lunedì 16 marzo 2020

Bagno galleggiante "San Giusto" di Giacomo Sauro


12 giugno 1899 varo di "poppa"del bagno galleggiante San Giusto dallo scivolo del cantiere Martin di Capodistria.
Foto Cherini/cantieri.

È insito nei triestini l'amore per il mare, per l'effetto benefico e tonificante dell'acqua o anche solo per il piacere di un'immersione i ceti meno abbienti frequentavano i pochi tratti di spiaggia dei bagni pubblici e i più benestanti le strutture balneari attrezzate. La nostra città fu all'avanguardia in quelli che venivano definiti "bagni galleggianti", formati da una piattaforma in legno sorretta da un sistema di botti e cassoni, sopra la quale veniva costruita una struttura con ambienti comodi, ben arredati e persino servizi di ristoro; primo fu il "Soglio di Nettuno" inventato da Domenico D'Angeli nel 1823.
Visto il grande apprezzamento dei cittadini, sul modello della prima seguirono altre strutture: nel 1830 vennero aperti "La scuola militare di nuoto", in Sacchetta, fissata alla parte interna del molo Teresiano (Fratelli Bandiera) e il "Bagno galleggiante Boscaglia"; nel 1858 il "Bagno Maria", lo stabilimento più grande ed elegante della città. A questi si aggiunsero alcune strutture stabili, il 1890 vide la nascita del primo nucleo di quello che sarà il Bagno Excelsior a Barcola, a opera di Alessandro Cesare e lo stesso anno venne inaugurato il raffinato "Bagno Fontana", sul lato esterno del molo Teresiano (oggi Fratelli Bandiera), ma rimasero ancora molto apprezzati i bagni galleggianti, che previa richiesta di permesso al Governo Marittimo potevano venir trainati e ormeggiati ovunque a Trieste lungo le Rive dove vigeva il divieto di balneazione o in altre zone dove le spiagge erano difficilmente raggiungibili dalla strada.

In questo contesto si inquadra la storia di Giacomo Sauro (1852- 1922)[1] padre di Nazario, che dopo una vita di lavori estremamente logoranti aveva deciso di impegnarsi nell'attività turistica con la gestione di bagni e ristoranti.
Giacomo, uomo ricco di spirito d'iniziativa, aveva cominciato giovanissimo la carriera marittima solcando i mari, per poi passare alla pesca, che si rivelò però poco redditizia, portandolo a trasferire la famiglia in Francia, dove divenne imprenditore di costruzioni navali e recuperi marittimi, impegnandosi nel lavoro di palombaro, attività che continuò al suo rientro a Capodistria.
Proprio in questa cittadina, nell'area dall'ex cantiere Martin di Capodistria fece realizzare su suo progetto il bagno galleggiante "San Giusto", il cui insolito varo ebbe luogo il 12 giugno 1899, presenti le autorità e molti cittadini attirati dalla curiosa novità. Per l'occasione, come di regola, venne issato il piccolo pavese con il vessillo dell'impero Austro-ungarico, Sauro avrebbe probabilmente preferito innalzare la bandiera italiana, cosa ovviamente non possibile, ma per tutti gli anni a seguire sul suo bagno sventolò solo la bandiera triestina con l'alabarda bianca in campo rosso e secondo alcune fonti persino su un palo verde [2].


Giacomo Sauro detto "el Bareta" (Capodistria, 1852 - 1922)


Bagno San Giusto nel mare di Punta Grossa 
In Istria lo stabilimento veniva chiamato "bagno Bareta", soprannome di Giacomo Sauro, dovuto all'abitudine sua, o forse di un antenato, di non togliersi mai il copricapo, tale appellativo venne inoltre esteso alla località che si trova, provenendo da Trieste, poco prima di superare Punta Grossa, luogo dove Sauro ormeggiò il bagno San Giusto e dove aveva costruito un ristorante molto apprezzato, nello stesso terreno sorgevano inoltre da tempo dei magazzini per conservare quanto recuperato dai navigli affondati, lavoro che, se pur in modo sporadico, continuava più che altro per passione.
La struttura balneare fu da subito molto frequentata, piuttosto ampia offriva diversi servizi per soddisfare le esigenze dei suoi ospiti, una vasta sala conversazione con un buon ristorante e culminava con un ampio terrazzo nel quale si godeva una piacevole frescura grazie a una copertura di grandi teli messi a protezione dal sole.
Il bagno era dotato di un solido molo galleggiante sul quale attraccavano i vaporetti provenienti da Trieste e da altre cittadine della costa, fra le varie imbarcazioni vi era anche il Carpaccio, con al comando il figlio Nazario, una vecchia torpediniera radiata della marina austriaca acquistata da Sauro e adattata allo scopo, piuttosto scomoda, ma veloce. Questi mezzi di trasporto permettevano un collegamento turistico economico in quanto i proprietari li utilizzavano anche per il trasporto di merci, a Trieste partivano dalla riva del Mandracchio, dove si vedeva un avvicendarsi di vaporetti e un gran movimento di merci e persone. Il servizio per Capodistria era attivo dal 1868, negli anni successivi venne offerto un collegamento regolare sia verso le coste occidentali con Grignano, Duino, Sistiana, ecc., che verso le città costiere dell'Istria e della Dalmazia.


I vaporini e il figlio Nazario
Vorrei soffermarmi su alcuni avvenimenti che ci permettono di conoscere un aspetto inusuale di Nazario Sauro (Capodistria 1880 – Pola 1916). La linea di vaporetti che collegava Trieste con Capodistria solitamente era gestita da società e capitali capodistriani, la concorrenza, in particolare se di altre città, non era ben vista e spesso sorgevano scontri e discussioni; bisogna infatti pensare che dai primi del '900 il movimento dei vaporini nel porto di Trieste era molto intenso, le banchine erano affollate e contese e l'approdo un problema concreto per le autorità portuali. Creò particolare insofferenza la nascita della Società di Navigazione a Vapore “La Veloce”, il cui nome era tutto un programma, fondata da un gruppo armatoriale con alla direzione Virgilio Cosulich, che istituì una nuova linea di collegamento con Capodistria con “Lampo”, un piroscafo di nuova concezione.


Il capitano Nazario Sauro sul ponte di comando del San Giusto 1911.
Foto da - Archivio Storico Digitale "Patria Italia".

Nazario Sauro era propenso alle "guasconate" rivolte al vaporino della concorrenza, esemplare l'episodio del 31 agosto 1911 che accadde mentre era al timone del "San Giusto", dopo aver lasciato il porto di Trieste alla volta di Capodistria contemporaneamente al "Lampo", quel giorno comandato dal capitano Ferrari; i due piroscafi si lanciarono in una specie di gara procedendo affiancati a una distanza di circa 40 metri, superata la Lanterna il “Lampo” veniva investito a poppa dal "San Giusto", creando grande panico fra i passeggeri e danni all'imbarcazione. Prontamente la Società "La Veloce" scrisse una lettera di protesta alla Società "Capodistriana" accusandola dell'incidente, testimoni che avevano assistito al fatto sostennero però che era stato il capitano Ferrari a tagliare la strada al capitano Sauro e anche la commissione d'inchiesta sollevò quest'ultimo da ogni responsabilità, pur non evitandogli l'arresto a seguito delle ingiurie rivolte a gran voce contro il capitano del "Lampo" e contro il governo austriaco.


I vaporetti ormeggiati lungo la riva della Sanità prima dell'interramento, il palazzo sede del Governo Marittimo verrà demolito nel 1910 assieme ad altri fabbricati per permettere la costruzione dell'Albergo Excelsior, più avanti la riva del Mandracchio e il palazzo del Lloyd Austro-Ungarico costruito nel 1883.
Foto CMSA.

Il vaporetto proveniente da Capodistria incredibilmente affollato sta per approdare alla riva del Mandracchio, una moltitudine di persone è probabilmente in attesa di salire sull'imbarcazione. Il servizio di vaporetti per Capodistria era attivo dal 1868, negli anni successivi venne offerto un collegamento regolare sia verso Grignano, Duino, Sistiana, ecc. che verso Muggia e le città costiere dell'Istria e della Dalmazia.
Dettaglio di una foto collezione Sergio Sergas.


L'incendio del 1904
Ritornando al tema principale dell'articolo, durante il periodo invernale il bagno galleggiante veniva trainato in una zona riparata della Val Stagnon, presso al Macello Comunale di Capodistria (oggi non più esistente), dove il 4 marzo del 1904 venne completamente distrutto assieme al suo contenuto di mobili, biancheria e stoviglie da un incendio causato probabilmente da un vagabondo che vi si era rifugiato per la notte; fortunatamente lo stabilimento aveva una copertura assicurativa e la stagione successiva Sauro aveva già fatto costruire una nuova struttura che rimase nelle acque limpide di Punta Grossa sicuramente fino all'inizio del primo conflitto mondiale.


Un'eccezionale foto del 1901 scattata dal colle di Servola, dal quale si vedono i primi interramenti per la realizzazione dello scalo dei legnami, segue l'Ospizio Marino con la spiaggia riservata ai bambini malati, sulla sinistra il bagno galleggiante San Giusto collegato alla spiaggia da un lungo ponte, sullo sfondo il cantiere San Marco. A destra dell'attuale via Italo Svevo il colle di Chiarbola è ancora un'area verde con poche costruzioni e diverse campagne, vigneti, frutteti, orti e giardini. Lungo la via dei Lavoratori, poi via Don Giovanni Bosco, spiccano le case popolari conosciute come "Case dei cantierini" dove alloggiavano i lavoratori del Cantiere San Marco.
Foto collezione Dino Cafagna.


Il "San Giusto" sotto Servola
A seguito del successo del primo bagno galleggiante, nel 1901 Sauro ne fece costruire un secondo, al quale diede lo stesso nome e che venne ormeggiato in un tratto di mare sotto il colle di Servola.
In questo periodo i lavori di interramento erano appena iniziati per cui la Strada per Servola era ancora fiancheggiata dal mare, lungo la costa si trovavano alcuni stabilimenti balneari popolari e fino agli ultimi anni del 1800, quasi sotto il colle di Servola si trovava un arenile dove la borghesia usava galoppare nell'acqua bassa per rinfrescare i cavalli e irrobustirli, in quanto era ritenuto che l'acqua di mare portasse benefici anche a questi animali.

Nel nullaosta per la concessione rilasciato a Sauro dal Governo Marittimo vengono riportate diverse indicazioni, alcune comuni a tutti i bagni galleggianti, fra le quali: l'obbligo per il proprietario di liberare la posizione in caso di necessità senza poter pretendere alcun indennizzo, di rimuovere alla fine della stagione ogni costruzione provvisoria e ripristinare lo stato originale dell'area, di tenere a disposizione una barca per l'eventuale trasporto dei passeggeri, inoltre nel documento veniva assegnata la collocazione del bagno fra la Spremitura d'Oli Vegetali [3] e l'Ospizio Marino [4], con la condizione che venisse mantenuta una distanza non inferiore ai 50 metri dalla baracca del bagno popolare e, per motivi d'igiene e sanità, non inferiore ai 200 metri dall'Ospizio Marino, edificio costruito grazie alla Società Amici dell'Infanzia e inaugurato il 18 giugno 1893, che ospitava i bambini affetti da scrofola e che aveva a disposizione una spiaggia dal momento che a quel tempo la talassoterapia era la sola cura per questa malattia. Sauro ottenne inoltre il permesso di costruire un pontile in legno da collegare al bagno mediante un ponte levatoio, in modo da permettere un comodo accesso ai bagnanti.


La posizione del Bagno San Giusto assegnata dal Governo Marittimo era a 200 metri dall'Ospizio Marino (in alto a destra) davanti al quale si vede l'attuale via Italo Svevo, 50 metri dal bagno popolare, un po' più in basso lungo la costa e adiacente si vedono gli edifici della Spremitura Olii Vegetali, contrassegnato con il n°115 il Cantiere San Marco.
Dettaglio di una mappa del 1902 collezione Dino Cafagna.


La parte finale del passeggio Sant'Andrea, poi strada per Servola, ombreggiata da alberi continuava in salita fino al villaggio omonimo dove si stagliano la chiesa e il campanile di San Lorenzo, in primo piano le acque tranquille della piccola baia, sparita con gli interramenti realizzati per lo scalo legnami.
Litografia colorata a mano, disegno di Marco Moro del 1854.


La stagione seguente (1902), per comodità dei bagnanti il galleggiante venne ormeggiato più vicino alla riva e Sauro si trovò con ben 60 metri di pontile inutilizzato, per cui chiese e ottenne dal Governo Marittimo il permesso di posizionarlo trasversalmente alla struttura galleggiante e di collocarvi 18 cabine in legno, in questo modo oltre che ampliare l'area del bagno poteva disporre di un maggior numero di spogliatoi, sempre molto richiesti dalle signore.
Per ogni stagione estiva Sauro dovette corrispondere all'Amministrazione Marittima un canone di 40 corone per l'ormeggio del bagno e in questo caso anche l'uso di un tratto di spiaggia.


Trasferimento a San Pietro D'Orio
Causa l'esposizione ai venti della zona e l'inizio dei lavori di interramento di un tratto di mare per la realizzazione di una vasta area sulla quale trasferire da Campo Marzio lo scalo legnami, nel 1903 Sauro presentò domanda al Governo Marittimo di trasferire lo stabilimento galleggiante a San Pietro D'Orio (un'isola della laguna di Grado), chiedendo di poterlo collocare nella parte interna del banco foraneo, dove iniziò l'attività la stagione stessa. Per il primo anno il Governo Marittimo chiese che gli venisse corrisposto, quale incoraggiamento, un modesto canone di ricognizione [5] di 10 corone.

Disegno con illustrata la posizione del bagno San Giusto (in rosso) a San Pietro D'Orio, presentato da Giacomo Sauro in allegato alla domanda del marzo 1903 per per la nuova collocazione adiacente all'isola della laguna di Grado.
Dettaglio della mappa conservata presso l'Archivio di Stato-Governo Marittimo busta 941.




Note

[1] Giacomo Sauro (Capodistria 1852-1922) apparteneva a una famiglia di origini romane che in seguito a un'eredità si era trasferita a Capodistria i primi anni dell'800, già da ragazzo aveva iniziato la carriera marittima navigando i mari di tutto il mondo. Dopo il servizio militare si imbarcò su un peschereccio, poi passò alla pesca in proprio sul suo piccolo motoveliero "San Nazario", nel 1879 si sposò con Anna Depangher (1857- 1919), abitavano a Capodistria in una modesta casa in piazzale dei Pescatori quando il 20 settembre 1880 nacque il primogenito al quale venne dato il nome del nonno paterno: Nazario, che è anche il patrono di Capodistria; con la nascita del figlio i proventi ricavati dalla pesca non furono più sufficienti e dopo otto mesi si trasferirono a Cette (oggi Sète), città costiera nel sud della Francia, dove Giacomo svolse molteplici attività, divenendo infine imprenditore di costruzioni navali e recuperi di bastimenti naufragati lavorando in prima persona come palombaro, un mestiere faticoso e pericoloso che rendeva discretamente. Nel 1883 nacque la figlia Maria e in quel periodo Nazarì, così veniva chiamato il piccolo Nazario nella regione della Linguadòca (nome che gli resterà anche dopo il ritorno in patria) ebbe un incidente di gioco che gli lesionò l'occhio. Nel 1886 in Francia scoppiò un'epidemia di colera che indusse la famiglia a far ritorno a Capodistria. Giacomo, dopo aver iniziato un lavoro come interprete, spinto dalla passione per il mare riprese l'attività nel settore di recuperi marittimi, specializzandosi nelle complesse operazioni salvataggio dei bastimenti naufragati, all'avanguardia per i tempi, fu il primo palombaro nella penisola istriana. Per un periodo lavorò nei recuperi in collaborazione con il figlio Nazario, che poco incline agli studi, nonostante il parere contrario del padre, preferì abbandonarli dimostrando notevoli doti marinaresche.
Nel 1897 Giacomo aprì un ristorante a Punta Grossa, dal 1899 si dedicò alla gestione di alcuni stabilimenti balneari, nei primi anni del 1900 acquistò "Il Carpaccio", che al comando del figlio Nazario veniva impiegato per il trasporto di merci e passeggeri tra Capodistria e Trieste.
Giacomo nell'estate del 1915, mentre si trovava a Punta Grossa, dove aveva un ristorante e lo stabilimento balneare, in una notte di vento e pioggia era uscito in barca con una lampada per rinforzare le cime che assicuravano il bagno, accusato di tentata fuga e di segnalazioni a piroscafi nemici venne arrestato e condotto alle carceri di via Tigor, sebbene l'accusa fosse caduta, in seguito al piano di sfollamento di gran parte degli istriani previsto dall'impero Austro-Ungarico, fu internato a Katzenau, poi trasferito a Mittergrabern, dove si ricongiunse con la moglie e la figlia Maria, dalla quale venne a sapere della morte del figlio Nazario a Pola il 10 agosto 1916, in seguito a una condanna inflittagli dal tribunale militare austriaco per alto tradimento. Nell’aprile del 1917, deciso lo scioglimento dei campi di internamento, anche i Sauro furono liberati, Giacomo e la moglie Anna furono ospitati nella casa della famiglia Gambini a Semedella. Alla fine della guerra la situazione politica mutò e l'Istria entrò a far parte del Regno d'Italia, la salma di Nazario venne esumata e il 26 gennaio 1919 Giacomo e Anna Sauro ebbero la possibilità di assistere alla sepoltura del figlio in forma solenne nel cimitero di Marina di San Policarpo a Pola, lo stesso giorno l’Ammiraglio Umberto Cagni consegnò alla madre la medaglia d’oro al valor militare alla memoria del capitano.
Provata dalla detenzione e dalla sofferenza Anna Depangher si spense il 7 dicembre 1919 e Giacomo il 9 gennaio 1922.


[2] pag. 22 "Nazario Sauro - Storia di un marinaio" di Romano e Francesco Sauro.


[3] Lo stabilimento della S.A. Spremitura Oli Vegetali, costruito nel 1893 a Sant'Andrea in una posizione che permetteva di usufruire del trasporto marittimo per il ricevimento delle materie prime e l'imbarco del prodotto finito, per il traffico terrestre era stato realizzato un allacciamento ferroviario con la vicina stazione di Sant'Andrea. Ai suoi inizi poteva fornire una lavorazione di circa 300 quintali di semi al giorno. Nel 1901 e 1914 la fabbrica venne distrutta da due incendi, entrambe le volte ricostruita, ampliata e dotata di nuovi macchinari riuscì a riprendersi, raggiungendo nel 1909 una lavorazione giornaliera di 300.000 quintali di semi oleosi.
Durante la prima guerra mondiale l'attività dello stabilimento subì un arresto di quasi cinque anni, dopo questo periodo la società si trovò in serie difficoltà e nel 1919 lo stabilimento venne acquisito da Egidio Gaslini. Dopo la riorganizzazione e l'acquisto di nuovi macchinari occupava una superficie di 65.000 mq e con l'impiego di 400 operai giornalmente venivano lavorati 1200 q. di semi vari, in breve tempo riuscì a incrementare la produzione ed estese l'attività con l'acquisto di altri impianti in regione e nel Veneto.


[4] La "Società degli Amici dell'Infanzia" venne fondata il 20 aprile 1884 con il compito di prendersi cura dei bambini delle classi più disagiate.
Fra i vari progetti che si prefiggevano di realizzare vi era un "ospizio marino" per la cura dei bambini affetti da scrofola, a quel tempo l’unico modo per contrastare la malattia era quello di nutrire bene le persone e farle respirare aria pulita, come poteva essere quella vicino al mare.
Il 20 luglio del 1884 inaugurarono il primo ospizio marino in "Villa Rieter", l'edificio preso a pigione si trovava in una zona denominata Isella, quasi di fronte al cantiere San Marco, in quel periodo ebbero la possibilità di utilizzare la spiaggia messa a disposizione dai proprietari del cantiere e i primi risultati furono incoraggianti. Avendo l'esigenza di un edificio di proprietà raccolsero i fondi per la costruzione lanciando una lotteria, grazie a questa e altre donazioni iniziarono i lavori per la nuova struttura dotata di un'ampia spiaggia in una zona sotto il villaggio di Servola, l'Ospizio Marino venne inaugurato il 18 giugno 1893. Verso il 1904 la spiaggia sparì con i lavori di interramento per la realizzazione dello scalo dei legnami e per continuare i trattamenti di cura al mare gli Amici dell'Infanzia furono costretti a cercare un nuovo ambiente per i bambini, fortunatamente la Società per la lotta contro la tubercolosi di Trieste offrì una loro proprietà ad Ancarano, dove grazie alla Croce Rossa austriaca vennero create due baracche prefabbricate vicino al mare, gli ottimi risultati ottenuti portarono all'acquisto di un terreno in quella zona e all'inizio dei lavori per una struttura stabile inaugurata nel 1909.
Nel 1905 l'edificio appena lasciato (l'ex Ospizio Marino) venne assegnato alla società di navigazione Austro-Americana per ospitare gli emigranti in attesa d'imbarco verso gli Stati Uniti d’America. Nel 1912 questa pensione, più nota come "Casa dell'Emigrante", subì un importante restauro, venne alzata di ben tre piani e fu completamente rinnovata. Nel 1914 l'edificio fu trasformato in ospedale militare con una capacità di oltre 500 degenti, nel 1946 divenne ricovero per gli esuli e i profughi, dal 1972 è diventato la Scuola Media Svevo, Scuola Elementare Lovisato, oggi è sede dell'Istituto Comprensivo "Italo Svevo" e si trova al n° 15 di via Italo Svevo (denominazione apposta con Delibera Consigliare n 60 del 6-4-1956).


[5] Il Canone di Ricognizione ha natura giuridica di entrata di carattere patrimoniale quale corrispettivo dovuto dall'utilizzatore del bene pubblico al Comune a titolo di compenso, il valore è proporzionale all'occupazione e al vantaggio che l'utente ne ricava.




Bibliografia
Sito web di Aldo e Corrado Cherini - Cantieri e armamenti giuliani minori - Capodistria 1841-1945.
Aldo Cherini "Memorie di un internato in Austria" (1915- 1917).
Aldo Cherini "La linea di Navigazione costiera a corto raggio tra Capodistria e Trieste".
Aldo Cherini "Vaporetti e capitani in attività a Capodistria".
Il Risorgimento economico della Venezia Giulia di Giuseppe Mastrolonardo 1921.
Nazario Sauro storia di un marinaio di Romano e Francesco Sauro.
Diario capodistriano 1904-1920.
Archivio di Stato Governo Marittimo busta 941.
San Vito" A.Seri e S. Degli Ivanissevich.
La vita di Nazario Sauro di Carlo Pignatti Morano 1922.

lunedì 27 gennaio 2020

L'invenzione del primo bagno galleggiante il "Soglio di Nettuno"

A Trieste la tradizione della "tociada" precede la nascita degli stabilimenti balneari, l’acqua era preziosa, doveva essere attinta dai fontanoni, ed era carente nei periodi di siccità, per cui una nuotata poteva essere anche l'occasione per lavarsi.
Già all'inizio dell'800 ragazzini e marinari usavano tuffarsi nelle acque del porto oppure nel Canal Grande rischiando di essere investiti da una delle numerose imbarcazioni, nonostante esistessero norme precise che vietavano la balneazione al di fuori delle zone consentite e severe ammende in caso di trasgressione, come attesta questo avviso che risale al 7 giugno 1809, firmato dal Cavalier Ignazio de Capuano, Preside del Magistrato: “Chiunque verrà trovato a nuotare nudo fra un Lazzaretto e l’altro sarà immancabilmente arrestato e punito, ed in quanto a’ ragazzi, gastigati verranno anche con vergate”.
Furono i bagni galleggianti a risolvere il problema del divieto di balneazione che per motivi di sicurezza e di decoro, come riporta il Magistrato, copriva la zona dal Lazzaretto San Carlo (attuale via Giulio Cesare) al nuovo Lazzaretto Santa Teresa (all'inizio dell'attuale largo a Roiano).




Studi sulle cure balneoterapiche e la talassoterapìa
Il valore terapeutico dell'acqua marina era noto già nell'antichità, queste teorie vennero riprese dal medico inglese Richard Russell (1687-1759) che nel 1750 scrisse un trattato sui benefici del mare per il corpo umano e la cura delle malattie, in poco tempo il suo pensiero si diffuse e venne apprezzato in tutta Europa. L'opera, che venne tradotta in italiano nel 1817, esaltava l'uso dell'acqua di mare calda o fredda arrivando a consigliarne l'uso come integratore: "...bisogna bere l’acqua di mare, farcisi il bagno, mangiare tutte le cose che provengono dal mare nelle quali la virtù del mare è concentrata.", come per tutte le novità si arrivò a degli eccessi, ma l'argomento aveva destato interesse e anche altri medici lo svilupparono. Vennero aperte lussuose stazioni balneari in Inghilterra, Francia, Germania e Italia, immerse solitamente in splendidi parchi, offrivano assistenza medica, ma anche ottimi servizi di ristoro.
Convinto dell'efficacia della talassoterapia il dottor Augusto Guastalla (Trieste 1810-1876) dal 1840 scrisse saggi sui bagni marini [1] e sulle terme, magnificando la qualità del mare del nostro golfo che inserì fra i migliori d'Italia, elogiandone le sue acque che rimangono limpide e pure grazie alla profondità e le correnti, sature di sale, ricche di iodio, con un alto numero di varietà di alghe, studiate ed elencate dal noto farmacista-botanico dottor Bartolomeo Biasoletto (1793-1858). Il dottor Guastalla consigliava la cura idroterapica a tutti, invitando a frequentare i bagni galleggianti, cosa che avrebbe portato benefici per diverse malattie infiammatorie e fortificato il sistema immunitario.
Possiamo desumere pure che il modo di dire "andare al bagno" abbia origine proprio dal fatto che un tempo i triestini quando si recavano al mare andavano ai bagni galleggianti e che tale espressione sia rimasta in uso.


Richard Russell (26 novembre 1687 - 1759) in un quadro di Benjamin Wilson, circa 1755.
(c) Brighton and Hove Museums and Art Galleries; The Public Catalogue Foundation.


Il primo bagno galleggiante
Il primo esercizio di questo genere della città venne ideato e progettato dal ricco commerciante Domenico D'Angeli (padre del futuro podestà Massimiliano), che il 23 aprile 1823 presentò "il disegno, piani e modello per la nuova sua invenzione di Bagni di mare mediante un Edifizio galleggiante", affinché gli venisse riconosciuto il "brevetto" per cinque anni [2]. Allestì la zattera in Sacchetta "in marina in faccia la casa di campagna del Duca di Montfort [anche conosciuta come villa Neker]", in modo che un'apposita commissione la potesse valutare indicando le modifiche necessarie per ottenere la concessione, che arrivò alla terza visita, assieme all'assegnazione del posto "in faccia al quadrato n°XI della città Giuseppina", cioè nel tratto di mare fra il molo Giuseppino (molo Venezia) e il molo Sartorio.


La prima zona assegnata al Soglio Di Nettuno fu il tratto di mare antistante al quadrato N°XI (cerchiato in rosso) del borgo Giuseppino.
Dettaglio di una mappa del 1821.


Il 24 maggio 1823, presenti le autorità, i cittadini e i forestieri giunti per l'occasione, venne organizzata una grande festa per l'inaugurazione del primo stabilimento balneare galleggiante della città denominato il “SOGLIO di NETTUNO”.


Nello specchio di mare del golfo di Trieste l'imponente Soglio di Nettuno.
Foto collezione Iure Barac.



Struttura e servizi
Il Soglio di Nettuno era costruito su uno zatterone in legno sostenuto da molte botti e cassoni, ben fissato al fondo marino con "solidi cavi a due ancore" per resistere all'impeto dei venti e delle onde, configurazione che poi verrà adottata da tutti i bagni successivi.
La struttura emersa si presentava con un'imponente facciata, sopra l'ingresso un'insegna con l'aquila bicipite al centro della quale era scolpito Nettuno, all'interno un corridoio divideva sei "stanzini uso bagno", locali divisi in due parti, una zona arredata con specchio e biancheria, adibita a spogliatoio e un'altra dove una scaletta permetteva l'accesso al mare in tutta sicurezza, protetti da una specie di gabbia in legno con un doppio fondo, di cui uno mobile, che tramite quattro funi veniva immerso alla profondità voluta. Per i nuotatori provetti c'era inoltre una vasca comune comunicante con il mare, affiancata da spogliatoi e dotata di un fondo in tavole di legno: "...onde possano i nuotatori allorchè sono stanchi trovarvi riposo".
Dalla relazione stilata dalla Commissione veniamo a sapere che lo stabilimento offriva tutti i comfort: si potevano trovare i "bagni a doccia", le vasche per fare bagni caldi di acqua dolce o salata e dei comodi gabinetti. Onde evitare pericoli d'incendio la caldaia, isolata da mattoni, era stata collocata su una barchetta esterna alla costruzione e proprio riguardo alla distribuzione dell'acqua calda nelle vasche, il 30 agosto 1838 D'Angeli ottenne un altro privilegio (brevetto) per il miglioramento: "nell'apparecchio dei bagni caldi e freddi".
A contorno dei servizi appena descritti nello stabilimento si poteva usufruire di una caffetteria, fornita di bibite e birra, con un servizio di ristoro dove si avevano a disposizione diversi quotidiani, non mancava infine la sala per fumatori.


Nella parte alta della litografia colorata si legge: "I.R. Priv. Bagno Marino, il Soglio di Nettuno" - di Proprietà ed invenzione di Domenico D'Angeli - nella parte bassa in lingua tedesca e italiana vengono riportati i prezzi per i vari abbonamenti: "per tutta la stagione estiva: i bagni caldi f.25 e naturali f.20 - per 30 bagni caldi f.15 - naturali f.12 - per 12 a pioggia ferruginosi o a doccia, caldi f.10 - naturali f. 8".


Al primo giugno, inizio della stagione estiva, i giornali ricordavano l'apertura di tutti i bagni presenti nel nostro golfo riportando i prezzi per l'ingresso e le novità, in particolare il giornale culturale "la Favilla" dedicava molto spazio al bagno D'Angeli, elogiandone l'eleganza, la pulizia degli ambienti e la cura con cui il proprietario abbelliva i locali apportando annuali miglioramenti.
I prezzi e le condizioni di abbonamento sono riportati nella didascalia della stampa soprastante, mentre l'importo del singolo biglietto per un'ora di bagno di acqua marina o dolce andava dai 20 ai 40 Karantani [4] a seconda che l'acqua fosse calda o fredda e venisse o meno fornita la biancheria.
Alla fine della stagione balneare era d'obbligo lasciare il tratto di mare occupato e per questo motivo la struttura di questo bagno era stata costruita in modo che potesse essere smontata con relativa semplicità, per poi essere ricomposta l'anno successivo.

Evidentemente il nuovo stabilimento galleggiante suscitò molto interesse dal momento che nel giugno 1832 fu una delle tappe dell'Imperatore Francesco I (o per alcune fonti della consorte Carolina Augusta di Baviera) durante la visita ufficiale a Trieste e in questa occasione venne definito come il primo della città e forse il più bello dell'Impero.

Per soddisfare il crescente numero dei bagnanti negli anni l'area della struttura venne ampliata e dall'attenta descrizione fatta dal dott. Guastalla nel 1840 vediamo che il numero di cabine a disposizione dei bagnanti è aumentato e gli "stanzini uso bagno", tanto amati dalla clientela femminile, erano arrivati a venti, con dimensioni di circa due metri quadrati. Destò molto interesse l'introduzione dei corsi di nuoto tenuti da maestri e maestre aperti a uomini e donne, con delle competizioni a fine corso. Ad abbellire l'ambiente vennero persino create delle vasche-acquario contenenti esemplari di fauna e vegetazione del golfo.
Lo stabilimento era frequentato soprattutto dalla ricca borghesia che amava trascorrere le giornate estive godendo delle proprietà salutari del mare, rilassandosi e conversando ai tavolini di qualche sala, D'Angeli lo curava con passione, portando innovazioni a ogni inizio stagione, anche per vincere la concorrenza che negli anni aveva fatto sorgere nel golfo nuovi stabilimenti.


Altri esercizi della città
Ai piedi della Lanterna all'interno della Sacchetta, nel 1830 venne aperta "La scuola militare di nuoto", bagno inizialmente destinato ai militari della Marina austriaca che in parte aiutava a risolvere i problemi igienici, offriva alle truppe svago, refrigerio e ovviamente la possibilità di diventare provetti nuotatori. Gli ottimi maestri di nuoto destarono l'interesse dai cittadini, tanto che ben presto il bagno venne aperto ai civili, con un orario riservato alle donne, e frequentato assiduamente dai bambini che potevano qui apprendere i primi rudimenti del nuoto. Si trattava di una struttura galleggiante fissata alla riva, realizzata completamente in legno, dotata di passerelle e trampolini posti a diverse altezze, coperta da teli per riparare i nuotatori dai raggi solari. Nel 1884 fu ampliato, ma le dimensioni rimasero insufficienti per soddisfare le necessità e dopo diverse richieste e anni di attesa, nel 1906 venne assegnata l'area al lato opposto del molo Teresiano (oggi Fratelli Bandiera) per realizzare un nuovo "Bagno Militare" che verrà concluso nel 1909.


In primo piano il tetto della Borsa, vicini i campanili della chiesa greco-ortodossa dedicata a San Nicolò, nel tratto di mare antistante, indicato dalla freccia il bagno galleggiante "Maria, a destra della foto il bagno Buchler ha lasciato la sua solita posizione fra i moli del Sale e Kluch ed è ancorato di fronte al Canal Grande, annualmente il Governo Marittimo indicava la posizione dei bagni in modo da non causare intralcio alle manovre dei piroscafi o ai lavori portuali.
Dettaglio di una foto collezione Sergio Sergas.


Sempre 1830, nello spazio di mare fra il molo del Sale e il molo Klutsch, oggi non più esistenti in seguito alla costruzione del Porto Nuovo, venne inaugurato il "Bagno galleggiante Boscaglia", divenuto dopo circa trent'anni "Bagno Buchler", denominazioni derivate dal cognome dei proprietari, e che dal 1868 venne gestito dalla signora Maria, vedova di Adolfo Buchler, che gli attribuirà il nome di "Galleggiante Nazionale"; nonostante fosse circondato da un cantiere per i lavori portuali e da un gran movimento di piroscafi è comprovato da documenti d'archivio che il bagno galleggiante rimase accanto al superstite molo del Sale fino 1870 e probabilmente qualche anno in più, poi si trasferì nel tratto di mare antistante l'area dove, fra il 1880-83, verrà edificato il palazzo Lloyd Austro-Ungarico. Dal 1904 il bagno verrà rinnovato dal nuovo proprietario, Carlo Kozmann, utilizzando il legname del relitto della fregata francese "Danae" [3], esplosa il 4 settembre 1812 proprio mentre era ormeggiata a Trieste. Questo stabilimento fu il più longevo del nostro golfo, concluse la sua attività dopo più di ottant'anni la notte tra il 14 e il 15 giugno del 1911, quando una tempesta lo distrusse completamente.

Sia per l'aumento della popolazione, sia per il numero crescente dei forestieri attratti dal clima e dai bagni marini, si rese necessario un nuovo bagno galleggiante, per soddisfare questa esigenza venne realizzato il "Bagno Maria" lo stabilimento più elegante e innovativo della città e forse del mare Adriatico (tanto da meritarsi di essere oggetto di un mio futuro post). Costruito dallo Stabilimento Tecnico Triestino nel cantiere di San Rocco, subito dopo il varo del 15 maggio 1858 venne trainato verso la nostra città e ancorato di fronte all'Hotel de la Ville.
Dagli elenchi dell'archivio di stato delle stagioni estive 1870-1871 emerge un nuovo bagno galleggiante denominato con il nome del proprietario "Mariano Barboni", posso solo dire che si trattava di una struttura di uso pubblico di piccole dimensioni e che per questo motivo venne ormeggiata in Sacchetta al riparo dei venti.


Disposizione dei bagni galleggianti, il "Bagno Buchler" dall'ultimo ventennio del secolo circa verrà ancorato di fronte al palazzo del Lloyd Austro-Ungarico (poi Lloyd Triestino), nella zona precedentemente occupata dal "Soglio di Nettuno".
Dettaglio di una mappa dalla collezione di Antonio Paladini.


La concorrenza di Venezia
Apriamo una parentesi per parlare del primo bagno galleggiante di Venezia, in quanto sembra ci sia stata una forma di competizione con Trieste dal momento che molti testi del tempo confrontano la qualità dell'acqua e dei bagni galleggianti delle due città, di quasi dieci anni successivo al nostro "Soglio" è comunque il primo stabilimento della laguna, quello inaugurato nel 1833 con il nome di "Grande Stabilimento Galleggiante" dal dottor Tommaso Rima, medico militare, chirurgo maggiore dell'Armata d'Italia, dal 1820 medico civile primario chirurgo, si interessò alle funzioni terapeutiche dell'acqua di mare e al quale si deve pure l'invenzione "della gondola per bagnarsi", nota con il nome di Sirena.


Le Sirene progettate dal dott. Rima erano delle gondole con parte del fondo sostituito da una gabbia, inoltre furono dotate di un "felze" (la sovrastruttura posta al centro della gondola a riparo dei passeggeri) particolare, che permetteva al bagnante di spogliarsi e immergersi nell'acqua godendo dell'idromassaggio prodotto dai gondolieri che remavano contro corrente.
Foto tratta da termedivenezia.wordpress.com


Lo spostamento e il progetto del pontile
Il Soglio di Nettuno, in una data che non sono riuscita a individuare, lasciò l'ormeggio vicino al molo Giuseppino (molo Venezia) per posizionarsi nel tratto di mare antistante il palazzo del Governo Marittimo (dove attualmente sorge l'Hotel Excelsior), di certo poté godere di questa posizione centrale dalla stagione 1857, come viene citato nella Guida Scematica della Città di Trieste di quell'anno.

Nel maggio del 1860 D'Angeli presentò una domanda, corredata da progetto, alla Direzione delle pubbliche costruzioni e all'ufficio del Governo Marittimo per ottenere il permesso di erigere un ponte temporaneo che collegasse la struttura alla riva, in modo da offrire ai bagnanti la comodità di raggiungere lo stabilimento senza il disagio e la spesa di doversi servire delle barche - traghetto. Ottenne il consenso a condizione che il ponte fosse divisibile in due parti, per poter all'occorrenza lasciar libero il tratto di mare, in quanto si stava procedendo all'allargamento della riva. Dal 1864 dovette nuovamente ormeggiarsi in rada, in quanto conclusi i lavori sulle rive furono tolte le colonne dove il ponte veniva fissato.

Documenti presenti in archivio [5] testimoniano che il Soglio di Nettuno durante la stagione estiva è stato ormeggiato fino al 1871, per cui si presuppone fino alla fine dell'attività, nel tratto di mare antistante il palazzo del Governo Marittimo.


Progetto datato 12 maggio 1860 presentato da D. D'Angeli alla Direzione delle pubbliche costruzioni per la costruzione di un ponte provvisorio che potesse collegare il Soglio di Nettuno alla terraferma. Parallela alla Riva della Sanità è visibile l'armatura della nuova riva che sarà ricavata dall'interramento di un tratto di mare.
Trieste, Civici Musei di Storia ed Arte, inv.1/238. La Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte fornisce esclusivamente l'immagine di cui è proprietaria.

Immagine ripresa dalla terraferma a sinistra il molo Porporella poi della Sanità e infine Bersaglieri, in primo piano l'armatura per la nuova riva, in rada il Soglio di Nettuno.
Foto Civici Musei di Storia ed Arte, modificata.


La morte di D'Angeli e le nuove proprietà
Il 19 Gennaio 1866 all'età di 85 anni morì Domenico D'Angeli, lo stesso anno lo stabilimento balneare venne acquistato da Pietro Hubbi e nella stagione successiva subentrò alla proprietà Giuseppe Finazzi, che lo gestì assieme al socio Antonio Manin. In quell'anno la struttura fu seriamente danneggiata da una bufera di vento, le improvvise tempeste estive e le mareggiate furono sempre un rischio per i bagni galleggianti, ma i nuovi proprietari non si scoraggiarono e dopo la ristrutturazione presentarono ai clienti uno stabilimento rinnovato e arredato con eleganza, inoltre alle vasche furono applicate nuove e più resistenti reti metalliche a difesa dai pescecani, infatti i giornali del tempo riportano annualmente gli avvistamenti di questi animali che arrivavano nel golfo attratti dalle numerose tonnare e lo squalo bianco (carcharodon carcharias) spesso creò panico fra i bagnanti, tanto da venir definito "il mostro marino", a tal proposito il Governo Marittimo aveva prescritto nuovi provvedimenti atti a garantire la sicurezza dei bagnanti, proibendo ai clienti dei bagni galleggianti di nuotare al di fuori delle vasche recintate.


L'Associazione Triestina di Ginnastica
In questo stabilimento, dal 1868 al 1871 vennero custodite le imbarcazioni della sezione nautica della "Associazione Triestina di Ginnastica" [6], che, dopo la forzata chiusura imposta dalla Luogotenenza nell'ottobre 1864 aveva appena ripreso l'attività con un nuovo nome, nuovi statuti e regolamenti. In quegli anni la sezione nautica era ancora poco attiva, l'entusiasmo arriverà con un maggior numero di iscritti e la partecipazione alle regate. Le barche venivano ormeggiate alle zattere o alate all'aperto. Per favorire la preparazione atletica gli allievi avevano dei prezzi agevolati per gli abbonamenti annuali e per le lezioni di nuoto, sia al Soglio di Nettuno che al Bagno Maria, dove le imbarcazioni verranno trasferite dopo il 1871.


Vincitori nella categoria dilettanti di una regata "fra lo scoglio di Miramar e Barcola", l'equipaggio della "Ginnastica": D'Elia, Fornasaro, Fragiacomo, Sovrano, il timoniere Mocenigo. Al centro la bandiera di seta rossa con l'alabarda, sul nastro bianco è ricamato in oro: "Primo premio della regata del 24 settembre 1871".
La competizione si era tenuta in occasione della prima grande "Mostra Agricola Industriale e di Belle Arti Triestina", inaugurata il 20 settembre nel vasto spazio di fronte al giardino pubblico Muzio de Tommasini.


Le ultime notizie
L'ultima menzione del Soglio di Nettuno viene fatta nel giugno del 1873 dal mensile "Mente Sana in Corpo Sano" dell'Associazione Triestina di Ginnastica, in occasione dell'apertura della stagione balneare vengono pubblicati i prezzi degli abbonamenti per i bagni e le lezioni di nuoto riservate agli allievi della società sportiva. Forse proprio in quell'anno, dopo cinquant'anni di attività, il Soglio di Nettuno potrebbe aver chiuso definitivamente il suo servizio.




Note
[1] Fra i molti saggi del dottor Augusto Guastalla cito: "Sui bagni marini in generale e più particolarmente su quelli di Trieste nella stagione estiva dal primo giugno, cioè, a mezzo settembre" 1840 e "Studi medici sull'acqua di mare" 1842.

[2] L'origine dei privilegi per le invenzioni risale al 19 marzo 1474, quando nella Repubblica di Venezia venne promulgato lo Statuto dei brevetti, accompagnato da queste parole: "...abbiamo fra noi uomini di grande ingegno, atti ad inventare e scoprire dispositivi ingegnosi: ed è in vista della grandezza e della virtù della nostra città che cercheremo di far arrivare qui sempre più uomini di tale specie ogni giorno.".
Per avvicinarsi agli anni trattati in questo articolo possiamo citare la nuova Sovrana Patente emessa dall'Imperatore Francesco I il 28 febbraio 1821, concernente un nuovo sistema per la concessione "...di privilegi esclusivi riguardanti alle nuove scoperte, invenzioni e miglioramenti in qualsiasi ramo d'industria introducendo in tutte le provincie della monarchia Austriaca un metodo uniforme nella concessione dei privilegi..." chiaramente con il fine di promuovere lo spirito d’invenzione e portare l’industria nazionale alla maggior perfezione dei suoi prodotti. La richiesta poteva essere presentata da sudditi o stranieri, l'invenzione doveva venir descritta in modo preciso, allegando anche disegni o modelli, si poteva richiedere il privilegio dell'esclusiva per un periodo da 5 a 15 anni e all'atto della domanda andava versata la metà della tassa dell'intero periodo del privilegio, il rimanente veniva pagato in rate annuali. Per avere un'idea dei costi riporto quanto scritto nella tabella allegata: per i primi 5 anni 10 fiorini all'anno, per il sesto anno 15, per il settimo 20, per l'ottavo 25 e così via, era comunque possibile domandare la proroga del privilegio prima dello scadere del quinto e del decimo anno. All'atto della domanda D'Angeli pagò infatti 25 f., metà della tassa per i primi 5 anni, negli anni futuri chiederà la proroga del privilegio estendendolo fino alla sua durata massima.
Con il riconoscimento dell'invenzione veniva assicurato l'uso esclusivo per il periodo espresso nel privilegio, con la possibilità di applicare l'invenzione "in qualunque luogo della monarchia" e di "autorizzare altre persone a porre in pratica il suo ritrovato".

[3] La fregata Danae con 44 cannoni e 350 uomini d'equipaggio era l'ultima nave importante che Napoleone avesse nell'Adriatico, svolgeva preziosi servizi bordeggiando fra Trieste e Corfù a protezione della navigazione di cabotaggio e per il vettovagliamento delle basi francesi. Il 4 settembre 1812 era ancorata nei pressi del molo San Carlo (Audace) e si apprestava a salpare l'indomani per una nuova missione quando, poco dopo la mezzanotte, saltò in aria. Non furono individuate le cause, ma venne ipotizzato un atto di sabotaggio in quanto era l'unica nave che potesse ostacolare il dominio britannico in Adriatico. Lo scoppio fu spaventoso, non ci furono superstiti, negli edifici più vicini all'esplosione si sfondarono molte porte e una gran quantità di vetri delle finestre andarono in frantumi.

[4] Per car. si intente i Kreuzer (Creuzer, Carentani o Carantani, Karantani), fino al 1858 valevano 1/60 di fiorino.

[5] Nell'Archivio di Stato (Governo Marittimo - busta 940 ) si trovano gli elenchi dei bagni galleggianti nella rada di Trieste, che venivano stilati annualmente dall'Ufficio Porto e Santità, dove sono registrati i nomi dei bagni, i loro proprietari e la collocazione, sono conservati dal 1867 fino all'anno 1871, durante questo periodo il Soglio di Nettuno venne sempre posizionato nel tratto di mare di fronte al palazzo del Governo Marittimo.

[6] Il giorno 10 novembre 1863 era stata istituita la Società Triestina di Ginnastica con lo scopo di “promuovere gli esercizi ginnastici onde giovare al bene morale e fisico della gioventù Triestina”, comprendeva diverse attività sportive, fra le quali la sezione "remiera". Il primo "lancione", denominato "Ginnastica", veniva custodito nei magazzini del direttore di sezione Matteo Duduch, che si trovavano in porto nuovo (attuale vecchio). Lo spirito nazionalistico della società ginnica portò l’associazione triestina a frequenti problemi con la locale Direzione di Polizia, tanto che il 14 ottobre 1864 venne sciolta per riformarsi il 31 gennaio 1868 con il nome di Associazione Triestina di Ginnastica, la società in verità fu sciolta e ricostituita molte volte, dovette cambiare il nome e adeguarsi alle regole dei nuovi statuti, ma lo spirito rimaneva il medesimo.
--Società Triestina di Ginnastica 10 novembre 1863 – 14 ottobre 1864
--Associazione Triestina di Ginnastica 31 gennaio 1868 – 6 giugno 1882
--Unione Ginnastica 6 marzo 1883 – 22 marzo 1901
--Società Ginnastica 5 giugno 1902 – 18 luglio 1904
--Associazione Ginnastica 26 febbraio 1907 – 23 novembre 1909
--Società Ginnastica Triestina 2 gennaio 1910




Bibliografia:
Annuario Geografico Italiano pubblicato da Annibale Ranuzzi 1844 del dott. Augusto Guastalla
Borgo Giuseppino di Fabio Zubini
San Vito di Alfieri Seri e Sergio Degli Ivanissevich
Archivio di Stato - Governo Marittimo 11/12 - busta 940 - anni 1859-1898
Archivio del Comune - Atti del Magistrato esibiti vari - F26 - anni 1821-1824
Archivio di Stato - 1/13 busta 206 - anni 1864 - 1869
La Favilla N° XII luglio 1845
Guida al forestiero nella città di Trieste 1845 di Pietro Kandler
Storia Compiuta e distesa descrizione della fedelissima città e porto-franco di Trieste 1824 di Girolamo Agapito
Guida scematica di Trieste, anno 1857
"Il Diavoletto" - 8 gennaio 1866, 27 luglio 1867

domenica 6 ottobre 2019

Anton Jakić e la Villa delle Cipolle

La suggestiva immagine della villa Jakić ripresa da Sergio Sergas dopo una nevicata di fine anni '70.


Sviluppo ed evoluzione di Barcola nel fine '800
Nel 1859 venne inaugurata via di Miramar [1], strada che connetteva il centro della città con Barcola e proseguiva fino al castello di Massimiliano d'Asburgo (ancora da completare). Il nuovo collegamento, assieme a una serie di innovazioni, quali l'introduzione dell'illuminazione pubblica a gas del 1870 e l'inaugurazione nel 1883 della prima linea di tram a cavalli, portò a un incremento demografico e alla graduale trasformazione del borgo.
Nell'area fra la strada e il viadotto si svilupparono diverse attività industriali, mentre sul lungomare si ebbe una svolta dopo il 1886, data in cui venne avviato il primo nucleo del futuro stabilimento balneare Excelsior, che in pochi anni fu ampliato e dotato di nuove attrezzature, negli anni a seguire vennero aperti: un teatrino, un caffè concerto, un ristorante e nelle vicinanze ebbero le loro sedi i circoli canottieri Nettuno e Saturnia. Barcola si stava così trasformando in una moderna località balneare, un ritrovo alla moda molto frequentato dalla ricca borghesia che in una guida della città, per quanto di qualche anno successiva alle date fin qui esposte, viene così descritto: "...luogo di bagni e villeggiatura delizioso sito riparato nell'inverno dalla bora che spira dalla montagna, fresco d'estate per il maestrale puro del mare."

Secondo progetto della villa, con prospetto frontale, laterale e sezione, datato 1 aprile 1896 e firmato Giovanni Martelanz, al quale la Commissione alle Pubbliche Costruzioni diede il benestare, a condizione che venissero eseguite le indicazioni nel rispetto delle vigenti norme per la prevenzione degli incendi e che, al fine di migliorare l'estetica dell'insieme, fosse eliminata la torretta prevista sull'ala sinistra della villa.
Per gentile concessione del Comune di Trieste -Servizio Pianificazione Urbana – Archivio Tecnico Disegni (sigla ATD - Ts).

Dove prima vi erano campagne l'aristocrazia triestina fece costruire le sue residenze estive, fra queste prime ville di stile eclettico, nel 1896 venne edificata la cosiddetta "villa delle zivole" o cipolle su progetto dello scultore Ivan Rendic [2] su commissione di Anton Jakić [3], un prete che abbandonò la veste talare nel 1888 per dedicarsi alla pubblicazione di un periodico in lingua italiana, nato a Pola col titolo “Il Diritto Croato”, di cui era proprietario, editore e redattore. Il giornale sosteneva l'unità culturale di tutti i popoli slavi orientali e l'affermazione di questi contro le influenze straniere; il settimanale venne più volte censurato e multato, motivo per cui nel 1895 Jakić si trasferì a Trieste sperando di trovarvi un clima più tollerante.

I giovani alberelli piantati lungo il viale avevano ancora una modesta chioma, sul passeggio erano state messe le panchine e il tram a cavalli si fermava all'altezza dello storico giardino, oggi dedicato a Monsignor Matija Skabar, già esistente al tempo, dal quale iniziava la nota passeggiata.

A Trieste Jakić andò dapprima ad abitare al numero 9 di via del Campanile, attuale via Genova, ma nel febbraio del 1895, in una vendita all'incanto, si aggiudicò per 3300 fiorini, un fondo adibito a pascolo e viti, corrispondente al n° 749 di via Miramare. Nel marzo del 1896 inviò al Comune un primo progetto per la costruzione, su questo terreno, di una villa con due magazzini parzialmente interrati, ma questo venne respinto dalla Commissione Municipale alle pubbliche costruzioni per "mancanza di unità nel concetto di decorazione", al 1 aprile dello stesso anno venne inviato un secondo progetto firmato dal Capomastro Giovanni Martelanz [4], che fu approvato con la condizione che venissero eseguite alcune modifiche che riguardavano soprattutto le norme per la prevenzione degli incendi e che i lavori fossero condotti dallo stesso Martelanz, titolare dell'omonima impresa, qualche riserva venne anche sollevata sull'estetica, in quanto la commissione trovò che i cupolini "...arieggiavano troppo al carattere ecclesiastico nello stile adottato..." precisando pure che doveva essere levata la torretta che si alzava sull'ala sinistra della costruzione, ne seguì un successivo elaborato datato 7 luglio, che presentava il prospetto senza la torretta e una modifica alle finestre dell'ultimo piano, mentre vengono riproposte le due cupole. L'abitabilità dell'edificio porta la data del 14 agosto 1897 e fu inviata al palazzo del Lloyd in piazza delle Poste (attuale p.zza Vittorio Veneto) sede della redazione e abitazione di Jakić, che si trasferì ufficialmente nella villa ben due anni dopo.


Tratta dal libro" I Croati a Trieste" riporto la testimonianza di una persona che nel 1902, all'età di 16 anni, portava il latte nella villa: "Nella Villa delle Cipolle abitava un uomo di media altezza, distinto di comportamento signorile e che parlava croato... Di lui si diceva che era stato un pope e dopo aver conosciuto una dama russa lasciò il sacerdozio. Sarebbe stata lei a dargli i soldi per costruire la villa, ma a lavoro finito non era soddisfatta e si lasciarono".
Probabilmente già a quel tempo aleggiava un alone di mistero attorno alla figura di Jakić, è credibile che la prestigiosa dimora fosse stata costruita con funzione rappresentativa e per omaggiare la cultura slava orientale. Per coprire le spese di realizzazione della villa e l'acquisto degli arredi Jakić aveva stipulato due prestiti bancari di 10.000 goldinar (fiorini) e 4.000 corone, sottoscritti rispettivamente il 20 aprile 1898 e il 25 marzo 1901 con la Tržaške Posojilnice in Hranilnice, cioè Cassa Depositi e Prestiti Slovena, probabile che questo debito gli abbia condizionato finanziariamente la vita, perché nel 1904, per la pessima situazione economica, fu costretto a vendere la villa dal valore stimato di 80.000 corone per 72.000 corone al dott. Nicolò de Volpi e in quell'occasione vennero pure chiuse le due ipoteche che ancora gravavano su di essa.
Voci popolari dicono che sia stata trasformata in un'elegante casa di appuntamenti e bisca, ma di questo non si sono trovate conferme. In seguito la villa cambiò diversi proprietari, nonostante questo alla costruzione furono apportate unicamente delle modifiche interne nei primi anni '50 e nel 1978; dal 1963 è un piccolo condominio suddiviso in quattro appartamenti.

Dettaglio con il prospetto sud-ovest della villa, approvato il 13 aprile 1896 a condizione di precise modifiche che interessavano anche gli ingressi dei magazzini a livello della strada.
Per gentile concessione del Comune di Trieste -Servizio Pianificazione Urbana – Archivio Tecnico Disegni (sigla ATD - Ts).

Descrizione della Villa
La Villa delle Zivole si trova all'attuale numero 229 di viale Miramare, in stile eclettico, riprende le caratteristiche dell'antica architettura russo-bizantina. Il fatto che popolarmente sia stata denominata "villa delle zivole" deriva dalle caratteristiche cupole a cipolla, tipiche dei paesi dell'Europa centrale e soprattutto dell'architettura religiosa russa, dove, a seconda del numero e del colore, acquistavano un diverso significato simbolico, che nella villa si perde avendo queste una valenza puramente decorativa, con l'ultimo restauro è stata riproposta l'originale doratura che risplende al sole assieme alle decorazioni geometriche a mosaico della facciata.

Particolare delle ricche decorazioni musive con motivi geometrici, dove sono state ampiamente usate le tessere dorate. Le finestre sono sovrastate da lunette e da una cornice in stucco a guisa di arco inflesso di influenza orientale, che creano un effetto suggestivo, infine vengono delineate da un tratto, sempre a mosaico, in azzurro cobalto molto acceso.
Foto Sergio Sergas

Le decorazioni sono concentrate nella parte alta della villa dove si fondono con gli elementi architettonici che movimentano la facciata policroma che culmina con le cupole a cipolla in rame dorato, creando un effetto piacevolmente scenografico.
Foto Sergio Sergas

Le cupole, con la copertura esterna in rame, sono sostenute da una complessa armatura in legno, opera dall'artigiano Francesco Gasperini.


Una delle terrazze della villa, lo splendido panorama è in parte nascosto dalla folta pineta, nata nel 1958 con l'interramento di un tratto di mare.
Foto Sergio Sergas

A coronamento dell'ala sinistra della villa un'importante modanatura e il tetto a terrazzo dal quale si si poteva ammirare un ampio panorama e si dominavano strada e borgo con i loro avvenimenti sportivi, processioni, sfilate e mondanità.
Foto Sergio Sergas

Gli interni della villa vennero decorati dal pittore spalatino Paško Vučetić [5] (1871-1925), dai motivi geometrici e floreali che ornano gli intradossi delle rampe, all'affresco murale ricco di simboli e figure allegoriche al grande motivo incorniciato con stucchi realizzati a pennello che ricopre il soffitto.

Veduta d'insieme del vano scale riccamente decorata da un affresco incorniciato da stucchi dipinti sul soffitto, e un'altro che ne ricopre la parete in tutta la sua altezza fino a raggiungere la finestra decorata con elementi ornamentali a rilievo e dipinti.
Fissata sulla testa della scala una ringhiera in ferro battuto.
Foto Sergio Sergas

    L'affresco del soffitto è delimitato da una cornice con modanature e dentelli dipinti che creano un effetto trompe-l’oeil, nella composizione allegorica predomina una donna, trattenuta da una figura di armato, che sale sventolando la bandiera con i colori dell'Impero russo (adottata dal 1858 al 1917) in basso un uomo con un costume popolare suona il gusle, strumento balcanico diffuso tra i popoli slavi del sud, due puttini e rami fioriti sporgono dalla rappresentazione illusoria degli stucchi.
Foto Sergio Sergas

Particolare dell'affresco trompe l'oeil che ricopre la parete creando un complesso effetto illusorio di spazio aperto, con delle figure allegoriche (forse stabilite in accordo con la committenza e di difficile interpretazione), che si intrattengono in una veranda delimitata da colonne con una balaustra in pietra oltre la quale si scorge un giardino.
Foto Sergio Sergas

L'ingresso della villa con il cancello a due battenti in ferro battuto e la scalinata che porta alle terrazze.
Foto Sergio Sergas

La villa dipinta con colori vivaci, così particolare nello stile, esagerata nelle decorazioni e ornamenti, venne molto discussa già al tempo della costruzione, in quanto trovavano che non armonizzasse con il paesaggio. A dirla tutta tali valutazioni si estendevano pure alle residenze vicine, che avevano attinto a stili molto diversi tra loro, dal neogotico veneziano al "castellato", non creando quindi un contesto uniforme; alcune considerazioni inclementi nei riguardi delle nuove residenze e della villa Jakić in particolare vennero ad esempio espresse da Alberto Puschi, conservatore del Civico Museo d’Antichità che nel 1887 e nel 1889 seguì a Barcola gli scavi che portarono a ritrovamenti archeologici di epoca romana [6]: "...Le campagne, che prima sembravano quasi tuffarsi nelle onde si ritirano ora sino alle falde del monte, cedendo il loro posto ad edifici, nei quali, fatte poche eccezioni, invano si cercherebbe il sentimento artistico. Vi predominano mostruosi raffazzonamenti di stile eclettico, dal gotico al barocco, dal meridionale al nordico: tutto vi è rappresentato, ma con così poco gusto estetico che le rozze e povere case coloniche nulla hanno per vero da invidiare. Fra le tante brutture non vi mancano nemmeno le cipolle moscovite, che qualche sognatore di siberiani amplessi cerca di educare in questo suolo, dimenticando il povero illuso che il nostro cielo è stato e sarà sempre micidiale a qualunque coltura esotica, e che per nulla commosso dal pallido riflesso di quell'oro, farà irremissibilmente marcire anche le sue cipolle...".
Da considerare che il rammarico era conseguente, almeno in parte, sia al repentino cambiamento del borgo agricolo, sia al fatto che dopo gli entusiasmi iniziali per i ritrovamenti, lo scavo, le strutture e alcuni mosaici furono interrati per permettere l'edificazione dell'area.
A mio avviso la villa sembra uscita da una fiaba, ci offre un'immagine affascinante sulla quale fantasticare, sempre in ottimo stato oggi è diventata una piacevole caratteristica di Barcola, da un lato il mare e dall'altro un tuffo nell'atmosfera russa.

Particolare degli elaborati motivi del cancello in ferro battuto.
Foto Sergio Sergas

Prima dell'interramento per la realizzazione della pineta avvenuto nel 1958 il mare era molto vicino alla strada e alle ville che vi si affacciavano. Un doppio filare di alberelli, che in futuro offriranno una piacevole ombra, sono stati piantati sull'ampio marciapiede che si animava soprattutto nei giorni festivi e in occasione delle gare dei canottieri.
Foto collezione Antonio Paladini

Anton Jakić editore

Testata della rivista di Anton Jakić pubblicata in lingua italiana a Pola dal 3 ottobre 1888 al 21 marzo 1894.

Come già detto, dopo aver iniziato nel 1888 a Pola le prime pubblicazioni del periodico in lingua italiana “Il Diritto Croato", Jakić si trasferì a Trieste dove continuò le pubblicazioni della rivista con il nuovo titolo di "Il Pensiero Slavo", che uscì dal 10 aprile 1894 fino al 24 settembre 1898 con un costo di abbonamento annuale di 8 fiorini, dal 3 ottobre 1898 al 13 dicembre 1902 la testata mutò lingua e intestazione, diventando "La Pensée Slave", come pure la carta che è ora di colore rosa e di maggior consistenza, a partire dal 1903 uscì in lingua croata e la testata venne rinominata "Slavenska Misao". Fin dall'inizio la linea editoriale e i contenuti dei giornali rimasero coerenti e fedeli alle idee e i principi dell'editore, vi si trovavano argomenti di genere politico, religioso, le notizie della città e la pagina letteraria che ebbe il merito di diffondere le opere di autori sloveni, croati, ma anche russi, serbi, boemi e polacchi tradotte in lingua italiana o francese.

Finalmente possiamo dare un volto a quel personaggio enigmatico e misterioso che fu Anton Jakić.
La foto porta la dicitura "Segall" - Grande stabilimento fotografico - Trieste piazza della Borsa N°7

Jakić parlava numerose lingue questo gli permise di recarsi in diverse città europee per assistere a manifestazioni culturali e avere contatti politici, raggiunse più volte Pietroburgo dove pure veniva venduto il suo giornale. La sua ideologia era caratterizzata dal panslavismo e per questo fu accusato di eccessive simpatie verso il governo zarista, dichiarò di non essere mai stato finanziato da nessun organo politico e tantoméno dalla Russia, rimane però un mistero quali fossero le sue fonti di guadagno, dal momento che con i proventi del giornale non avrebbe potuto permettersi i frequenti viaggi e la costruzione della villa.


Edizione dell'11 aprile 1903 del settimanale in lingua croata pubblicato a Trieste dal 10 gennaio 1903 al 10 luglio 1909 anno di chiusura del giornale.

Il periodico fu spesso oggetto di critiche e polemiche, anche a Trieste subì censure e sequestri, con notevoli perdite economiche dell'editore, Jakić venne più volte multato e persino arrestato, frequenti le querele che si concludevano a sfavore della testata, in parte anche a causa del carattere caparbio e provocatore dello stesso Jakić; vero è che probabilmente non sempre le censure furono eque, tanto da far sentire il redattore ingiustamente perseguitato. Le tirature del settimanale, che per diversi anni furono stabili su 500-600 copie, nei primi anni del 1900 andarono a ridursi, a questo si aggiunsero alcuni problemi di salute, in particolare agli occhi, che nel 1909 impedirono a Jakić, che non aveva collaboratori di fiducia a cui appoggiarsi, di continuare con le pubblicazioni. Dopo questo evento, benché Jakić fosse vissuto fino al 1942, le notizie su di lui sono rare, è possibile che per curarsi sia ritornato a Podgora dove risiedevano numerosi suoi fratelli e sorelle, anche se a mio parere è molto strano che la sua vocazione giornalistica e i suoi ideali siano finiti il 10 luglio 1909 con l'ultimo numero di "Slavenska Misao".

Alcune persone passeggiano lungo i marciapiedi dove si nota che gli alberi da poco interrati sono ancora sorretti dai tutori, la strada deserta e polverosa verrà lastricata diversi anni dopo.
Foto collezione Antonio Paladini


Note

[1] Nel 1856 iniziarono i lavori per la costruzione della strada costiera, già precedentemente deliberata dal Comune, l'arciduca Massimiliano contribuì con 21.000 fiorini, il costò totale fu di 119.480 fiorini. Inaugurata nel 1859, l'ultimo tratto venne concluso l'anno successivo. Ben presto la strada, troppo bassa sul livello del mare, si rivelò inadeguata a reggere l'impeto delle mareggiate.

[2] Ivan Rendić è considerato il più rappresentativo tra gli scultori croati del XIX secolo, è originario di Supetar (San Pietro) sull'isola di Brač (Brazza), benché nato nel 1849 a Imotski, dove suo padre muratore si era recato per un lavoro temporaneo. All'isola di Brač, nota per le cave di pietra, ebbe i suoi primi approcci con la scultura, in gioventù si trasferì a Trieste dove si avvicinò alla scultura in legno frequentando la scuola del maestro Giovanni Moscotto, nel 1871 concluse gli studi all'Accademia delle Belle Arti di Venezia e infine si perfezionò a Firenze sotto la guida del famoso scultore Giovanni Dupré, che influenzò le sue prime opere dove si trovano accenni naturalisti abbinati alla forza della corrente realista; sempre molto attento e curato nei particolari successivamente si avvicinò al linguaggio della secessione viennese che reinterpretò. Nel 1878 circa si sposò con Olga Emilja Anna Florio, dopo il matrimonio provò a stabilirsi a Zagabria, ma le numerose commissioni lo riportarono a Trieste dove si fermò fino al 1921.
Nella nostra città ebbe un'attiva partecipazione alla vita sociale, frequentava il Caffè Chiozza dove pittori, scultori e decoratori si incontravano a disquisire d'arte, questi amici nel 1883 si riunirono nel suo atelier, dove Riccardo Zampieri (giornalista e pittore) propose di costituire una società artistica che curasse gli interessi degli artisti locali, ebbe così l'avvio il Circolo Artistico. Rendić era di carattere scherzoso e allegro, formò con altri artisti buontemponi la "Tribù dei Papagai" e poi la "Colonia Americana", gli appellativi dei gruppi derivavano dai nomi delle trattorie dove si ritrovavano e questi illustri personaggi con le loro trovate scherzose animavano le feste. Lasciando la vita sociale di Rendić per trattare la sua produzione artistica, diverse opere si trovano in Dalmazia e Croazia, ma fu molto attivo nella nostra città, con sculture commissionate da istituzioni pubbliche e privati, di cui citerò il monumento alla dedizione di Trieste all'Austria inaugurato nel 1889 e distrutto nel 1918, "l'Allegoria dell'Assicurazione" una splendida opera in marmo, oggi nel salone centrale del palazzo delle Assicurazioni Generali in piazza degli Duca degli Abruzzi, "l'Intelligenza" posta nel 1886 nell'atrio del palazzo del Lloyd Austriaco, oggi palazzo della Regione in piazza dell'Unità d'Italia, realizzò inoltre numerosi monumenti funerari per famiglie illustri, collocati nei cimiteri di Sant'Anna e di Barcola, Fiume, Zagabria, Dubrovnik (Ragusa) e Supetar. Come architetto, oltre alla villa Jakić e alcuni mausolei sepolcrali, progettò il campanile della chiesa parrocchiale di Ložišće sull'isola di Brač.
Dal 1921 anni si ritirò a Supetar dove tentò invano di formare una scuola d'arte, negli ultimi anni visse in povertà dimenticato da tutti, morì il 29 giugno 1932 nell'ospedale di Spalato.

[3] Anton Antonio Antun Jakić (Podgora, 3 giugno 1860 - 4 Aprile 1942)
Dopo aver frequentato il liceo classico a Spalato seguì quattro corsi di teologia, probabilmente nel 1883 ebbe i primi approcci con il giornalismo in quanto in quella data subì un processo per diffamazione a mezzo stampa, nel 1884 venne ordinato sacerdote e l'anno seguente fu trasferito provvisoriamente a Pola, nel 1888 fu nuovamente accusato di calunnia a mezzo stampa, dopo aver rifiutato l'invito dell'Arcidiocesi di ritornare a Spalato venne sospeso e preferì lasciare il sacerdozio per dedicarsi completamente al giornalismo, dal 3 ottobre 1888 al 21 marzo 1894 uscirono le pubblicazioni de "Il Diritto Croato", settimanale politico letterario di quattro pagine in lingua italiana (in difesa dei diritti croati e l'affermazione delle idee slave contro le influenze straniere), nel 1895 si trasferì a Trieste, che rimase sede del giornale fino alla pubblicazione dell'ultimo numero il 10 luglio 1909.
Jakić partecipò attivamente alle riunioni dell'Edinost, una società politica slovena, fondata a San Giovanni di Guardiella il 12 novembre 1874, in parte condivideva i temi trattati, specie la posizione sull'uguaglianza linguistica, ma per le sue prese di posizione troppo rigide e poco inclini al dialogo ebbe spesso scontri e non venne appoggiato dalla leadership come candidato alle elezioni del Consiglio Comunale e Regionale.
Per problemi di salute dovette chiudere la pubblicazione, dopo questa data non si hanno più notizie di Anton Jakić, che si può presumere sia ritornato a Podgora. Nel libro "I Croati a Trieste" si legge che Jakić muore per cause naturali il 1943, dopo aver ottenuto dal vescovo la riabilitazione ad officiare in chiesa da sacerdote.

[4] L'impresa Martelanz sorta nel 1890 era specializzata in opere portuali e lavori sottomarini che effettuava con i propri palombari, arrivò ad avere alle proprie dipendenze fino a 1500 persone, lavorò anche in molti palazzi pubblici e privati.

[5] Paskoje Paško Vučetić pittore, decoratore e scultore, nacque a Spalato il 17 febbraio 1871, si spense a Belgrado il 19 marzo 1925
Fece le prime esperienze artistiche nella sua città, si trasferì a Trieste nel 1886 dove seguì un corso di pittura, dal 1893 al 1895 si fermò a Venezia e studiò presso l'Accademia di Belle Arti, continuò gli studi artistici a Monaco di Baviera (1895-1898), si perfezionò a Roma (1898-1902) ed a Firenze (1903). Partecipò con alcune opere all'Esposizione Universale di Parigi del 1900, fra queste forse il dipinto più noto è "Odio e follia" il titolo originale è "Mržnja i ludilo", che l'anno seguente venne esposto a Trieste, per questa tela, alcuni anni dopo, l'architetto Viktor Kovačić realizzò una cornice ottagonale in legno ebanizzato con un intaglio particolare, che ne rafforzò il significato espressivo ed inquietante. Oltre alle decorazioni degli interni di villa Jakić realizzò la decorazione degli interni della National Bank of Serbia, e delle chiese di Radovische, Bor e Lapovo in Serbia, dipinse ritratti di personaggi illustri e politici, vedute e temi di guerra. Partecipò attivamente dell'associazione artistica "Lada" nata nel 1904 a Belgrado. Questo versatile artista si cimentò con la scultura e nel 1909, ricevette il primo premio al concorso per un monumento a Karadjordje a Kalemegdan

[6] Dopo aver rinvenuto nel 1852 presso il porticciolo del Cedas dei ruderi di una villa romana, conseguentemente al casuale ritrovamento di frammenti di mosaico, fra il 1887 e il 1889 vennero effettuate due campagne di scavo che portarono alla luce importanti testimonianze della presenza di lussuose ville e stabilimenti termali d'epoca romana.


Bibliografia
Archivio del Comune - Magistrato Civico F3/10-1 anno1896
Ufficio Tavolare NT 749 - 1812 e succ.
Barcola di Fabio Zubini
Barcola - Un rione di Trieste- di Sergio degli Ivanissevich
Hrvatski Biografski
Istarska Enciklopedja
www.geni.com

Riznica Srpska - likovna Umetnost Paško Vučetić
I Croati a Trieste edizioni Comunità Croata di Trieste

Wikipedia
Archeografo Triestino vol.XXI anno 1896-97

martedì 30 luglio 2019

La Madonna ausiliatrice dei naviganti di Miramare

L'opera di Cameroni definita Ave Maris Stella con alle spalle una nicchia decorata da stelle dorate a rilievo.

L'Arciduca Ferdinando Massimiliano commissionò all'artista veneziano Angelo Cameroni [1], scultore molto apprezzato nella nostra città, una statua che rappresentasse la Madonna da collocare all'esterno del castello di Miramar. Esistendo ancora la quietanza di pagamento di 600 fiorini d'argento firmata dall'artista, possiamo conoscere la data esatta in cui avvenne la consegna dell'opera denominata Ave Maris Stella [2], il 15 aprile 1860.
Per poter meglio collocare temporalmente il fatto, ricordiamo che i lavori per la costruzione del castello iniziarono il 1° marzo 1856 e nel dicembre del 1860 Massimiliano con la consorte Carlotta del Belgio (sua sposa dal 27 luglio 1857) presero alloggio al pianoterra dell’edificio, le cui parti esterne erano terminate mentre gli interni ancora in fase di allestimento.




La scultura alta 1,8 m in pietra bianca d'Orsera venne realizzata per essere collocata sulla facciata di ponente della torre del castello, poggiata su di un piedistallo sagomato in modo da riprendere il motivo delle mensole poste sotto le torrette e con alle spalle una nicchia dallo sfondo tinteggiato di azzurro, decorato da un rilievo di stelle dorate. La Madonna è raffigurata con le braccia protese in segno di protezione dei naviganti, porta sulla fronte una stella, un tempo dorata, e dal capo le scende un manto drappeggiato con cadenze lineari che incornicia la figura composta.

Il 12 aprile 1860 l'Osservatore Triestino riportava il seguente articolo a firma F.Draghi, ripreso dalla Gazzetta ufficiale di Venezia: "Fra tanti valenti scultori, che tengono l'arte in onore a Venezia, havvi il Cameroni, nome ben noto, è basta visitare in questi giorni il suo studio per conoscere quant'ei valga.
Egli tiene due opere in lavoro molto avanzato, una Madonna sotto il titolo di Stella del Mare, per commissione di S.A.I.R. l'Arciduca Ferdinando Massimiliano, generoso mecenate, ed una Giovanetta orante pel sig. Nicolò Bottacin di Trieste.
La prima di queste opere è una statua di decorazione più grande del vero, che andrà collocata nel Castello di Miramar, all'altezza di quaranta piedi dal terreno, in una nicchia verso il mare, e rappresenta la Vergine ritta in piedi con le braccia distese in atto di proteggere i naviganti. Sopra l'augusta sua fronte vedesi la simbolica stella, che, dorata e ripercossa dalla luce, si farà scorger da lungi. Il sentimento di misericordia, che traspare da questa statua, tornerà di conforto e speranza al marinaio periclitante ... Collocata a suo luogo, otterrà senza dubbio ottimo effetto, avendo l'artista calcolata la distanza... Servirà questa bella produzione dello scalpello d'ornamento e di devozione sul castello di Miramar...".



Facciata di ponente del castello di Miramare, nella torre, sotto l'orologio, la nicchia con la scultura della Madonna.

Si pensa che con la scelta di questa immagine l'Arciduca abbia voluto onorare la Madonna di Grignano, guida e protezione dei naviganti, per render grazia a quanto avvenuto nel 1855 mentre stava veleggiando sul bragozzo di guerra "Madonna della Salute": dopo un'improvvisa tempesta con forti raffiche di bora trovò un fortuito riparo proprio nella baia di Grignano, dove fu ospitato nella casa del pescatore Mihael Daneu. La tradizione vuole pure che al mattino, colpito dalla bellezza selvaggia della zona e dallo splendido panorama, abbia deciso di far costruire un castello sul promontorio a picco sul mare per stabilirvi la sua residenza.

All'antica scultura in legno dipinto raffigurante le figure coronate di vergine e bambino da tempo immemore si affidavano i marinai, come testimoniavano i numerosi ex voto che la circondavano e la chiesetta di Santa Maria di Grignano che la ospitava risulta già menzionata in un legato testamentario del 1349 [3], è probabile però che l'edificio sacro fosse preesistente a questa data [4].


La statua in legno dipinto della "Madonna di Grignano" appartiene a una tipologia prodotta durante un lungo arco di tempo, dal XIII al XVII secolo, evidente l'influsso nordico, denunciata dal collo grosso, i pomelli pronunciati e le arcate sopraciliari sviluppate (Mons. Luigi Parentin).
Foto e didascalia tratte da: Il Santuario e il Convento di Grignano di Sergio degli Ivanissevich

Nel 1634 la chiesetta dedicata alla Beata Vergine Annunziata venne ampliata e adiacente a questa fu costruito un convento, cresciuta negli anni la venerazione del santuario, questo divenne meta di pellegrini del Cragno, del Goriziano, dell'Istria, della Carinzia e della Stiria. Il 25 marzo, giorno dell'Annunciazione, a Grignano si teneva una grande festa e nella chiesetta veniva celebrata una messa solenne preceduta da una processione proveniente da Trieste. Nel 1660 anche l'imperatore Leopoldo I in viaggio su una galeotta verso Trieste, dopo aver pernottato nel castello di Duino, volle fermarsi nella baia per una visita alla chiesa e al convento.
Nonostante la fama del Santuario i padri ebbero costante difficoltà a mantenere quel luogo di culto sostenuto solo dalle offerte dei fedeli e dalle modeste entrate delle vigne, questo uno dei motivi per cui nel 1784 venne soppresso in seguito alla riforma dell'imperatore Giuseppe II, in quell'occasione Costantino Hraster, ultimo padre custode, riuscì a trasportare la statua della Madonna di Grignano, prima nel convento a Trieste, poi nel 1786 nella, da poco edificata, chiesa della Santissima Trinità a Cattinara; convento e chiesa ormai in rovina saranno demoliti nel 1833. Nel 1932 durante alcuni lavori di restauro l'effige venne traslata in soffitta e ivi dimenticata. Nel 1958 dopo la benedizione della nuova chiesa di Grignano dedicata ai Santi Eufemia e Tecla, gli abitanti reclamarono l'antica scultura, ma il parroco di Cattinara preferì trasferire l'immagine in un'edicola dove venne trafugata il 29 dicembre 1974.



Particolare della lastra marmorea con l'epigrafe latina scritta da Kandler.


Tornando al castello di Miramare può essere interessante ricordare che la Madonna ausiliatrice viene ricordata anche nell'epigrafe latina scritta da Kandler incisa nella lastra di marmo posta in testa alla scalinata che conduce all'approdo sotto il castello e voluta da Massimiliano nel 1864, prima della sua partenza per il Messico.
Ne riporto la traduzione in lingua italiana ad opera di A. Scocchi (1926):
"Ferdinando Massimiliano Giuseppe - arciduca d'Austria e principe reale d'Ungheria e di Boemia, comandante dell'armata navale austriaca, governatore della Lombardia e del Veneto, poi eletto e proclamato imperatore del Messico - restituì alla sua leggiadria il decaduto promontorio di Grignano, già residenza splendida di antichi romani, poi santuario della Madonna del soccorso nelle burrasche, consacrato dalle preghiere di religiosi; fece erigere il castello e il parco - cui pose il nome di Miramar 1864 -".


In una foto d'epoca la lastra marmorea con l'iscrizione di Kandler, posta al centro della scalinata che conduce al porticciolo.
Foto collezione Iure Barac



[1] Angelo Cameroni (nato a Venezia nel 1817(?) e ivi morto nel 1867)
Scultore veneziano molto apprezzato nella nostra città, dove realizzò diverse opere sia per commissione del Comune che di nobili e facoltose famiglie e mecenati.
Delle tante sculture, busti e decorazioni voglio ricordare: i bassorilievi raffiguranti le allegorie dell'Architettura, Scultura e Navigazione inserite nelle lunette che ornano il palazzo Corti, più noto come palazzo Vivante, in largo Papa Giovanni XXIII; il gruppo scultoreo collocato sulla parte alta della facciata del Ferdinandeo, con al centro, fra le allegorie della Pace e della Giustizia, il busto dell'imperatore Ferdinando I incorniciato da una ghirlanda, sul gradino inciso il suo motto "Recta Tueri" (a difesa della giustizia); la realizzazione delle cariatidi poste sul cornicione a decorare il piano più alto dell'imponente Teatro Sociale, poi Armonia e dal 1902 Teatro Goldoni nell'omonima piazza, dopo la demolizione del teatro quattro delle figure femminili andarono a decorare la facciata della casa Sartori a Monte d'Oro in via Flavia di Stramare; infine due opere realizzate per Nicola Bottacin, abile commerciante, collezionista, numismatico con la passione per la botanica, attualmente esposte all'omonimo museo nel Palazzo Zuckermann a Padova, "la fanciulla in preghiera", già citata nell'articolo dell'Osservatore Triestino del 12 aprile 1860 e il busto del mecenate, opera rimasta incompiuta per l'improvvisa morte dello scultore.
Cameroni inoltre realizzò una vasta produzione di opere scultoree destinate a monumenti funebri presenti nel cimitero cattolico di San'Anna e negli altri cimiteri limitrofi di differente fede religiosa.


[2] L'origine della denominazione "Stella Maris"
Già nei tempi antichi la Madonna veniva invocata come guida o protettrice di chi viaggia in mare, però ci sono diverse interpretazioni sull'attribuzione del nome "Stella Maris" alla Vergine Maria, la più diffusa lo fa derivare dalla traduzione latina che fece San Girolamo dell’opera "Onomasticon" del vescovo e scrittore greco Eusebio di Cesarea, la parola in questione, appartenente alla lingua ebraica, è "Miryam" ovvero "goccia del mare", tradotta in "Stilla Maris" per poi essere riscritta in modo errato da un anonimo copista come "Stella Maris", diventando così di uso comune.


[3] Lo studioso Luigi de Jenner scrive nei suoi appunti che nel 1349 la vedova Donata Cadoli de Cadulo fece un legato testamentario alla Confraternita di Santa Maria di Grignano.


[4] Inoltre de Jenner cita un documento del 1308, oggi non più esistente, dove non è ben identificabile la chiesetta in questione.
Sergio degli Ivanissevich nel libro "Il Santuario e il convento di Grignano" cita un documento del 1315 del catasto del monastero benedettino dei Santi Martiri di Trieste, dove viene riportata una donazione da parte del monastero: di una casa, un pezzo di terra e cinque vigne a Piero detto Rosso, con l'obbligo di custodire la chiesa di Santa Maria di Grignana (sic.).




Per approfondire la storia della chiesa di Santa Maria e del  Convento della Beata Vergine di Grignano  https://quitrieste.it/tag/convento-della-beata-vergine-di-grignano/ 

Bibliografia
Grignano e Miramare di Fabio Zubini
il muso storico del castello di miramare di Rossella Fabiani
Il Santuario e il convento di Grignano di Sergio degli Ivanissevich
Miramare di A. Scocchi 1926
Miramar di Erminio Metlikovitz
Domenico Fabris, Angelo Cameroni e Luigi Tommasi nel teatro L’Armonia di Trieste di Massimo De Grassi
La scultura nel Friuli-Venezia Giulia - Dal Quattrocento al Novecento di P. Goi
Stella Maris dal sito del Vaticano 
L'Osservatore Triestino del 12 aprile 1860
Le sculture dei cimiteri triestini di Luca Bellocchi