martedì 30 luglio 2019

La Madonna ausiliatrice dei naviganti di Miramare

L'opera di Cameroni definita Ave Maris Stella con alle spalle una nicchia decorata da stelle dorate a rilievo.

L'Arciduca Ferdinando Massimiliano commissionò all'artista veneziano Angelo Cameroni [1], scultore molto apprezzato nella nostra città, una statua che rappresentasse la Madonna da collocare all'esterno del castello di Miramar. Esistendo ancora la quietanza di pagamento di 600 fiorini d'argento firmata dall'artista, possiamo conoscere la data esatta in cui avvenne la consegna dell'opera denominata Ave Maris Stella [2], il 15 aprile 1860.
Per poter meglio collocare temporalmente il fatto, ricordiamo che i lavori per la costruzione del castello iniziarono il 1° marzo 1856 e nel dicembre del 1860 Massimiliano con la consorte Carlotta del Belgio (sua sposa dal 27 luglio 1857) presero alloggio al pianoterra dell’edificio, le cui parti esterne erano terminate mentre gli interni ancora in fase di allestimento.




La scultura alta 1,8 m in pietra bianca d'Orsera venne realizzata per essere collocata sulla facciata di ponente della torre del castello, poggiata su di un piedistallo sagomato in modo da riprendere il motivo delle mensole poste sotto le torrette e con alle spalle una nicchia dallo sfondo tinteggiato di azzurro, decorato da un rilievo di stelle dorate. La Madonna è raffigurata con le braccia protese in segno di protezione dei naviganti, porta sulla fronte una stella, un tempo dorata, e dal capo le scende un manto drappeggiato con cadenze lineari che incornicia la figura composta.

Il 12 aprile 1860 l'Osservatore Triestino riportava il seguente articolo a firma F.Draghi, ripreso dalla Gazzetta ufficiale di Venezia: "Fra tanti valenti scultori, che tengono l'arte in onore a Venezia, havvi il Cameroni, nome ben noto, è basta visitare in questi giorni il suo studio per conoscere quant'ei valga.
Egli tiene due opere in lavoro molto avanzato, una Madonna sotto il titolo di Stella del Mare, per commissione di S.A.I.R. l'Arciduca Ferdinando Massimiliano, generoso mecenate, ed una Giovanetta orante pel sig. Nicolò Bottacin di Trieste.
La prima di queste opere è una statua di decorazione più grande del vero, che andrà collocata nel Castello di Miramar, all'altezza di quaranta piedi dal terreno, in una nicchia verso il mare, e rappresenta la Vergine ritta in piedi con le braccia distese in atto di proteggere i naviganti. Sopra l'augusta sua fronte vedesi la simbolica stella, che, dorata e ripercossa dalla luce, si farà scorger da lungi. Il sentimento di misericordia, che traspare da questa statua, tornerà di conforto e speranza al marinaio periclitante ... Collocata a suo luogo, otterrà senza dubbio ottimo effetto, avendo l'artista calcolata la distanza... Servirà questa bella produzione dello scalpello d'ornamento e di devozione sul castello di Miramar...".



Facciata di ponente del castello di Miramare, nella torre, sotto l'orologio, la nicchia con la scultura della Madonna.

Si pensa che con la scelta di questa immagine l'Arciduca abbia voluto onorare la Madonna di Grignano, guida e protezione dei naviganti, per render grazia a quanto avvenuto nel 1855 mentre stava veleggiando sul bragozzo di guerra "Madonna della Salute": dopo un'improvvisa tempesta con forti raffiche di bora trovò un fortuito riparo proprio nella baia di Grignano, dove fu ospitato nella casa del pescatore Mihael Daneu. La tradizione vuole pure che al mattino, colpito dalla bellezza selvaggia della zona e dallo splendido panorama, abbia deciso di far costruire un castello sul promontorio a picco sul mare per stabilirvi la sua residenza.

All'antica scultura in legno dipinto raffigurante le figure coronate di vergine e bambino da tempo immemore si affidavano i marinai, come testimoniavano i numerosi ex voto che la circondavano e la chiesetta di Santa Maria di Grignano che la ospitava risulta già menzionata in un legato testamentario del 1349 [3], è probabile però che l'edificio sacro fosse preesistente a questa data [4].


La statua in legno dipinto della "Madonna di Grignano" appartiene a una tipologia prodotta durante un lungo arco di tempo, dal XIII al XVII secolo, evidente l'influsso nordico, denunciata dal collo grosso, i pomelli pronunciati e le arcate sopraciliari sviluppate (Mons. Luigi Parentin).
Foto e didascalia tratte da: Il Santuario e il Convento di Grignano di Sergio degli Ivanissevich

Nel 1634 la chiesetta dedicata alla Beata Vergine Annunziata venne ampliata e adiacente a questa fu costruito un convento, cresciuta negli anni la venerazione del santuario, questo divenne meta di pellegrini del Cragno, del Goriziano, dell'Istria, della Carinzia e della Stiria. Il 25 marzo, giorno dell'Annunciazione, a Grignano si teneva una grande festa e nella chiesetta veniva celebrata una messa solenne preceduta da una processione proveniente da Trieste. Nel 1660 anche l'imperatore Leopoldo I in viaggio su una galeotta verso Trieste, dopo aver pernottato nel castello di Duino, volle fermarsi nella baia per una visita alla chiesa e al convento.
Nonostante la fama del Santuario i padri ebbero costante difficoltà a mantenere quel luogo di culto sostenuto solo dalle offerte dei fedeli e dalle modeste entrate delle vigne, questo uno dei motivi per cui nel 1784 venne soppresso in seguito alla riforma dell'imperatore Giuseppe II, in quell'occasione Costantino Hraster, ultimo padre custode, riuscì a trasportare la statua della Madonna di Grignano, prima nel convento a Trieste, poi nel 1786 nella, da poco edificata, chiesa della Santissima Trinità a Cattinara; convento e chiesa ormai in rovina saranno demoliti nel 1833. Nel 1932 durante alcuni lavori di restauro l'effige venne traslata in soffitta e ivi dimenticata. Nel 1958 dopo la benedizione della nuova chiesa di Grignano dedicata ai Santi Eufemia e Tecla, gli abitanti reclamarono l'antica scultura, ma il parroco di Cattinara preferì trasferire l'immagine in un'edicola dove venne trafugata il 29 dicembre 1974.



Particolare della lastra marmorea con l'epigrafe latina scritta da Kandler.


Tornando al castello di Miramare può essere interessante ricordare che la Madonna ausiliatrice viene ricordata anche nell'epigrafe latina scritta da Kandler incisa nella lastra di marmo posta in testa alla scalinata che conduce all'approdo sotto il castello e voluta da Massimiliano nel 1864, prima della sua partenza per il Messico.
Ne riporto la traduzione in lingua italiana ad opera di A. Scocchi (1926):
"Ferdinando Massimiliano Giuseppe - arciduca d'Austria e principe reale d'Ungheria e di Boemia, comandante dell'armata navale austriaca, governatore della Lombardia e del Veneto, poi eletto e proclamato imperatore del Messico - restituì alla sua leggiadria il decaduto promontorio di Grignano, già residenza splendida di antichi romani, poi santuario della Madonna del soccorso nelle burrasche, consacrato dalle preghiere di religiosi; fece erigere il castello e il parco - cui pose il nome di Miramar 1864 -".


In una foto d'epoca la lastra marmorea con l'iscrizione di Kandler, posta al centro della scalinata che conduce al porticciolo.
Foto collezione Iure Barac



[1] Angelo Cameroni (nato a Venezia nel 1817(?) e ivi morto nel 1867)
Scultore veneziano molto apprezzato nella nostra città, dove realizzò diverse opere sia per commissione del Comune che di nobili e facoltose famiglie e mecenati.
Delle tante sculture, busti e decorazioni voglio ricordare: i bassorilievi raffiguranti le allegorie dell'Architettura, Scultura e Navigazione inserite nelle lunette che ornano il palazzo Corti, più noto come palazzo Vivante, in largo Papa Giovanni XXIII; il gruppo scultoreo collocato sulla parte alta della facciata del Ferdinandeo, con al centro, fra le allegorie della Pace e della Giustizia, il busto dell'imperatore Ferdinando I incorniciato da una ghirlanda, sul gradino inciso il suo motto "Recta Tueri" (a difesa della giustizia); la realizzazione delle cariatidi poste sul cornicione a decorare il piano più alto dell'imponente Teatro Sociale, poi Armonia e dal 1902 Teatro Goldoni nell'omonima piazza, dopo la demolizione del teatro quattro delle figure femminili andarono a decorare la facciata della casa Sartori a Monte d'Oro in via Flavia di Stramare; infine due opere realizzate per Nicola Bottacin, abile commerciante, collezionista, numismatico con la passione per la botanica, attualmente esposte all'omonimo museo nel Palazzo Zuckermann a Padova, "la fanciulla in preghiera", già citata nell'articolo dell'Osservatore Triestino del 12 aprile 1860 e il busto del mecenate, opera rimasta incompiuta per l'improvvisa morte dello scultore.
Cameroni inoltre realizzò una vasta produzione di opere scultoree destinate a monumenti funebri presenti nel cimitero cattolico di San'Anna e negli altri cimiteri limitrofi di differente fede religiosa.


[2] L'origine della denominazione "Stella Maris"
Già nei tempi antichi la Madonna veniva invocata come guida o protettrice di chi viaggia in mare, però ci sono diverse interpretazioni sull'attribuzione del nome "Stella Maris" alla Vergine Maria, la più diffusa lo fa derivare dalla traduzione latina che fece San Girolamo dell’opera "Onomasticon" del vescovo e scrittore greco Eusebio di Cesarea, la parola in questione, appartenente alla lingua ebraica, è "Miryam" ovvero "goccia del mare", tradotta in "Stilla Maris" per poi essere riscritta in modo errato da un anonimo copista come "Stella Maris", diventando così di uso comune.


[3] Lo studioso Luigi de Jenner scrive nei suoi appunti che nel 1349 la vedova Donata Cadoli de Cadulo fece un legato testamentario alla Confraternita di Santa Maria di Grignano.


[4] Inoltre de Jenner cita un documento del 1308, oggi non più esistente, dove non è ben identificabile la chiesetta in questione.
Sergio degli Ivanissevich nel libro "Il Santuario e il convento di Grignano" cita un documento del 1315 del catasto del monastero benedettino dei Santi Martiri di Trieste, dove viene riportata una donazione da parte del monastero: di una casa, un pezzo di terra e cinque vigne a Piero detto Rosso, con l'obbligo di custodire la chiesa di Santa Maria di Grignana (sic.).




Per approfondire la storia della chiesa di Santa Maria e del  Convento della Beata Vergine di Grignano  https://quitrieste.it/tag/convento-della-beata-vergine-di-grignano/ 

Bibliografia
Grignano e Miramare di Fabio Zubini
il muso storico del castello di miramare di Rossella Fabiani
Il Santuario e il convento di Grignano di Sergio degli Ivanissevich
Miramare di A. Scocchi 1926
Miramar di Erminio Metlikovitz
Domenico Fabris, Angelo Cameroni e Luigi Tommasi nel teatro L’Armonia di Trieste di Massimo De Grassi
La scultura nel Friuli-Venezia Giulia - Dal Quattrocento al Novecento di P. Goi
Stella Maris dal sito del Vaticano 
L'Osservatore Triestino del 12 aprile 1860
Le sculture dei cimiteri triestini di Luca Bellocchi


sabato 18 maggio 2019

Piazza e fontana della Zonta

1787 - Pianta e spaccato della copertura della fontana della Zonta, progetto acquerellato dell'ingegner Humpel.
Depositato presso l'Archivio di Stato di Trieste (Archivio Piani 378).

Dopo il progressivo abbandono dell'acquedotto romano le fonti di approvvigionamento idrico per i cittadini erano pozzi, cisterne, fontane e fontanoni, quest'ultimi erano protetti da una struttura architettonica in pietra, dotati di un ampio vano sotterraneo che permetteva il mantenimento di una notevole riserva d'acqua e, per agevolarne l'utilizzo, solitamente costruiti al centro delle piazze.

Una delle più antiche fontane della città era quella della Zonta [1], che aveva dato il nome alla piazza in cui si trovava e alla contrada che vi convertiva assieme alla via Valdirivo [2], la via dei del Molino Piccolo, che corrisponde all'attuale via Milano, e la via dei Cordaiuoli, sparita nel 1903 con la demolizione dei bassi capannoni della la fabbrica di cordami di Nicolò Sinibaldi.

1- in piazza della Zonta l'omonimo fontanone
2 - l'edificio con la trattoria che dal 1880 sarà denominata "Restaurant alla città di Francoforte"
3 - il lavatoio che sarà demolito probabilmente nel 1826
Parallelamente a via del Torrente (Carducci) si notano la serie di capannoni della corderia Sinibaldi e la via dei Cordaroli con l'omonima piazzetta.

Credo sia utile un confronto con la situazione attuale, n.1 dove si trovava la piazza con la fontana della Zonta e n.2 la trattoria, oggi si trova il palazzo Talenti che si affaccia sulla via Carducci, via Milano, via Mercadante e via Valdirivo, in alto della mappa il n.3 dove si trovava l'antico lavatoio, nel 1838 è stato costruito l'edificio conosciuto come Casa Czorzy, che si trova all'angolo fra la piazza Oberdan e via del Lavatoio.

Originariamente la fonte era detta di "San Niceforo", in onore del Santo che pare sia stato il primo vescovo di Pedena e che, come narra la leggenda, fece scaturire l'acqua in questo luogo e in altri paesi dell'Istria; denominata anche "Fontis Juncte", volgarizzato in Fontana della Zonta, come attestato in un documento del 1405 dove viene citata la "contrada Fontane de la Zonta".

Questo nome deriva dal fatto che la sua acqua di ottima qualità veniva gettata sulle vinacce generando il vino d'autunno, un vino piacevole e leggero chiamato "vino piccolo", Rutteri scrive che la vendita di tale vinello era concessa dagli statuti medievali del 1350, purché fosse limitata al periodo definito e il prezzo proporzionale alla qualità, mentre l'adulterazione e l'annacquamento del vino comune venivano severamente puniti.


Il lavatoio
In questa fonte l'acqua era tanto abbondante che nel 1760 venne fatto spurgare il serbatoio per alimentare, tramite un canale sotterraneo, il primo lavatoio[3] pubblico della città, appositamente costruito nelle vicinanze e che diede il nome alla via che ancora oggi ha mantenuto l'antica intestazione, tale lavatoio venne abbandonato probabilmente nel 1826 e la zona rimase sprovvista di questo servizio fino al 1831 quando entrò in attività un nuovo lavatoio con l'ingresso in via del Coroneo.


Pianta e spaccato del primo lavatoio della città costruito nel 1760, si nota la caratteristica forma trapezoidale con al centro un pozzo, era dotato di rostra per l'apertura e la chiusura dell'afflusso dell'acqua - Tavola datata 25 giugno del 1824 realizzata per la necessità di apportare delle modifiche alle vasche e al pozzo.
(Depositato presso l'Archivio di Stato di Trieste - Archivio Piani 385)


Progetto datato giugno 1825 prevede la costruzione di un nuovo canale di collegamento fra la fontana della Zonta e il Lavatoio, in quanto nel precedente si avevano delle perdite d'acqua.
Firmato Dall'Ispezione delle Pubbliche Fabbriche - Ferrari
A destra del lavatoio pubblico la contrada del Lavatoio, seguono parallele: la contrada del Mulin Piccolo (via Milano) e via Bau da Riu (via Valdirivo)[2], la via traversa è via della Caserma, attuale via XXX Ottobre.


Le coperture della fontana della Zonta
Nel 1787 l'ingegnere Humpel progettò una copertura a forma ottagonale con il fine di regolarizzare e consolidare il perimetro e rendere il fontanone decoroso e funzionale (vedi prima foto).
Si legge nella perigrafia pubblicata da A. Cratey nel 1808 che davanti alle vasche delle fontane c'era una colonnina in pietra alla quale era fissata mediante una catena una "cazzuola" (sinonimo di caziul- mestolo - ramaiolo) per agevolare chi volesse bere ...sistema pratico, ma di certo poco igienico in un periodo ancora martoriato da frequenti epidemie.
Successive modifiche alla struttura fecero sparire colonna e cazzuola.


Crollo della fontana
Nefasto fu il restauro del 1820, il comune aveva indetto un concorso per realizzare una nuova copertura e l'appalto fu vinto dal capo muratore Felice Somazzi, nativo di Canobbio (Svizzera), il progetto era stato attuato dagli ingegneri delle Pubbliche Costruzioni la cui direzione, da poco lasciata da Pietro Nobile, era passata all'ex capitano di artiglieria conte Giuseppe Huin. Durante gli anni della sua carica diverse costruzioni ebbero cedimenti e inconvenienti, per questo ricevette numerose critiche, fra gli altri dall'architetto Giuseppe Righetti che gli rimproverò inesperienza, ingenuità e troppa condiscendenza con i suoi subalterni e riguardo al fontanone scriveva: "...riempiendo con quella forma imbarazzante una piazza tanto necessaria", mentre Domenico Rossetti rimarcava la discutibilità estetica delle sue realizzazioni.


"Fontana di S. Niceforo e fontanone della Zonta crollato mentre si costruiva in Trieste"
(Biblioteca civica Attilio Hortis - Trieste -St.906)

Per la copertura del fontanone era necessaria una costruzione funzionale e di facile manutenzione ed è innegabile che la struttura progettata fosse troppo ampia per la piccola piazza e troppo complessa con le sue otto aperture ad arco e un rivestimento in pietra lavorata.
Tra le 13 e le 14 del 15 luglio 1821, a lavori quasi ultimati, la costruzione crollò completamente travolgendo il lavorante Giuseppe Frascarolli che rimase ucciso. L'imprenditore attribuì la causa dell'incidente alla gran quantità di piogge che si erano riversate sulla città nei mesi primaverili, quando la copertura non era ancora realizzata, e al nubifragio avvenuto la notte precedente che aveva fatto straripare il torrente e infradiciato il terreno, escluse invece che l'incidente fosse dovuto alla sua incuria. Le autorità discussero a lungo sulle possibili cause, venne inviata una commissione sul posto, che, pur non riuscendo a chiarire completamente le ragioni del crollo, concluse che questo fosse la conseguenza dei fenomeni atmosferici avversi, ciò nonostante il Magistrato rimase nella convinzione che la responsabilità andava al Somazzi, la cui difesa venne presa dal Procuratore Civico Domenico Rossetti che fra le altre argomentazioni ricordò che il lavoro era stato svolto sotto la sorveglianza delle Pubbliche Fabbriche e che comunque il muratore privo di mezzi: "uomo miserabile da cui in nessun caso nulla sarà da sperare di risarcimento" non avrebbe potuto pagare eventuali risarcimenti. La causa che proseguì per un anno si concluse con un verdetto di assoluzione.
Dopo aver apportato alcune modifiche al progetto iniziale venne predisposta la riedificazione del fontanone, impiegando per la nuova costruzione il materiale del crollo e quello ancora non utilizzato, i lavori furono affidati agli imprenditori Valentino Valle e Angelo Torian e, visto che la fontana era ancora utilizzabile, per non togliere ai cittadini un importante punto di approvvigionamento idrico si attese la fine del periodo estivo per iniziare la ricostruzione.



Schizzo del fontanone della Zonta con l'imponente struttura ottagonale in pietra, la costruzione a destra fa parte dei capannoni della corderia Sinibaldi.
Illustrazione del libro "Passeggiata storica per Trieste" di A. Tribel

La straordinaria siccità del 1822
L'acquedotto Teresiano, terminato nel 1751, si stava rivelando sempre più inadeguato a garantire l'approvvigionamento idrico di una città la cui popolazione era di molto cresciuta rispetto alla prima metà del settecento e durante l'estate del 1822, complice una straordinaria siccità, molte fontane e pozzi rimasero a secco. Da un'indagine condotta in quell'anno dal medico de Garzarolli e dal farmacista Boara, nella città si contavano 27 fra pozzi e fontanoni pubblici, un numero comunque insufficiente per le necessità della popolazione. Venne istituita una commissione per far pulire e sistemare i vecchi pozzi ed aprirne di nuovi, i proprietari di pozzi privati furono invitati a mettere l'acqua a disposizione dei cittadini, l'acqua della fontana della Zonta, anche se intorbidata per il cantiere in corso era ancora abbondante, sospesi i lavori, venne fatta depurare per poterla rendere potabile e disponibile alla collettività, inoltre fu realizzata una conduttura sotterranea per convogliare l’acqua ai due mascheroni posti alla fine del Canale a beneficio delle imbarcazioni, a questo proposito Generini scrive che quest'opera fu di breve durata, poiché nel corso della costruzione della chiesa di Sant'Antonio iniziata nel 1828 la condotta andò distrutta e non fu mai riparata.
Trovo interessante inserire una valutazione fatta nel 1822 [4], dove viene indicato che la disponibilità totale d’acqua della città ammontava a 2.254 metri cubi giornalieri, di cui 1.100, quasi la metà, era fornita da pozzi e fontanoni. Nonostante siccità e imprevisti la nuova copertura venne completata il 7 settembre 1822.

In questo dipinto ad olio di Ernesto Croci è ripresa piazza della Zonta con la struttura in pietra del fontanone, i carri con le botti attendono per prelevare l'acqua.
Foto proprietà CMSA

Fontane e arsura estiva
In una giornata dell'agosto di quell'anno di particolare siccità al fontanone della Zonta è documentata una fila di 397 donne, un numero veramente elevato, anche se le lunghe attese erano abituali venivano ingannate con chiacchierate e spesso davano luogo a liti per i diritti di preminenza per attingere l’acqua, soprattutto in presenza di chi doveva riempire le botti a discapito delle massaie, fantesche, porta-acqua che munite di mastelli, orne, secchi e quant'altro desideravano rincasare quanto prima portando il recipiente colmo sul capo protetto dallo "zvitek" o cercine.

Chi non poteva o voleva recarsi alle fontane comperava l'acqua che veniva consegnata a domicilio anche ai piani più alti da "le porta acqua", robuste donne che fornivano il servizio a pagamento, inoltre c'era "el furlan de la bota", che trasportava su un carro una grande botte piena d'acqua che poi veniva travasata in brente e consegnata sia alle famiglie che ai caffè, trattorie, pasticcerie e ovunque ve ne fosse bisogno, 20 litri d'acqua venivano pagati circa 2 soldi.
Un altro mestiere sparito nei primi anni del 1900, cioè quando quasi tutti i punti pubblici di rifornimento idrico vennero allacciati all'acquedotto, era quello del Civico fontanaro, preposto al controllo del livello dell'acqua e dello stato di pozzi, cisterne e fontane, il quale mensilmente consegnava un rapporto all'Ufficio delle Pubbliche Fabbriche acque e strade del litorale.
Mantenere le riserve d'acqua, oltre che per il suo uso domestico, era fondamentale in caso d'incendio, per l'irrigazione dei campi, per le attività lavorative, per bagnare le strade e la cronica carestia di un bene così vitale aveva portato i triestini in preda allo sconforto a chiedere un aiuto molto in alto, tanto che, tramite il Magistrato, inviarono una lettera al Vescovo chiedendogli di intercedere con preghiere e quant'altro fosse nelle sue possibilità con l'Onnipotente affinché facesse piovere, non ci è dato di sapere se tali suppliche furono esaudite in tempi brevi, ma tenendo conto delle stranezze atmosferiche della nostra città non mi stupirebbe se alla richiesta fosse seguito un nubifragio.

Durante i lunghi periodi di siccità venivano emanate ordinanze straordinarie che potevano riguardare le restrizioni idriche, l'indicazione dei fontanoni più riforniti o quelli dove era possibile prelevare l'acqua con le botti, le comunicazioni venivano trasmesse tramite stampati affissi per le strade.


Manifesto bilingue datato 11 luglio 1823 "da affiggere per la città" dove viene indicato che l'acqua con le botti potrà essere prelevata unicamente dal fontanone del Borgo Franceschino (nell'attuale piazza V. Giotti) costruito nel 1822 e sistemato appositamente a questo scopo.


Demolito il fontanone l'area della piazza era stata adibita a mercato.
Foto collezione A. Paladini

Demolizione della fontana della Zonta
Negli anni successivi ci furono altre ristrutturazioni, l'imponente costruzione venne interessata da diversi lavori di modifica, oltre alla manutenzione ordinaria ebbe spesso necessità di pitturazioni e riparazioni specialmente alla copertura.
Con il progetto di una nuova definizione degli spazi urbani del Borgo Teresiano, nel 1889 il Consiglio Municipale decise la demolizione della fontana, destinando lo spazio a mercato per la vendita di derrate e funghi, in quest'area vennero trasferite le rivenditrici di latte che svolgevano la propria attività in piazza San Giovanni.
I punti idrici di pubblico servizio erano ancora indispensabile e l'antica fontana della Zonta fu sostituita da una più modesta in ghisa sormontata da un lampione a tre bracci.


In primo piano la fontana in ghisa sormontata da un lampione a tre bracci. Sullo sfondo l'edificio che ospitava il "Restaurant alla città di Francoforte" a destra parte della costruzione della corderia Sinibaldi.
Parte di una foto stereoscopica, proprietà CMSA

Piazza della Zonta con la fontana in ghisa, alcuni carretti e bancherelle del mercato i tavolini all'aperto davanti al "Restaurant Città di Francoforte" in fondo il crinale del colle di Scorcola con villa Geiringer costruita nel 1896
Foto collezione Iure Barac

Restaurant alla città di Francoforte
Al numero 3 della piazza della Zonta si trovava un edificio con al pianterreno una trattoria che risulta già dal 1880 denominata "Restaurant alla città di Francoforte" e che si faceva notare per la bella illuminazione esterna che rischiarava tutta la piazza, offriva delle ottime vivande ed era frequentata da tutti i ceti, ma rinomata in particolar modo per gli ottimi piatti di trippe che costituivano la merenda di mezza mattina dei molti artigiani e operai che lavoravano nel borgo Teresiano. Il locale era anche noto ai triestini come "Osteria ai porchetti".
L'esercizio cambiò diverse gestioni e quando la piazza sparì nel 1907 per lasciare spazio alla costruzione del Palazzo Talenti [5], la trattoria si spostò nell'edificio di via Mercadante, dopo il primo conflitto mondiale ebbe la denominazione ufficiale "Agli antichi Porchetti".


Davanti al "Restaurant alla città di Francoforte" in piazza della Zonta si possono scorgere molti tavolini all'aperto e diversi lampioni.
Cartolina viaggiata 5 aprile 1899 collezione Antonio Paladini.


[1] Zonta - zontadura - zontar
sono termini dialettali sempre in uso che significano aggiungere o congiungere

[2] Via Valdirivo, già Baudariù nell'antico dialetto triestino, contrazione di Val del Riu, valle del rivo; perché un tempo in quella zona c'erano vasti campi e le saline, attraverso le quali scorreva un rivo che si riversava nelle acque del mare.

[3] Era un lavatoio pubblico di forma trapezoidale con una rostra che veniva aperta al mattino per far affluire l'acqua limpida nel fosso dove si lavavano i panni. L'acqua rimaneva la stessa fino alla sera quando un'altra rostra veniva aperta per far defluire l'acqua sporca. Per questo motivo dopo le piogge le donne preferivano recarsi a lavare i panni nel torrente e ricorrevano al lavatoio principalmente nei periodi di siccità. Il lavatoio venne abbandonato pare nel 1826, il terreno venne venduto nel 1831 alla ditta Buchler e Comp. per la costruzione nel 1838 dell'edificio conosciuto come Casa Czorzy, su progetto dell'architetto Giovanni Battista de Puppi.

[4] Nel 1882 il numero di abitanti della città era arrivato a 140.000 e le disponibilità d'acqua le seguenti: - acquedotto di Aurisina. 954 mc/giorno - acquedotto teresiano 200 mc/giorno - pozzi pubblici 700 mc/giorno - pozzi privati 400 mc/giorno

[5] Il palazzo Talenti è uno storico immobile cittadino con diversi ingressi: in via Valdirivo 40, in via Carducci 7 e in via Saverio Mercadante 1. Ai primi del 900, al pianterreno aveva sede lo storico Caffè Nova York. Nell'ottobre del 2015 l'edificio è stato restaurato e trasformato in un "Residence".



Bibliografia
Documenti dell'Archivio Generale F.65 F.25-28
Fontane a Trieste di Fiorenza De Vecchi - Lorenza Resciniti - Marzia Vidulli Torlo
Archeografo triestino 1883 pag 112
Perigrafia dell'origine dei nomi imposti alle androne, contrade e piazze di Trieste - pubblicata nell'anno 1808 da Antonio Cratey
Borgo Teresiano vol.I di Fabio Zubini
Trieste Storia ed Arte tra vie e piazze di Silvio Rutteri
Cenni Storici,biografici e critici degli artisti ed ingegneri di Trieste di Giuseppe Righetti
Vocabolario del dialetto triestino di Ernesto Kosovitz
Il problema dell'acqua nella provincia di Trieste Agegas 16 giugno 1988

domenica 14 aprile 2019

James Joyce e il "Cinematograph Volta" a Dublino


L'ingresso di quello che è stato il cinema Volta in Mary Street N°45 - Collezione Liam O’Leary Archive


James Joyce nel 1905 partì da Dublino, sua città natale, e dopo un periodo travagliato trovò un posto come insegnante d'inglese alla Berlitz School di Trieste, nel 1907 lasciò la scuola per dedicarsi all'insegnamento privato, ma causa le modeste entrate e la vita disordinata visse eternamente in lotta con la miseria. Nel 1909 sua sorella Eva, che lo aveva accompagnato a Trieste, si stupì di quante sale cinematografiche fossero attive in una città così piccola, mentre a Dublino non ne esistevano ancora; Joyce fu subito catturato da questa idea, affascinato dallo spettacolo cinematografico con le sue grandi possibilità artistiche ancora inespresse e dai possibili guadagni.
Anche a Dublino, come in altre città, si erano già viste proiezioni, la prima si ebbe nell'aprile del 1896 al "Palace of Varieties" oggi "Teatro Olympia" (John McCourt), queste però avvenivano nei baracconi alle fiere o in altri locali occasionali, mancavano le sale destinate esclusivamente alle proiezioni.

Con entusiasmo espose il progetto al suo amico, l'avvocato Nicolò Vidacovich, il quale per sovvenzionare l'impresa pensò a un gruppo di imprenditori che pur avendo costruito le loro fortune commerciando in tessuti, pellami e tappezzerie, non erano nuovi a questo genere di attività: Giuseppe Caris e Giovanni Rebez, gestori del Cineografo Americano e del Salone Edison a Trieste e del cinema Volta a Bucarest, e Antonio Machnich, proprietario di un cinematografo ambulante. Creata una società i quattro si imbarcarono in una coraggiosa avventura imprenditoriale che prevedeva di aprire sale cinematografiche stabili oltre che a Dublino anche a Belfast e a Cork (progetti, questi ultimi due, che non videro però mai la luce).


                                                                  
Una targa esposta all'esterno della Farmacia alla Borsa ricorda che quegli spazi furono occupati dal Cineografo Americano e che il gestore, Giuseppe Caris, fu uno degli impresari che seguendo l'idea di James Joyce aprì il Cinematograph Volta a Dublino.


Il 16 ottobre 1909 Joyce e i suoi soci si recarono allo studio dell'avvocato Nicolò Vidacovich, dove venne stilato un contratto piuttosto particolare, che salvava Joyce da ogni perdita e senza dover investire nulla avrebbe ricevuto il 10% dei profitti, da parte sua si sarebbe impegnato a trovare la sala, a sbrigare tutte le questioni preliminari e a dirigere la sala nei mesi estivi, espediente che gli avrebbe anche permesso di sfuggire dalla calura estiva di Trieste.

James Joyce nei primi anni del 1900 (foto da Joyce Museum)


I preparativi della sala cinematografica
Pochi giorni dopo (il 21 ottobre) lo scrittore lasciò la famiglia a Trieste e finanziato dai partner partì euforico verso l'Irlanda per cercare il locale adatto, che trovò al pianterreno di un palazzo in mattoni rossi al n°45 di Mary Street; lo fece adattare senza grosse modifiche, arredandolo in modo economico, ma gradevole con l'interno decorato in azzurro e cremisi.

Poco prima dell'inaugurazione arrivarono da Trieste il proiezionista Guido Lenardon e Francesco Novak, titolare di un negozio di biciclette, il quale oltre a dedicarsi all'installazione degli impianti venne incaricato, dopo essere stato aggiunto alla società come nuovo partner, della gestione del cinema stesso. La sua presenza si rese necessaria in quanto sia Joyce che gli altri soci per motivi di lavoro non avevano la possibilità di fermarsi a lungo a Dublino. Dopo aver completato l'allestimento della sala e delle apparecchiature, aver fatto richiesta per la licenza cinematografica, selezionato i film da proiettare e fatto stampare le locandine, Joyce disegnò personalmente i manifesti per l'inaugurazione (purtroppo oggi perduti) e iniziò un importante lancio pubblicitario.

Ci furono diversi contrattempi, fra gli altri, pochi giorni prima dell'apertura la sparizione del capo elettricista, cosa che obbligò Joyce a cercare velocemente un sostituto, probabilmente in questa occasione assunse il diciannovenne Lennie Collinge, che divenne poi aiutante e co-proiezionista di Lenardon, anche la licenza si faceva attendere e alla fine riuscì a ottenere un foglio provvisorio.

In questo periodo Joyce scrisse diverse lettere a Nora, della quale sentiva molto la mancanza, manifestando il desiderio di raggiungerla appena possibile e al fratello Stanislaus, che era il sostenitore morale e finanziario della sua famiglia. Da questi brevi scritti si può comprendere come Joyce avesse trascorso questo periodo a Dublino, vengono descritte le pesanti giornate ricche di impegni nelle quali si alternavano frequenti delusioni a pochi momenti di soddisfazione, sempre però vissute con eccitazione per la prospettiva di successo e di una buona resa economica.


Inaugurazione del "Cinematograph Volta"
L'attività frenetica di quei mesi si concluse il 20 dicembre 1909 con l'inaugurazione della sala che era stata denominata "Cinematograph Volta", il programma della serata prevedeva la proiezione di sei titoli[1] e vi fu un afflusso tale che la polizia dovette intervenire per mantenere l'ordine.

Biglietti per l'ingresso al Cinematograph Volta - Collezione Liam O’Leary Archive


Gli spettacoli erano accompagnati da musica dal vivo, duravano circa tre quarti d'ora e si susseguivano dalle 17 alle 22, con un cambio di programma ogni due settimane.
Il giorno seguente l'apertura della sala sul "The Evening Telegraph" di Dublino uscì un articolo con una valutazione molto positiva sull'attrezzatura e l'arredo della sala, ma una critica sulla scelta della pellicola di "Beatrice Cenci" ritenuta di notevole qualità, ma con una trama troppo tragica per essere presentata in prossimità delle festività natalizie.
Le critiche della stampa si mantennero positive e i programmi delle serate vennero pubblicati con regolarità sui giornali "Sinn Féin" e "The Evening Telegraph".

Ai primi giorni di gennaio, appena ottenuta la licenza definitiva, Joyce ritornò a Trieste, continuando però a seguire l'attività compatibilmente con i suoi impegni letterari, probabilmente sua infatti la proposta di invitare gli studenti dell'Artane School ad assistere ad alcune matinée, iniziativa che oltre a divertire i ragazzi contribuì a pubblicizzare l'esercizio, grazie agli articoli che ne seguirono.


Fine dell'attività
La responsabilità della gestione rimase nelle mani di Novak che, da quanto viene riportato, non conosceva la lingua inglese e non amava il clima umido e piovoso di Dublino, ma che comunque aveva investito una discreta somma nell'attività.
La sala inizialmente sempre piena, con il passare dei mesi vide scemare la partecipazione del pubblico, tra le possibili cause le pellicole, che potrebbero non aver incontrato i gusti locali, nonostante fosse stato offerto un programma variegato con commedie, numerose comiche del francese André Deed, disegni animati, film storici, di magia, soprattutto di provenienza francese, ma anche italiana, americana e inglese. Sicuramente avranno creato qualche disagio le didascalie in lingua italiana, cosa che obbligava gli spettatori a leggerne la traduzione da un volantino consegnato all'ingresso. Le spese erano comunque notevoli, sia per la spedizione delle pellicole che venivano inviate da Trieste, che per il mantenimento del personale che in gran parte si trovava in trasferta. Questi potrebbero essere alcuni motivi per cui continuare l'attività divenne economicamente insostenibile, quanto sappiamo di certo è che per il fratello Stanislaus Joyce il declino dell'attività era iniziato il giorno in cui James aveva lasciato Dublino.
Il 18 aprile 1910 Caris, Machnich, Rebez e Novak notificarono a Joyce, tramite una lettera dell'avvocato Vidacovich, la volontà di vendere quanto prima l'impresa visti i passivi dell'attività

Il sogno di Joyce era durato poco e in una lettera scritta al fratello si rammarica del fatto che la vendita della sala non fosse stata trattata dal padre John Stanislaus, che essendo di Dublino avrebbe potuto spuntare un prezzo migliore rispetto a Novak che la cedette in perdita per 1000 sterline (lettera del 13 giugno 1910).

Le delusioni non erano finite per Joyce che si sentì truffato dai suoi soci in quanto non ricevette mai la quota di 1000 corone che era stata pattuita, decisione motivata dalle notevoli perdite economiche subite dalla società. Volle anche condividere lo sconforto con l'amico Ettore Schmitz [2] che gli rispose con queste parole: "...eri così eccitato per l'affare del cinematografo, che per tutto il viaggio non ho fatto che pensare alla tua faccia stravolta... La tua sorpresa per essere stato giocato dimostra che sei un letterato puro. Essere truffati non dimostra ancora nulla. Ma essere truffati e manifestare gran sorpresa e non prenderla come una cosa naturale, questo è davvero da letterati." (lettera del 15 giugno 1910).

Cessione dell'impresa
Il 14 giugno 1910 l'attività passò al Provincial Cinematograph Theatre, il locale, ristrutturato e ampliato rimase operativo per diversi anni, nel 1921 venne rinominato "Lyceum" e chiuso nel 1948.
La sala ora è parte del grande magazzino Penneys, dal 2007 sulla facciata c'è una targa in ricordo del primo cinema stabile della città.


 In Mary Street  dove un tempo si trovava il cinema Volta nel 2007 venne applicata questa targa che riassume la storia della sala. (foto tratta da comeheretome.com)
Il palazzo al  n°45 di Mary Street un tempo sede del Cinematograph Volta oggi proprietà dei Grandi Magazzini Penneys, al centro la targa che ricorda l'apertura della prima sala cinematografica della città.

Nel centenario dell'apertura del Cinematograph Volta venne promossa dall'Assessorato alla Cultura con l'Alpe Adria Cinema la rassegna "1909-2009 da Trieste a Dublino James Joyce ed il Cinema Volta", in quell'occasione si tennero varie esposizioni e dal 15 al 22 gennaio si svolse la ventesima edizione del "Trieste Film Festival" con in programma dieci delle ventuno pellicole giunte fino a noi, sul totale di centoquaranta proiettate nel breve periodo di attività dell'esercizio.



Note
[1] titoli tratti da thebioscope.net
Vorrei ricordare che si trattava di cortometraggi:
The Bewitched Castle (forse Le Château hanté - Pathé 1908)
The First Paris Orphanage (forse La Première pierre d'un asile pour orphelins - Pathé )
Beatrice Cenci (probabilmente Beatrice Cenci - Cines 1909)
Devilled Crab (forse Cretinetti ha ingoiato un gambero - Itala film 1909) André Deed, pseudonimo di Henri André Augustin Chapais
La Pouponnière ( Une Pouponnière à Paris - Éclair 1909)

[2] Aron Hector Schmitz (Trieste 19 dicembre 1861 – Motta di Livenza 13 settembre 1928) quinto di otto figli, nasce da una benestante famiglia ebraica da padre tedesco, Francesco Schmitz commerciante e madre italiana, Allegra Moravia. In seguito cambierà o italianizzerà il suo nome in Ettore Schmitz
Nel 1888 e 1890 firma i primi racconto pubblicati su "l'Indipendente" con lo pseudonimo di Ettore Samigli, nel 1892 scrive il suo primo romanzo "Una vita" con lo pseudonimo di Italo Svevo che manterrà per tutti i suoi scritti successivi.



Bibliografia
"Trieste al Cinema" 1896-1918 di Dejan Kosanović.
The Bioscope 21 gennaio 2009 6 maggio 2007
Lettere di James Joyce a cura di Giorgio Melchiori
James Joyce pioniere del cinema d'Irlanda di Mario Nordio in "La Porta Orientale" rivista giuliana di storia politica e arte - anno VII 1971
James Joyce - Gli anni di Bloom di John McCourt
Catalogo della ventesima edizione di "Trieste Film Festival"

domenica 31 marzo 2019

Cineografo Americano



A destra il palazzo Steinfeld (con i tre ingressi ad arco) che ospitò il Cineografo Americano, attigua la casa Rusconi con la farmacia Vielmetti - dettaglio di foto collezione Antonio Paladini.


Particolare dell'ingresso del cinema, nella lunetta è visibile l'insegna: "Cineografo Americano - C.Böcher".

Il 1905 fu un anno importante per l'attività cinematografica a Trieste, dopo le sistemazioni provvisorie del cinema ambulante iniziarono la loro attività i primi impianti stabili in locali appositamente attrezzati per le proiezioni. La cronaca non dà molto risalto alla nascita del primo tra questi, un semplice annuncio sul quotidiano "Il Piccolo" informa sulla prossima apertura in piazza della Borsa 15 (attuale n°12) della sala denominata "Cineografo Americano". Il Palazzo Steinfeld che la ospita venne costruito nel 1903 sul sito di una preesistente casa settecentesca, al pianterreno della quale già si trovava il "Panorama Internazionale", locale dove si poteva fruire a pagamento di dispositivi ottici per le proiezioni di immagini in movimento. Quando la sala cinematografica chiuderà i battenti gli spazi verranno rilevati dalla Farmacia Vielmetti "Allo struzzo d'oro", oggi farmacia alla Borsa, che si trasferirà dall'adiacente casa Rusconi.

Ingresso del Cineografo Americano in piazza della Borsa 15, attuale numero civico 12.


Una targa esposta all'esterno della Farmacia alla Borsa ricorda che quegli spazi furono occupati dal Cineografo Americano e che il gestore, Giuseppe Caris, fu uno degli impresari che seguendo l'idea di James Joyce aprì il Cinematograph Volta a Dublino.

Riguardo la scelta del nome riporto la descrizione che ne dà Dejan Kosanović: «Il nome lo si può spiegare soprattutto con ragioni pubblicitarie: il termine "Cineografo" lo distingueva da tutti gli altri cinematografi già visti e l'aggettivo "Americano" lo associava al paese di Edison, a quell'America dalla quale giungevano le più disparate e nuovissime meraviglie».
Il giorno di Natale del 1905 aprì anche la seconda sala stabile della città, il Salone Edison -Cinematografo Ideal (la seconda parte del nome indicava l'apparecchio usato per le proiezioni), nel palazzo Vianello in via del Torrente (oggi via Carducci).
Proprietario di entrambi gli esercizi era Carlo o Karl Böcher [1] nato a Dresda e che all'inizio del secolo aveva cominciato l'attività con il suo cinema ambulante nel nord Italia.


Annuncio pubblicitario apparso sul quotidiano "Il Piccolo" dell'11 agosto 1905 che riporta il programma di apertura della nuova sala: "Napoleone Bonaparte", pellicola di grande richiamo in dieci quadri, seguito dalle comiche.

Immagine tratta da "Trieste al cinema" di D.Kosanović. (collezione Biblioteca Civica Trieste)

Il 12 agosto 1905 il Cineografo Americano proiettò il primo film dal titolo "Napoleone Bonaparte", in dieci quadri per una durata di 15 minuti, la pubblicità prometteva: "un nuovissimo apparato senza vibrazioni", infatti lo scintillio era un difetto alquanto diffuso nei proiettori dell'epoca, cosa che pregiudicava lo spettacolo e irritava gli occhi. La proiezione ebbe molto successo e il pubblico entusiasta accorse nei giorni seguenti sempre più numeroso trovandovi le pellicole più famose del tempo, che essendo molto brevi venivano proiettate più d'una per realizzare l'intero programma.
Lo spettacolo era muto, ma le didascalie aiutavano a comprenderne lo svolgimento e in assenza di queste interveniva un commentatore, che poteva essere anche lo stesso gestore, inoltre non mancava mai un accompagnamento musicale, spesso suonato dal vivo da un pianista che nelle sale più grandi si affiancava a uno o due violini e un contrabbasso, cosa che in parte serviva per coprire il fastidioso ronzio del proiettore, in parte per caratterizzare le scene e creare un'atmosfera gradevole nell'attesa che iniziasse la proiezione, negli intervalli e alla fine del programma.

Tenendo conto che si trattava della prima sala aperta in città, il prezzo del biglietto d'ingresso era abbastanza modesto, 50 centesimi per i primi posti, il costo e l'estrema elasticità degli orari, che consentivano la visione anche ai lavoratori, furono tra i principali motivi per cui in breve il cinema divenne una forma di spettacolo molto popolare.
Nel giugno del 1906 il Cinema Americano chiuse per diversi mesi nei quali venne rinnovato e alla riapertura fu pubblicizzata una nuova apparecchiatura con "splendide proiezioni di attualità e colorate", le pellicole erano colorate a mano fotogramma per fotogramma, oppure con il Pathé Color (introdotto nel 1905 e ribattezzato Pathéchrome nel 1929) che divenne uno dei più accurati e affidabili sistemi di colorazione a maschere.

Propaganda e richiami pubblicitari
Nonostante il successo, la stampa risultò essere piuttosto avara nel dar notizie sugli sviluppi del cinema in città, mentre vennero commentate dettagliatamente le opere teatrali e gli altri spettacoli. Il tamburino (l'elenco degli spettacoli che compare sui quotidiani) non ancora molto diffuso, riportava i nomi di poche sale cinematografiche anche perché essendo la pubblicazione a pagamento pochi gestori potevano permettersi la spesa e preferivano affidarsi ad altre forme pubblicitarie come l'affissione di manifesti ricchi di titoli e illustrazioni, sia sui muri della città che all'esterno del cinema stesso, dove erano pure motivo di richiamo le evidenti insegne luminose; altro sistema efficace era lo strillonaggio, dove un imbonitore a gran voce invitava la gente a entrare annunciando il titolo e decantando la trama, spesso con largo anticipo rispetto all'orario reale; ultimo metodo era l'avviso di inizio spettacolo, con lo squillo forte e continuato di un campanello fissato all'esterno dell'ingresso.


Da sinistra casa Rusconi con la farmacia Vielmetti con l'insegna "apotheke", adiacente il palazzo Steinfeld che ospitava l'Hotel Union con al pianterreno il Cineografo Americano - foto collezione Antonio Paladini.
Evoluzione del cinema a Trieste
Nei mesi più caldi sicuramente non era piacevole soggiornare nei locali poco areati e rinfrescati solo da ventilatori, motivo per cui in questi periodi alcuni gestori sospendevano le proiezioni approfittandone per adattare le sale alle nuove norme riguardanti l'attività cinematografica, in particolare le misure antincendio che si facevano sempre più dettagliate e severe. Una delle prime disposizioni prevedeva che le pellicole di celluloide, altamente infiammabili, dovessero venir chiuse in scatole metalliche e nel 1908 ci fu inoltre l'obbligo di separare la cabina di proiezione dalla sala e per l'operatore di sostenere un esame che lo abilitava alla professione.

Con il perfezionamento degli apparecchi di ripresa e proiezione si ebbero degli apprezzabili miglioramenti, le pellicole, sempre trainate a manovella dall'operatore, si fecero più lunghe, la varietà dei generi aumentò, riuscendo a interessare diverse fasce di pubblico: drammi, commedie, comiche, film storici, documentari scientifici, riprese dal vero ecc.
Diversi i tentativi di inserimento del sonoro con vari sistemi di sincronizzazione fra pellicola e grammofono, in modo da far percepire rumori, canti e voci contemporaneamente all'azione, non sempre però i risultati furono ottimali, perché facilmente si perdeva l'accordo, ma le tante novità mantenevano viva l'attenzione del pubblico che apprezzava curioso.

Il cinema era anche luogo di informazione, i fatti di cronaca venivano già divulgati con il cinema ambulante, ma nel 1907 nacque in Francia il primo "Cinegiornale", "moda" che si diffuse rapidamente portando le case di produzione a organizzare rassegne d'attualità da proiettare prima dello spettacolo, con sostituzioni settimanali o bisettimanali. Il pubblico attendeva questo appuntamento con interesse, affascinato dal poter vedere le immagini degli avvenimenti appresi dai quotidiani.

Tutte le sale facevano il pienone, però erano concentrate nel centro cittadino e dal momento che il cinema stava divenendo la forma di divertimento più diffusa, per acquisire nuovi spettatori vennero aperti ulteriori esercizi nei vari rioni e in periferia, come conseguenza nel 1909 si contarono ben 21 sale stabili, raggiungendo così il numero massimo prima della Grande Guerra. Nonostante questo alcuni continuarono a snobbare il cinema trovando che fosse un divertimento volgare, tanto da definirlo " il teatro per i cretini". Anche Stanislaus Joyce nel 1907 scriveva nel suo “Book of Days”: Ritengo che i cinematografi siano il segno più evidente della corruzione americana. Trieste ne è piena e questi più volte nel corso della notte straripano di gente che vi si reca per vedere ciò che ha già visto e rivisto. Fortunatamente non la pensava allo stesso modo il fratello James Joyce, grande frequentatore delle sale cinematografiche che nel 1909, assieme ai soci inaugurò il "Cinematograph Volta" a Dublino.

Sempre nel 1909 ci fu il graduale passaggio dalla vendita diretta delle pellicole al sistema del noleggio, ora il gestore poteva accedere alle pellicole a un prezzo più basso e offrire al pubblico un maggior numero di spettacoli ottenendo maggiori introiti, nel contempo però un eccessivo sfruttamento delle copie portò a un abbassamento qualitativo delle proiezioni.

Nello stesso anno stava sparendo il cinema ambulante che nonostante le numerose sale stabili aveva continuato l'attività. Grazie al rapido sviluppo dell'industria cinematografica arrivarono un maggior numero di pellicole dall'Italia, che assieme a quelle americane salirono ai primi posti nel gradimento del pubblico, mentre fino ad allora la maggioranza dei film proveniva dalla Francia e dalla Germania.
 
Volantino pubblicitario del 1909 con elencati i programmi della serata.
Collezione Iure Barac
Nuova direzione
Nell'agosto del 1908 al Cineografo Americano, dopo un periodo di chiusura per rinnovo dei locali, arrivò un cambio di gestione e le proiezioni ripresero con un lancio pubblicitario sul tamburino del quotidiano "Il Piccolo". Il nuovo direttore era Giuseppe Caris, che da subito ne fu probabilmente anche il gestore, benché nelle guide della città il suo nome inizi ad apparire solo nel 1910, anno in cui il cinema venne chiamato solo "Americano".
In questi anni vennero proiettate pellicole di grande richiamo e destarono molto interesse anche i documentari di cronaca, spesso prodotti dai gestori stessi, dove gli operatori riprendevano avvenimenti spettacolari, come le visite di personaggi famosi o le calamità naturali e che dopo un veloce montaggio arrivavano nelle sale. Esempio ne furono le immagini del terribile terremoto che colpì Reggio Calabria e Messina il 28 dicembre del 1908, pronte per la vendita dopo meno di una settimana e che vennero proiettate al cinema Americano nel gennaio del 1909; un altro grave incidente tempestivamente ripreso e proiettato accadde il 31 marzo 1910, quando alcune carrozze della linea ferroviaria Trieste-Parenzo, alla foce del Rio Ospo, furono rovesciate dalle forti raffiche di bora; il 15 giugno 1911 un fortunale colpì la città causando morti e gravissimi danni alle imbarcazioni e alle rive, ripreso e prodotto da Caris e Rebez venne proiettato solo due giorni dopo l'accaduto con il titolo "Lo spaventevole ciclone di Trieste".
 

Nel dicembre del 1911 sul volantino vediamo che il cinema ora viene chiamato "Salone Americano" e presentato come "il più elegante e aristocratico Cinema di Trieste", in chiusura del programma immancabili le comiche.
Pubblicato per gentile concessione del Civico Museo Teatrale “Carlo Schmidl”.

Ultima gestione del Cinema Americano
Dal 1911 fino al maggio del 1916, anno che segnerà la chiusura del Cineografo Americano, la gestione passerà alla Società Cinematografica Triestina che cambierà il nome del cinema in "Salone Americano", la società era formata da Giuseppe Caris, Giovanni Rebez e Lorenzo Terzon, proprietari rispettivamente dell'Americano, del cinema Edison e del Novo Cine in via dell'Acquedotto 37, il vantaggio di questa collaborazione era la riduzione delle spese, sia con la pubblicazione di annunci condivisi che con lo scambio delle pellicole.


Inserzione pubblicitaria condivisa delle due sale gestite da Giseppe Caris e pubblicata su il quotidiano "Il Piccolo" del 10 febbraio 1915 - foto tratta da atlantegrandeguerra.it

Dopo l'inizio del primo conflitto le proiezioni continuarono anche se con le limitazioni dovute al periodo, il pubblico voleva trascorrere un paio d'ore dimenticando la difficile realtà e l'affluenza alle sale rimase elevata, ben presto questo mezzo venne sfruttato anche a fini propagandistici, sia nei film a soggetto che nei cinegiornali di guerra con la documentazione filmata degli avvenimenti militari. 
Non è facile sapere se il Salone Americano continuò regolarmente l'attività nel periodo bellico, Dejan Kosanovic nel suo libro riporta i nomi di alcune proiezioni fino al mese di maggio 1916 quando il Salone Americano cessò definitivamente l'attività.




[1] Carlo/Karl Böcher - nato a Dresda nel 1870
Nei primi anni del '900 con un carrozzone adibito a cinematografo girò il nord Italia, il suo nome è documentato nelle grandi città in occasione delle fiere e altre feste popolari.
Sposato con Enrichetta Fuchs continuò la sua attività con il cinema ambulante.
Nel 1905 aprì le prime due sale stabili a Trieste, il 10 gennaio 1909 inaugurò l'Edison, prima sala cinematografica a Trento, che venne lasciata in gestione ad Angelo Brinsek.
In un articolo apparso sul quotidiano "Il Trentino" del 21 marzo 1911 è riportato un incidente automobilistico "...capitato al signor Böcher titolare del cinema Edison", A.Bernardini scrive che nel 1911 la vedova di Böcher gestiva a Vicenza un baraccone cinematografico (nota a pag 72 del "Cinema muto italiano" 1905-1909), per cui è possibile che il 1911 sia l'anno del suo decesso.


Testi consultati:
"Trieste e il cinema" di Fulvio Toffoli supplemento del quotidiano "Il Piccolo"
"Trieste al Cinema" 1896-1918 di Dejan Kosanović.
"I cinematografi di Trieste" di Dino Cafagna
"Cinema muto italiano" 1896-1904 / 1905-1909, di Aldo Bernardini
Il Piccolo 14/01/2009
"Inizi lo spettacolo! Storia del cinematografo a Trento 1896-1918" di Mauro Bonetto e Paolo Caneppele

Catalogo della ventesima edizione di Trieste Film Festival (articolo di John Mc Court)

sabato 16 marzo 2019

Il Tuffatore di Pino Auber



Nell'atrio della nuova piscina Bianchi in largo Ugo Irneri non può passare inosservata una grande scultura in legno che rappresenta un tuffatore nel momento dell'impatto con l'acqua, realizzata da Giuseppe, meglio conosciuto come Pino, Auber [1], un grande atleta, decano nel mondo dei tuffi, ma anche abile scultore che è riuscito a coltivare e affermarsi in entrambi questi campi.
La storia della scultura è interessante e sofferta, Auber da molti anni meditava di realizzare quest'opera che rappresenta la sua passione sportiva, alla quale avrebbe voluto affiancare una tuffatrice, di cui rimane però solo il modello.




L'occasione arrivò dopo una serie di buoni piazzamenti nel campionato sloveno di tuffi da grandi altezze, seguiti nel 2014 da un primo posto a Novo Mesto, in quel periodo ebbe modo di conoscere i boscaioli del Parco Nazionale del Triglav, i quali gli procurarono un tronco di tiglio di quasi tre metri per poter realizzare la sua opera. Nonostante le dimensioni Auber riuscì a trasportarlo a Trieste con la macchina, posto nel giardino della casa del figlio vi lavorò per quasi cinque mesi e sotto i colpi dello scalpello cominciò a far emergere la figura scattante e muscolosa nascosta nel tronco, completata l'opera la donò al polo Natatorio Bruno Bianchi, che fra allenamenti e competizioni era diventata la sua seconda casa.
Auber iniziò questo sport nella vecchia piscina Bianchi, dove aveva insegnato e trasmesso l'amore per i tuffi a suo nipote Gabriele quando questo aveva soli quattro anni e portava ancora i braccioli, il ragazzo ha proseguito con successo e determinazione conseguendo ottimi risultati fino a far parte della squadra nazionale. L'attività agonistica di nonno e nipote continuò parallela per diversi anni, pur in città diverse, inoltre spesso si sono tuffati assieme dalle amate rocce di Duino e nella piscina comunale.



Pino Auber artista
Fin da bambino dimostrò innate qualità per il disegno, a 26 anni iniziò la sua formazione artistica ai corsi serali della Scuola libera di figura al Museo Revoltella, sotto la guida del maestro Nino Perizzi. In quel periodo realizzò molti disegni, oltre all'analisi delle proporzioni e delle espressioni si impegnò nell'indispensabile indagine dell'apparato muscolare, con esecuzioni di particolari anatomici, studio che sarà fondamentale per le sue opere nelle quali si riconosce una buona conoscenza dell'anatomia e della figura.
Durante le sue camminate nei boschi amava raccogliere radici e pezzi di legno che gli suggerivano delle immagini e con il solo aiuto del coltello riusciva a dar vita al legno grezzo, così a 35 anni ebbe inizio la sua passione per la scultura, via via la tecnica si affinò e iniziò a utilizzare sgorbie, scalpelli e mazzuolo, sotto le sue mani dal legno spuntarono animali, maschere, creature misteriose, ritratti, volti solcati da rughe e nudi.
Pino amava e rispettava la natura in tutti i suoi aspetti, il suo motto era "conoscere, amare, rispettare e proteggere", studiava l'ornitologia, la botanica, osservava con curiosità fiori, insetti, alberi, che spesso diventavano soggetto delle sue opere, aveva la capacità di cogliere l'elemento decorativo che abilmente inserito dava un'impronta personale ai lavori, alcune sculture sembrano ancora imprigionate nel legno naturale, altre levigate, curate nei particolari e perfettamente rifinite, ma tutte piene di forza.


Foto di Romina Hočevar - Marko Grego realizzata in occasione della mostra, curata da Monika Ivančič Fajfar, che ebbe luogo da 11.04.2017 al 09.05.2017 al Museo di Tolmino.


Mostra di Pino Auber al Museo di Tolmino fotografia di Romina Hočevar - Marko Grego.

Mostra di Pino Auber al Museo di Tolmino fotografia di Romina Hočevar - Marko Grego.
Nelle interviste, con molta modestia, dichiarava di avere l'hobby della scultura e di essere un autodidatta, ma a vedere le opere e le indiscusse capacità tecniche penso che possa venir definito non solo una persona di grande talento, ma un vero artista.
Molto apprezzato in Slovenia dove, nell'aprile del 2017, il Museo di Tolmino gli ha dedicato uno spazio per una mostra temporanea.

Mostra di Pino Auber al Museo di Tolmino fotografia di Romina Hočevar - Marko Grego.


Mostra di Pino Auber al Museo di Tolmino fotografia di Romina Hočevar - Marko Grego.

Mostra di Pino Auber al Museo di Tolmino fotografia di Romina Hočevar - Marko Grego.

Pino Auber con il nipote Gabriele in una foto scattata nello studio dello scultore, alle spalle fra le varie sculture si vedono i modelli del "Tuffatore" e della "Tuffatrice".

Lo sport
Parallelamente continuò la sua passione per la ginnastica, iniziata da ragazzo, quando nel 1953 con la sua famiglia lasciò San Tomà, vicino a Capodistria, per stabilirsi prima a Zindis e poi a Trieste, era attratto dalla ginnastica artistica, dall'attrezzistica e da tutto ciò che era acrobatico, ma erano momenti difficili e il periodo storico poco favorevole gli permise di approdare alla S.G.T. solo a 24 anni, troppo tardi per poter entrare nell'agonismo. Partecipò tuttavia alle lezioni di ginnastica artistica con passione e, dopo aver ottenuto la qualifica di istruttore federale a Roma, aprì con successo i corsi serali di ginnastica per adulti alla S.G.T dove continuò ad allenare per 25 anni.
Amava la competizione in ogni cosa, anche i giochi con i suoi figli erano un pretesto per "fare una gara" e vedere chi sarebbe arrivato primo.



Kanal tuffo di Pino Auber dal ponte sul fiume Soča - Foto tratta dalla rivista Zarja n°36 - articolo di Stane Mažon.

Superati i 57 anni abbandonò la ginnastica per dedicarsi nel settore Master ai tuffi da trampolino, piattaforma e grandi altezze, uno sport che già praticava saltuariamente e che, data la flessibilità e l'agilità del suo fisico, gli diede grandi soddisfazioni.
In Slovenia scoprì "i tuffi dai ponti", che con entusiasmo volle provare dopo che da autodidatta si era allenato tuffandosi dalle falesie di Duino. Sempre presente alle manifestazioni che si tenevano a Kanal con i tuffi dal ponte sul fiume Soča (Isonzo) o in altre località come Kobarid (Caporetto), Most na Soči (Santa Lucia d'Isonzo) con altezze che variavano dai 17 ai 20 metri, Auber raccolse molti trionfi e tutti nutrivano simpatia e attendevano i suoi tuffi spettacolari. Oltre a queste, nella categoria Master aveva collezionato vittorie ai campionati nazionali, europei e mondiali, preferita era la piattaforma da10 metri, anche in sincro con Valter Sbisà. Sempre presente alle competizioni divenne la bandiera della Trieste Tuffi e conquistò diverse coppe e medaglie che custodiva a casa con orgoglio.


Kanal (Slovenia) 16 agosto 2015. Un tuffo dal ponte sul fiume Soča di Pino Auber da un'altezza di 17 metri.
Photo credit: Luka Dakskobler.

A gennaio Auber aveva ottenuto il titolo italiano master a Bolzano, l'ultimo, perchè successivamente una serie di problemi lo allontanarono dai trampolini durante tutta l'estate, infine una caduta, seguita da complicazioni, ha provocato il 24 novembre 2018 l'improvvisa scomparsa di una persona speciale che con determinazione aveva superato molti ostacoli e che con la sua tenacia, riservatezza e simpatia aveva insegnato che si può invecchiare continuando a coltivare le proprie passioni.



[1] Giuseppe (Pino) Auber è nato a San Tomà (Capodistria) il 16 marzo 1938 - Trieste 24 novembre 2018.
Nel 1954 la famiglia si trasferisce a Muggia e poi a Trieste.
Nel 1961 si sposa con Annamaria Strohmayer (1941-1987) con la quale avrà due figli: 

  • Davide nato nel 1965, lo segue alla SGT svolgendo l'attività nel settore della ginnastica artistica e gli da due nipoti: Gabriele, che si dedicherà con passione e successo alla disciplina dei tuffi, e Valerio.
  • Daniele, nato nel 1969, dimostra passione per l'arte diventa scenografo poi concept designer, nel 2002 vince  l'Emmy Award per il film “Jack e il fagiolo magico ” - Jack and the Beanstalk: The Real Story (2001) per aver curato gli effetti speciali per la Jim Henson Company a Londra. In seguito dovrà emigrare a Los Angeles per realizzarsi sviluppare i suoi lavori diventando il mago degli effetti speciali di molti film.

Vita Lavorativa
Iniziò l'attività al cantiere navale Felszegy di Muggia, causa i vapori e le polveri inalate contrasse la tubercolosi, dopo essere stato ricoverato per un anno in Sanatorio ritornò al lavoro presso una ditta di costruzioni dove operò come idraulico per una decina di anni, nei primi anni '70 iniziò un impiego in campo amministrativo presso l’Opera Assistenza Profughi Giuliani e Dalmati, quando negli anni '70 l'ente venne chiuso Auber passò alla Regione con l'incarico di archivista, che mantenne fino alla pensione.

Da circa venti anni Lola Červ, nota fotografa di Tolmino, era compagna di Giuseppe Auber e autrice di bellissimi scatti dei tuffi da grandi altezze, dove alle evoluzioni si unisce la bellezza della location.



Fonti consultate
La Ricerca - Bollettino del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno n°68 dicembre 2015 - intervento di Franco Stener
Interviste - video - articoli dei quotidiani e quanto altro ho trovato in rete