fece costruire l'attuale edificio.
Dal 1813 in questo palazzo trovò rifugio l'esiliato ministro di polizia Joseph Fouché, duca d'Otranto, che vi rimase fino alla sua morte avvenuta il 26 dicembre 1820. Successivo proprietario fu il negoziante dalmata Giovanni Rajovich, che nel 1832 lo cedette al sovrano erario. Nel 1841, con il vescovo Matteo  Ravnikar (
Raunicher), il palazzo venne destinato a Episcopio (residenza della curia vescovile). A quel tempo la cappella era dedicata alla Madonna Addolorata, che vediamo raffigurata nella tela dei primi '900 da Eugenio Scomparini (1845-1913), con in mano la corona di spine, i chiodi e il tallìt o scialle di preghiera (indumento rituale ebraico), oggi esposta nella cappella. 

                                                                 
Tela della Madonna Addolorata che stringe fra le mani i simboli della passione, opera realizzata i primi anni del '900 da Eugenio Scomparini, attualmente esposta nella cappella episcopale.
                                                                         


Cappella della Santissima Trinità dell'Episcopio.
Foto Sergio Sergas.


Il Vescovo Andrej Karlin.

L'arrivo del Vescovo Andrej Karlin [1]                      


Il 19 marzo 1911 Andrej Karlin viene ordinato Vescovo di Trieste e Capodistria, due anni dopo commissiona all'architetto Ivan Vurnik [2] la modifica della cappella esistente nel palazzo di Cavana. Un atto coraggioso, perché forse è la sola volta che l'arte della "Sezession" entra in un ambiente sacro. Vurnik svolge il progetto con intenzioni innovative, vengono mantenute le dimensioni preesistenti della cappella, "...ma lo spazio assume un carattere unitario, completamente nuovo, immacolato e solenne...", "...nessuno guardando quest'opera rimarrà impassibile..." scrive l'artista nelle sue lettere al Vescovo.


                            
Il maestoso altare realizzato in marmo bianco di Carrara, dove troviamo il Padreterno affiancato da due cherubini con il manto decorato con croci a fare da sfondo alla composizione del Cristo, adornato da una corona di spighe e grappoli d'uva che ricordano l'eucarestia. Nel vertice inferiore dell'impianto compositivo triangolare si posiziona invece lo Spirito Santo.


La Cappella della Santissima Trinità

L'architetto Ivan Vurnik inizierà i lavori di innovazione nel 1913 e li porterà a compimento in meno di un anno.
La cappella dell'Episcopio, esempio di secessione viennese ricco di decorazioni geometriche, si basa su una bicromia che coinvolge tutto l'ambiente: il bianco e l'oro. Ritroviamo il primo dei due colori nel marmo di Carrara delle sculture, nelle pareti, nel mosaico, che si alterna a decorazioni con lo smalto dorato, al tabernacolo, alla foglia d'oro che ricopre i capitelli. Ogni dettaglio previsto da Vurnik è il risultato di un preciso progetto che comprende i tendaggi, i candelabri e il completo arredo sacro; della precedente cappella verranno mantenute solo le colonne i cui capitelli sono stati dorati con con foglia d'oro per creare una continuità stilistica. Il Vescovo Andrej Karlin segue ogni fase con entusiasmo e attenzione, dimostrando tolleranza e solidarietà per gli inevitabili contrattempi, di questo rimane testimonianza nella fitta corrispondenza intercorsa con l'architetto.
Sono state conservate le fatture per i lavori e il materiale usato, attraverso questi documenti si possono conoscere le maestranze, gli artigiani e le botteghe che hanno collaborato alla realizzazione di questo lavoro. La riuscita di questo straordinario progetto si deve soprattutto all'abilità degli assistenti scelti da Vurnik: lo scultore Jožef Pavlin, il decoratore e pittore Giacomo de Simon, Eugenio Laurencich, Romano Rossini e Luigi Germek.

Il vescovo Andrej Karlin aveva commissionato alla moglie di Vurnik, la pittrice viennese Helena Kottler [3] alcune scene della vita di Gesù Cristo da inserire nelle cornici dorate che si vedono nella parte superiore della cappella, per una serie di contrattempi le tele non furono mai realizzate, ma i loro bozzetti sono conservati alla Narodna Galerija a Lubiana, nel 1915 consegnerà due dipinti: la splendida Annunciazione della Vergine e l'adorazione della Croce di San Andrea, quest'ultimo seguito in onore del vescovo Karlin, nell'aureola del santo si leggono i primi versi della Passione di Sant'Andrea, un testo del VI secolo

                                                                    

La volta ovoidale realizzata con grandi tessere di mosaico in pasta vetrosa ha una leggera sfumatura azzurra, resa intensa dall'illuminazione. La raffigurazione è quella del Sole circondato da stelle poste a intervalli regolari, il tutto è poi incorniciato da modanature dorate e dai quattro pennacchi che riprendono i motivi circolari che sono il leitmotiv della decorazione.
Foto Sergio Sergas.

Le colonne sono quelle della precedente cappella, con i capitelli in stile corinzio ricoperti da foglia d'oro per coniugare i due linguaggi stilistici.
Foto Sergio Sergas.
                                                                               
La parte superiore della cappella con le cornici dorate che avrebbero dovuto contenere le tele di Helena Vurnik con episodi  della vita di Gesù Cristo.

                                                                         
"Annunciazione a Maria" la splendida tela dipinta da Helena Kottler in Vurnik, pittrice e decoratrice, nata il 26 settembre 1882 a Vienna, che morì il 4 aprile 1962 a Radovljica.

"Sant'Andrea" è inserito in un ovale, con una scelta originale viene incorniciato con una tela damascata anch'essa dipinta. Con questa opera Helena Vurnik , vuole rendere omaggio al Vescovo Andrej Karlin.




Particolare degli angeli con le ali aperte a ventaglio che pregano inginocchiati sulla mensa dell'altare. Evidenti i motivi decorativi geometrici, che decorano tutto il presbiterio, presenti anche nella pittura di Klimt.


L'Altare

Per la realizzazione delle sculture in marmo di Carrara che decorano l'altare, Vurnik incarica l'artista sloveno Jožef Pavlin.
Nella disposizione delle figure il manto del padreterno fa da sfondo alla composizione con il Cristo e la colomba. Dal Cristo si dipartono, fino a formare una corona, raggi di spighe e uva che simboleggiano l'eucarestia. Più in basso le ali vibranti degli angeli adoranti incorniciano il tabernacolo in metallo dorato, sulle porte del quale vengono realizzati con la tecnica dell'incisione e la niellatura finale i quattro evangelisti, il disegno viene eseguito da Helena Vurnik, l'esecuzione avviene nei laboratori di Kregar a Lubiana.
Sopra l'angelo di destra, si legge la scritta, voluta dall'artista: "ARA ANDREAE PRAESULI -AB ARCHITECTO- CONFITENTE- SS-TRINITAS GLORIAS- PARENTIS- MANES HONORANTE"
Sovrasta l'altare una cupola ovale ricoperta da tessere in pasta vetrosa, che rappresenta la volta celeste con al centro il sole circondato dalle stelle.



 Particolare del Cristo dal quale si dipartono raggi di spighe e uva che simboleggiano l'eucarestia.

Una portella del tabernacolo con la rappresentazione di San Marco affiancato da un leone e un'iscrizione che riporta il primo verso del Vangelo secondo Marco 1,1. Il disegno è stato realizzato da Helena Kottler in Vurnik, l'incisione con la niellatura finale sono stati eseguiti nel laboratorio di Kregar a Lubiana.



Immagine di Francesco Penco del 1914.
Osservando lo stemma vescovile posto sopra il trono si può notare l'aquila bicipite, ora non più presente.

                                                                           
Nicchia con il seggio vescovile.
Foto Sergio Sergas.

Il seggio vescovile

A sinistra dell'altare si trova una nicchia con il fondale ricoperto in tessuto di seta, nella quale è inserito un trono con lo schienale in pelle, affiancato da due sedili in legno di tiglio, sopra lo stemma con il motto del vescovo "Te Domine Speravi" e due pastorali incrociati a significare l'unione delle diocesi di Trieste e Capodistria, la prima rappresentata dall'alabarda sulla bandiera (la sovrastante aquila bicipite che faceva parte dello stemma originale risulta abrasa) e la seconda dalla testa della Gorgone. Il coronamento dell'arco è decorato con un'alternanza di volti e lampade accese, scolpiti nel legno e ricoperti con foglia d'oro.

Particolare dello stemma vescovile dove si nota sopra l'alabarda una parte abrasa, dove era presente l'aquila bicipite.
Foto Sergio Sergas.

                                                                                                                                 
La piccola acquasantiera in metallo dorato.
     
Completano gli arredi della cappella un inginocchiatoio e un faldistorio, il primo riporta le decorazioni che si vedono a lato dell'altare, il secondo ricorda la ricchezza dei capitelli dorati.

Dai primi restauri parziali alla riqualificazione completa

La sede dei Vescovi rimase immutata fino alla nomina di Monsignor Antonio Santin (vescovo dal 1938 al 1975), che riuscito a salvare dai saccheggi dell'ultimo conflitto mondiale l'arredo sacro del transatlantico Rex, in disarmo nel porto di Trieste, ne collocò i banchi nella cappella dell'Episcopio. Nel 1955 iniziò anche l'opera di recupero del palazzo, seguita due anni dopo da un progetto di modifica del pianoterra destinato a ospitare nuovi locali e la mensa, mentre i piani superiori furono occupati dalla sede della curia vescovile. Con il suo successore, Lorenzo Bellomi (vescovo dal 1977 al 1996), continuò la ristrutturazione della sede a progetto dell'architetto Mario Zerial, che prevedeva anche il restauro della cappella; il lavoro della sistemazione di quest'ultima sarà però rimandato e verrà portato a termine dal vescovo Eugenio Ravignani (4 gennaio 1997 - 4 luglio 2009) con gli architetti Paolo Zerial e Gino Pavan. Dopo quasi cent'anni dalla costruzione della Cappella l'opera di restauro si era resa indispensabile per il degrado dovuto alle infiltrazioni d'acqua e per le disarmonie che si erano create con i restauri parziali precedenti, realizzati talvolta con materiali non appropriati. Vengono recuperati anche i banchi in legno, gravemente danneggiati dal trasporto fatto al tempo del Vescovo Santin. Per i lavori sono stati impiegati restauratori e artigiani specializzati per rifare le dorature dei capitelli e delle cornici con la foglia d'oro e la pulizia delle parti marmoree, le decorazioni, risistemare le tessere del mosaico, al fine di riportare il tutto allo splendore originario, ulteriormente esaltato da una nuova e incrementata illuminazione artificiale, inoltre è stata riorganizzata la distribuzione interna degli uffici, delle zone residenziali e di rappresentanza.
                                                               
                                                                   
La Cappella con i banchi in legno recuperati a suo tempo dal transatlantico Rex dopo il restauro.
Foto Sergio Sergas. 

[1] Andrej Karlin (15 novembre 1857 Stara Loka (Carniola) - Maribor 5 aprile 1933), viene ordinato sacerdote il 27 luglio 1880. Fu nominato cappellano nella chiesa di Santa Maria dell’Anima a Roma, nel 1890-1892 studiò diritto ecclesiastico all’Università di Sant’Apollinare, in cui ottenne il titolo di dottore "utriusque iuris". Nel 1900 arriva a Trieste ed è nominato rettore del Seminario Minore che il vescovo Nepomuceno Glavina aveva aperto nella casa Elul - German in via della Cattedrale. Viene ordinato vescovo di Trieste e Capodistria il 19 marzo 1911. Gli anni del suo vescovado coincidono con il primo conflitto mondiale, per cui si trova a gestire una situazione complessa con accesi contrasti politico-nazionali, ma seppe (riesce a... per il tempo )mantenere la giusta equidistanza. Nei documenti dell'epoca, nei confronti del movimento irredentista triestino, si autodefinisce "imparziale" o "lealista asburgico...mai esposto", però viene ricordato come sacerdote "...di nazionalità slovena con forte impronta tedesca". In conseguenza alle gravi offese arrecate da un gruppo di facinorosi al vescovado il 15 dicembre 1919 Karlin rinunciò al suo incarico. Nel giorno delle sue dimissioni il pontefice lo insignì del titolo onorifico di vescovo di Themiscyra, nel giugno del 1923 venne nominato vescovo di Lavant, attuale Maribor, dove morirà nel 1933.

                                                                          
Ivan Vurnik con la moglie Helena Kottler
Foto: Arhiv RTV SLO



[2] Ivan Vurnik (1 gennaio 1884 - 8 aprile 1971) nasce a Radovljica nell'alta Carniola slovena, al tempo parte dell'impero austriaco. Dopo aver frequentato il liceo classico a Lubiana, nel 1907 inizia la sua formazione artistica a Vienna e si specializza alla scuola di Otto Wagner. Già dai primi lavori manifesta il gusto per la secessione viennese.
Nel 1913 sposerà la pittrice Helena Kottler, che sarà una sua preziosa collaboratrice anche nella capella dell'Episopio. Nel 1919, alla fine della guerra, si stabilirà a Lubiana, dove avrà l'incarico di istituire il primo Dipartimento di architettura della nuova Università slovena.


[3]Helena Kottler Vurnik (Vienna, 1882 - Radovljica, 1962)  - Nonostante l'opposizione della famiglia volle intraprendere gli studi artistici, a Vienna frequentò per quattro anni la Graphisches Lehr- und Versuch Anstalt, una scuola all'avanguardia dove imparò molte tecniche grafiche e pittoriche, dall'acquerello alla pittura ad olio, la tecnica musiva, litografia, incisione, nel 1907 si specializzò nelle tecniche artistiche all'Accademia per donne e ragazze, vinse una borsa di studio di sei mesi in Italia, al suo ritorno a Vienna trovò lavoro come illustratrice. Nel novembre del 1913 sposò Ivan Vurnik, iniziò un'interessante collaborazione con il marito, che partì con la ristrutturazione della cappella della Santissima Trinità a Trieste, poi si trasferì con il marito a Radovljica. 
Continuò con lavori di progettazione grafica e decorazione architettonica, si specializzò in particolare nei disegni dei paramenti liturgici. 
Nel 1942 il figlio diciannovenne perse la vita in guerra, dopo questa tragedia non riuscì a creare con l'intensità di prima, lasciò comunque una significativa traccia nell'arte slovena. 



Testi consultati:
La Cappella dell'Episcopio a Trieste - Gino Pavan
Il Borgo Giuseppino - F. Zubini
Cittavecchia - F. Zubini
"Atlante della Grande Guerra a nord est" - 
Andrej Karlin

Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro fino ai giorni nostri - del Cavaliere Gaetano Moroni Romano

sabato 21 ottobre 2017

La fontana in piazzetta Santa Lucia

La fontana come si poteva vedere prima del furto dell'ugello a forma di testa leonina
(foto Giulio Benussi 1974)


Questa è la fontana, non funzionante, che ancora oggi si trova in piazzetta Santa Lucia, sita all'inizio dell'attuale via Santi Martiri. Fino al 1974 si potevano vedere due teste leonine di origine ottocentesca dalle quali fuoriusciva l'acqua, una fu trafugata e mai più sostituita. Prima della fontana, precisamente nel 1831, nella piazzetta Santa Lucia era stato costruito un pozzo circolare coperto da un edificio ottagonale, dal momento che intralciava lo scorrimento della via Santa Lucia (oggi Santi Martiri) fu demolito nel 1845 in occasione della nuova lastricatura stradale. Dopo la copertura del pozzo una nuova conduttura andò a rifornire una fontana a vasca, creata nello spessore del muro di cinta del cortile della chiesa della Beata Vergine del Soccorso; un'ottima soluzione che permise di mantenere il punto di rifornimento idrico senza invadere lo spazio stradale. Sarebbe auspicabile che la fontana venisse valorizzata da un accurato restauro.


Così si presenta la fontana dopo il furto della protome leonina di sinistra, sono ben evidenti le sbarre di ferro che servivano come base d'appoggio per i secchi e mastelli che venivano riempiti d'acqua. (Foto del 2014)

Particolare della protome leonina (foto del 2014)

Via Santi Martiri e piazzetta Santa Lucia (foto Sergio Sergas 2017)



Attualmente la fontana è diventata un punto bookcrossing [1], per un periodo c'è stato un cartoncino con scritto "Fontana della cultura" con il logo del librettino che cammina, oggi si vede un cartoncino senza il logo che dimostra che è rimasta ufficiosamente un luogo di scambio dei libri.



I libri sono deposti su un piano nella fontana per essere presi, letti e lasciati in altro luogo di scambio
(foto luglio 2017)


(Foto luglio 2017)


[1] Il bookcrossing è la pratica di lasciare dei libri in luoghi pubblici accessibili a tutti per far sì che altri possano fruirne e, a loro volta, fare lo stesso, abbandonando il libro in un altro posto. Un modo nuovo economico ed ecologico per scambiarsi i libri.

mercoledì 28 dicembre 2016

"Panorama Internazionale" e il precinema



Piazza della Borsa, a sinistra il palazzo settecentesco che ospitava il "Panorama Internazionale".

Iniziamo facendo un passo indietro, per ricordare che una delle più diffuse forme di svago del tempo erano le feste e le fiere, che si tenevano soprattutto in Acquedotto, in quanto offriva ampi spazi. Per diversi mesi vi stazionava un modesto parco dei divertimenti, con baracconi del tiro a segno, teatri di marionette e burattini, spettacoli con le pulci ammaestrate e le immancabili bancarelle che vendevano semplici giocattoli. Altri e più particolari ambulanti si sistemavano in zona con baracche, anche realizzate solo con tende, che ospitavano delle semplici strumentazioni, dove, con un soldo, i clienti potevano vedere le immagini proiettate, con l'aiuto di candele o lampade a olio, dalle lanterne magiche. Potete immaginare come queste attrazioni fossero le più apprezzate e come la società dell’epoca ne venisse rapita. Con il tempo, anche grazie alla rivoluzione apportata dall'energia elettrica, arrivarono degli apparecchi sempre più raffinati e dai nomi curiosi: taumatropio, stereoscopio, caleidoscopio e il ricercatissimo mondo nuovo, un apparecchio simile nel funzionamento alla lanterna magica, dove però le immagini, invece che essere proiettate da una scatola verso l'esterno, erano fruibili guardando dentro la scatola stessa, poteva quindi essere usato in ogni luogo e non necessitava di ambienti particolarmente bui.
Bisogna pensare che la fotografia fa le sue prime apparizioni sperimentali nel 1839, ma si dovrà attendere ancora diversi anni per una sua discreta diffusione, per questo motivo nelle "scatole magiche" venivano solitamente inseriti vetri dipinti a mano con immagini sacre o di paesaggi o fiabe. In tutte le proiezione giocava comunque un ruolo fondamentale l'abilità che aveva l'imbonitore nel commentare le scene e creare suggestioni che animavano soprattutto la fantasia dei bambini, anche se gli spettacoli erano seguiti con entusiasmo dalle persone di tutte le età, che senza muoversi dalla città potevano conoscere paesi dei quali avevano solo sentito parlare e vedere immagini di terre lontane, reali o inventate che fossero. Credo che sia innegabile il ruolo didattico e informativo che ebbe la diffusione di queste immagini.


Il Mondo nuovo è uno strumento ottico di intrattenimento popolare, con cui è possibile vedere le "vedute ottiche", disegnate o stampate su carta e colorate a mano, retroilluminate da una candela.
Questo è dotato di spallacci. Foto di Museo di Stato di Württemberg



Nelle fiere venivano usati diversi tipi di visori stereoscopici più voluminosi e meno raffinati di questo, che essendo maneggevole e discretamente economico, era più diffuso nei salotti, assieme alle stereoscopie, soprattutto di paesaggi, monumenti e ritratti.
Immagine tratta da "Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano".

Nel 1895 a Parigi i fratelli Lumiere presentano al pubblico le "fotografie in movimento", tecnica che arriverà nella nostra città l'anno successivo e sarà presentata al foyer dell' Anfiteatro Fenice con il nome di "proiezioni animate". Prevalentemente sono gestite da ambulanti che si spostano da una città all'altra con apparecchi e attrezzature di loro proprietà, talvolta piuttosto grossolane. Questa novità genera subito molto entusiasmo e vengono aperti diversi teatrini estivi (uno si trovava nel fondo Ralli, via Giulia 3), le proiezioni comunque sono eseguite anche in piccoli locali improvvisati e suscitano un notevole interesse, specialmente quando relative ad argomenti di attualità. Le figure però sono spesso sfocate e tremolanti, con la conseguenza che gli occhi degli spettatori ne risultano velocemente affaticati, questo uno dei motivi per cui le apparecchiature per proiezioni di immagini fisse, che da molti anni si trovano installate in diversi locali, continuano ad avere una folta presenza di pubblico. 
Tutti questi nuovi strumenti erano molto ricercati nei salotti dei cittadini più abbienti per stupire e divertire gli amici, venivano quindi realizzati anche in dimensioni più contenute e spesso impreziositi con involucri in legno pregiato.
Gli studi condotti sulla proiezione dell'immagine sia statica che in movimento che si concretizzano in una svariata quantità di dispositivi ottici entrano a far parte del cosiddetto precinema.

Uno dei posti di maggior rilievo della città è il "Panorama Internazionale", sito in un palazzo settecentesco in piazza della Borsa 14, dove si poteva fruire, a pagamento, di dispositivi ottici per le proiezioni di immagini in movimento. Il luogo era fornito di molte apparecchiature dai nomi strani, come lo zootropio, che venivano cambiate a ritmo continuo, segno delle rapide innovazioni che in questo periodo hanno contraddistinto questo tipo di intrattenimento. Una delle maggiori novità fu il "Cinematografo Edison" o kinetoscopio, si trattava di una grande cassa con un oculare, dove lo spettatore guardava e contemporaneamente girava una manovella facendo scorrere la pellicola, cosa che, in modo quasi analogo a strumenti più recenti, dava la sensazione del movimento. Quando le scene lo richiedevano, il filmato veniva accompagnato da un suono che poteva essere ascoltato tramite un tubicino da avvicinare all'orecchio (antenato delle cuffie auricolari). L'apparecchio consentiva la visione ad uno spettatore per volta e, grazie anche a questa obbligata privacy, nella scelta dei soggetti si potevano trovare brevi sequenze licenziose di cui non si conoscono i titoli, ma che venivano pubblicizzate come "soltanto per signori".

"Cinematografo Edison" o kinetoscopio è un apparecchio ideato da Thomas Edison nel 1888.
  Il filmato, come si vede nella foto, veniva accompagnato da un suono che poteva essere ascoltato tramite un tubicino da avvicinare all'orecchio (antenato delle cuffie auricolari). Immagine tratta da Wikipedia.

Mutoscope dispositivo cinematografico inventato da Windsor McCay e brevettato da Herman Casler il 21 novembre 1894.
Immagine tratta da Wikipedia.


In questa immagine si vede la parte interna del mutoscopio, formata da un blocchetto di foglietti su cui sono disegnate o stampate immagini che riproducono in sequenza posizioni successive di un soggetto animato, il rapido scorrere delle stesse dava la sensazione del movimento. Per vedere proiezioni diverse la bobina centrale veniva sostituita.
Immagine tratta da: Kurt W, Arqueología del cine, Destino, Barcelona, 1965, 264 p

Nel marzo del 1900 l'esercizio cambia gestione e nei giornali si trovano citazioni del tipo:-Nel locale che in precedenza aveva ospitato a lungo il "Panorama Internazionale" si terrà lo spettacolo...-: In un volantino pubblicitario si legge che nel negozio è possibile osservare delle "vedute ottimamente riuscite e di una speciale chiarezza", vantandosi, in modo polemico nei confronti del cinema, di poter proporre al pubblico una serie di quadri sugli avvenimenti di maggior spicco della ribalta internazionale, come la guerra anglo-boera e l'Esposizione di Parigi. Spesso è proprio l'argomento della proiezione ad attirare il pubblico, che ha la sensazione di assistere in prima persona ai fatti letti sui quotidiani. La stampa riporta che il 13 dicembre il locale viene riaperto dopo il restauro, rimane un'ultima testimonianza del 23 febbraio 1901, dove si legge che si possono trovare degli apparecchi detti "Mutoscopi" inventati da poco, che consistono in una scatola illuminata dalla luce elettrica, dove, dopo aver inserito una moneta, lo spettatore guardando in un oculare attraverso una lente e facendo ruotare il cilindro per mezzo di una manovella crea un movimento rapido dei cartoncini, sui quali è disegnata una sequenza di immagini o di fotografie, fissati al cilindro stesso e grazie al fenomeno della persistenza delle immagini, le figure delle vignette apparivano in movimento. In pratica viene riproposto in modo più elaborato il "flip book". Come tutte le novità anche questo apparecchio ha un grande successo, che sarà molto più duraturo del previsto.
Non vengono riportate ulteriori notizie sul locale, la casa sarà demolita per permettere nel 1903 la costruzione del palazzo Steinfeld, dove, al pianterreno, aprirà nel 1905 il Cinematografo Americano.


Ancora una veduta di piazza della Borsa con a sinistra il palazzo dove aveva sede il "Panorama Internazionale"

Le foto dove non diversamente indicato, fanno parte della mia collezione personale

Testi consultati:
Prima del cinema "Le Lanterne Magiche" Cataloghi Marsilio
"Trieste e il cinema" di Fulvio Toffoli
"Trieste al Cinema" 1896-1918 di Dejan Kosanović.
"I Fratelli Lumiere" di Carla Poesio
"Trieste Romantica" edizioni Italo Svevo

lunedì 19 settembre 2016

La statua di Francesco Giuseppe al Palazzo delle Poste di Trieste


Il salone delle Poste centrali triestine, dove, sulla balconata del primo piano, giganteggiava la statua di Francesco Giuseppe.



Francobollo, uscito il 3 novembre 2008, per la serie che Vienna dedicò alla vecchia Austria.


Nel 1898, per celebrare il cinquantenario del regno dell'imperatore Francesco Giuseppe I, la luogotenenza propose di erigere una statua in onore del sovrano da sistemare in una piazza pubblica. La piazza delle Poste (oggi piazza Vittorio Veneto) poteva essere la sede ideale, in quanto nel 1897 era stato tolto il fontanone e davanti al Palazzo delle Poste (inaugurato nel 1894) e si era creato un grande spazio da riconfigurare. Venne così realizzata una statua alta ben due metri e quaranta, in pregiato marmo di Laas (Lasa in italiano), proveniente dalle cave della Val Venosta, ad opera dello scultore Johannes Benk (27.07.1844 - 12.03.1914 Vienna). Nella maestosa statua l'Imperatore venne rappresentato austero e solenne, Francesco Giuseppe posò due volte e affinché ogni dettaglio fosse curato e preciso fece recapitare all'artista i capi di vestiario con cui  desiderava essere rappresentato.  

Si dice che gli irredentisti con tempestività avessero fatto realizzare dallo scultore Franz Schranz la "Fontana dei Tritoni", per evitare che lo spazio venisse occupato dalla statua.
Riporto qui alcuni dettagli in più su quanto accaduto: negli archivi si trova documentazione che già il 6 febbraio 1896 il Comune avesse bandito un concorso per una fontana decorativa da sistemare al centro della piazza fra due giardini, conferma di questo si può avere dagli articoli del "Il Piccolo" del 29 settembre 1896 e dell"Adria" del 31 maggio e 30 settembre 1896, dove vengono riportate le critiche e l'insoddisfazione della commissione per i bozzetti della fontana presentati al concorso. A questo punto il Comune contatta lo scultore altoatesino Franz Schranz, indicandogli di apportare delle modifiche al bozzetto già presentato e di allegare un nuovo preventivo, pretendendo inoltre che l'opera fosse collocata nella piazza non più tardi del 31 maggio 1898. Probabilmente il sollecito era proprio finalizzato ad occupare lo spazio della piazza per primi. Resta il fatto che la statua finì al Palazzo delle Poste e per di più in una posizione abbastanza sfavorevole: sulla balaustra di pietra del primo piano, alle spalle di chi saliva il primo scalone in marmo che permette di accedere al maestoso atrio; veniva comunque apprezzato a pieno quando si lasciava l'edificio.
La statua venne distrutta negli ultimi mesi del 1918, assieme a molti dei busti e ritratti imperiali, le aquile bicipiti e altri segni della dominazione asburgica presenti in città.




Foto realizzata da Giuseppe Furlani nel 1918, probabilmente nell'ultimo giorno di vita del monumento, è inserita nell'album "Trieste Redenta 1918-19". Le scritte a matita sono fatte di pugno dal fotografo: titolata "Il Ceco Beppe della Posta", segue "Sic transit gloria mundi !", più sotto "Il giorno 2 novembre 1918 quando la città rimase in mano degli irredentisti un funzionario triestino addetto alle I.R.Poste gettò, in segno di disprezzo e di liberazione, la divisa a coprire il monumento di Francesco  Giuseppe nell'atrio della Posta principale di Trieste"
La foto fa parte del lascito Fonda - Savio pubblicata su concessione dell'Università degli studi di Trieste - sma TS

Kaiser Francesco Giuseppe, busto in ceramica di 65 cm, realizzato da Joannes Benk nel 1890. Foto tratta da artenet.com

Non essendoci pervenute immagini più definite di quest'opera, voglio proporre un busto in ceramica di Francesco Giuseppe, realizzato dallo stesso artista pochi anni prima in Germania, che potrebbe assomigliare alla statua della quale vediamo poco più di una sagoma. Si può immaginare avesse la stessa ricchezza e cura dei particolari che ci permette di apprezzare il realismo del tessuto morbido e raffinato.

L'interno delle poste nel periodo dell'impero.
L'atrio del palazzo oggi.




Le foto dove non diversamente indicato, fanno parte della collezione personale e di Antonio Paladini

Testi consultati:
"Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa" a cura di E.Clari e B.Crevato-Selvaggi
"Fontane a Trieste" F. De Vecchi - L.Resciniti - M. Vidulli Torlo
"Borgo Franceschino" Fabio Zubini

Il Busto di Vittorio Emanuele III al Palazzo delle Poste di Trieste


Dipendenti delle Poste posano nell'atrio del palazzo, alle spalle il busto di Vittorio Emanuele.

In questa foto si vedono le tre nicchie senza i dipinti, inoltre si può notare l'interruzione della balaustra in corrispondenza del monumento e lo spostamento del pilastrino che ne diventa l'elemento terminale.

Il Palazzo delle Poste e Telegrafi venne costruito per volere dell'Impero Asburgico che, con l'aumentare dei traffici portuali, vedeva la necessità di un nuovo ufficio postale. Il progetto fu affidato all'architetto austriaco Friedrich Setz e venne inaugurato nel 1894.

Dopo che nel 1918, alla caduta dell'impero, la statua dell'imperatore Francesco Giuseppe fu infranta; 
nel il 1924, al lato opposto dell'atrio, salendo il maestoso scalone in pietra che conduce al primo piano, in corrispondenza alla nicchia centrale, venne posto su un'alta base di marmo il busto bronzeo del re Vittorio Emanuele III, opera dello scultore Fortunato Longo. Per creare un'armonia di linee la balaustra in marmo venne interrotta nel punto d'inserimento del monumento e vennero spostati i due pilastrini per portarli a chiusura della balconata.
La raffigurazione del re rimase in quella collocazione fino al 1943, in seguito la balaustra venne ricostruita, ma restarono i due pilastri a disturbare lo spazio davanti alla nicchia centrale. 
Nella foto si vede la parete con gli spazi lasciati vuoti dai tre dipinti a olio inseriti nelle nicchie, che rappresentavano delle figure femminili simboleggianti: "l'Allegoria del Telegrafo", "l'Allegoria dell' Austria" e "l'Allegoria della Posta".



Foto tratta dal catalogo del Civico Museo del Risorgimento ed Rotary Club Trieste

Foto tratta dal sito http://museodelrisorgimentotrieste.it/

Nel 1972 il busto fu donato dall'Unione Monarchica Italiana al Museo del Risorgimento, dove oggi si può ancora vedere.

Le foto dove non diversamente indicato, fanno parte della collezione personale.


Testi consultati:
"Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa" a cura di Elena Clari e Bruno Crevato-Selvaggi
"Il Civico Museo del Risorgimento e il Sacrario di Oberdan a Trieste" L.Ruaro Loseri B.M.Favetta