domenica 14 aprile 2019

James Joyce e il "Cinematograph Volta" a Dublino


L'ingresso di quello che è stato il cinema Volta in Mary Street N°45 - Collezione Liam O’Leary Archive


James Joyce nel 1905 partì da Dublino, sua città natale, e dopo un periodo travagliato trovò un posto come insegnante d'inglese alla Berlitz School di Trieste, nel 1907 lasciò la scuola per dedicarsi all'insegnamento privato, ma causa le modeste entrate e la vita disordinata visse eternamente in lotta con la miseria. Nel 1909 sua sorella Eva, che lo aveva accompagnato a Trieste, si stupì di quante sale cinematografiche fossero attive in una città così piccola, mentre a Dublino non ne esistevano ancora; Joyce fu subito catturato da questa idea, affascinato dallo spettacolo cinematografico con le sue grandi possibilità artistiche ancora inespresse e dai possibili guadagni.
Anche a Dublino, come in altre città, si erano già viste proiezioni, la prima si ebbe nell'aprile del 1896 al "Palace of Varieties" oggi "Teatro Olympia" (John McCourt), queste però avvenivano nei baracconi alle fiere o in altri locali occasionali, mancavano le sale destinate esclusivamente alle proiezioni.

Con entusiasmo espose il progetto al suo amico, l'avvocato Nicolò Vidacovich, il quale per sovvenzionare l'impresa pensò a un gruppo di imprenditori che pur avendo costruito le loro fortune commerciando in tessuti, pellami e tappezzerie, non erano nuovi a questo genere di attività: Giuseppe Caris e Giovanni Rebez, gestori del Cineografo Americano e del Salone Edison a Trieste e del cinema Volta a Bucarest, e Antonio Machnich, proprietario di un cinematografo ambulante. Creata una società i quattro si imbarcarono in una coraggiosa avventura imprenditoriale che prevedeva di aprire sale cinematografiche stabili oltre che a Dublino anche a Belfast e a Cork (progetti, questi ultimi due, che non videro però mai la luce).


                                                                  
Una targa esposta all'esterno della Farmacia alla Borsa ricorda che quegli spazi furono occupati dal Cineografo Americano e che il gestore, Giuseppe Caris, fu uno degli impresari che seguendo l'idea di James Joyce aprì il Cinematograph Volta a Dublino.


Il 16 ottobre 1909 Joyce e i suoi soci si recarono allo studio dell'avvocato Nicolò Vidacovich, dove venne stilato un contratto piuttosto particolare, che salvava Joyce da ogni perdita e senza dover investire nulla avrebbe ricevuto il 10% dei profitti, da parte sua si sarebbe impegnato a trovare la sala, a sbrigare tutte le questioni preliminari e a dirigere la sala nei mesi estivi, espediente che gli avrebbe anche permesso di sfuggire dalla calura estiva di Trieste.

James Joyce nei primi anni del 1900 (foto da Joyce Museum)


I preparativi della sala cinematografica
Pochi giorni dopo (il 21 ottobre) lo scrittore lasciò la famiglia a Trieste e finanziato dai partner partì euforico verso l'Irlanda per cercare il locale adatto, che trovò al pianterreno di un palazzo in mattoni rossi al n°45 di Mary Street; lo fece adattare senza grosse modifiche, arredandolo in modo economico, ma gradevole con l'interno decorato in azzurro e cremisi.

Poco prima dell'inaugurazione arrivarono da Trieste il proiezionista Guido Lenardon e Francesco Novak, titolare di un negozio di biciclette, il quale oltre a dedicarsi all'installazione degli impianti venne incaricato, dopo essere stato aggiunto alla società come nuovo partner, della gestione del cinema stesso. La sua presenza si rese necessaria in quanto sia Joyce che gli altri soci per motivi di lavoro non avevano la possibilità di fermarsi a lungo a Dublino. Dopo aver completato l'allestimento della sala e delle apparecchiature, aver fatto richiesta per la licenza cinematografica, selezionato i film da proiettare e fatto stampare le locandine, Joyce disegnò personalmente i manifesti per l'inaugurazione (purtroppo oggi perduti) e iniziò un importante lancio pubblicitario.

Ci furono diversi contrattempi, fra gli altri, pochi giorni prima dell'apertura la sparizione del capo elettricista, cosa che obbligò Joyce a cercare velocemente un sostituto, probabilmente in questa occasione assunse il diciannovenne Lennie Collinge, che divenne poi aiutante e co-proiezionista di Lenardon, anche la licenza si faceva attendere e alla fine riuscì a ottenere un foglio provvisorio.

In questo periodo Joyce scrisse diverse lettere a Nora, della quale sentiva molto la mancanza, manifestando il desiderio di raggiungerla appena possibile e al fratello Stanislaus, che era il sostenitore morale e finanziario della sua famiglia. Da questi brevi scritti si può comprendere come Joyce avesse trascorso questo periodo a Dublino, vengono descritte le pesanti giornate ricche di impegni nelle quali si alternavano frequenti delusioni a pochi momenti di soddisfazione, sempre però vissute con eccitazione per la prospettiva di successo e di una buona resa economica.


Inaugurazione del "Cinematograph Volta"
L'attività frenetica di quei mesi si concluse il 20 dicembre 1909 con l'inaugurazione della sala che era stata denominata "Cinematograph Volta", il programma della serata prevedeva la proiezione di sei titoli[1] e vi fu un afflusso tale che la polizia dovette intervenire per mantenere l'ordine.

Biglietti per l'ingresso al Cinematograph Volta - Collezione Liam O’Leary Archive


Gli spettacoli erano accompagnati da musica dal vivo, duravano circa tre quarti d'ora e si susseguivano dalle 17 alle 22, con un cambio di programma ogni due settimane.
Il giorno seguente l'apertura della sala sul "The Evening Telegraph" di Dublino uscì un articolo con una valutazione molto positiva sull'attrezzatura e l'arredo della sala, ma una critica sulla scelta della pellicola di "Beatrice Cenci" ritenuta di notevole qualità, ma con una trama troppo tragica per essere presentata in prossimità delle festività natalizie.
Le critiche della stampa si mantennero positive e i programmi delle serate vennero pubblicati con regolarità sui giornali "Sinn Féin" e "The Evening Telegraph".

Ai primi giorni di gennaio, appena ottenuta la licenza definitiva, Joyce ritornò a Trieste, continuando però a seguire l'attività compatibilmente con i suoi impegni letterari, probabilmente sua infatti la proposta di invitare gli studenti dell'Artane School ad assistere ad alcune matinée, iniziativa che oltre a divertire i ragazzi contribuì a pubblicizzare l'esercizio, grazie agli articoli che ne seguirono.


Fine dell'attività
La responsabilità della gestione rimase nelle mani di Novak che, da quanto viene riportato, non conosceva la lingua inglese e non amava il clima umido e piovoso di Dublino, ma che comunque aveva investito una discreta somma nell'attività.
La sala inizialmente sempre piena, con il passare dei mesi vide scemare la partecipazione del pubblico, tra le possibili cause le pellicole, che potrebbero non aver incontrato i gusti locali, nonostante fosse stato offerto un programma variegato con commedie, numerose comiche del francese André Deed, disegni animati, film storici, di magia, soprattutto di provenienza francese, ma anche italiana, americana e inglese. Sicuramente avranno creato qualche disagio le didascalie in lingua italiana, cosa che obbligava gli spettatori a leggerne la traduzione da un volantino consegnato all'ingresso. Le spese erano comunque notevoli, sia per la spedizione delle pellicole che venivano inviate da Trieste, che per il mantenimento del personale che in gran parte si trovava in trasferta. Questi potrebbero essere alcuni motivi per cui continuare l'attività divenne economicamente insostenibile, quanto sappiamo di certo è che per il fratello Stanislaus Joyce il declino dell'attività era iniziato il giorno in cui James aveva lasciato Dublino.
Il 18 aprile 1910 Caris, Machnich, Rebez e Novak notificarono a Joyce, tramite una lettera dell'avvocato Vidacovich, la volontà di vendere quanto prima l'impresa visti i passivi dell'attività

Il sogno di Joyce era durato poco e in una lettera scritta al fratello si rammarica del fatto che la vendita della sala non fosse stata trattata dal padre John Stanislaus, che essendo di Dublino avrebbe potuto spuntare un prezzo migliore rispetto a Novak che la cedette in perdita per 1000 sterline (lettera del 13 giugno 1910).

Le delusioni non erano finite per Joyce che si sentì truffato dai suoi soci in quanto non ricevette mai la quota di 1000 corone che era stata pattuita, decisione motivata dalle notevoli perdite economiche subite dalla società. Volle anche condividere lo sconforto con l'amico Ettore Schmitz [2] che gli rispose con queste parole: "...eri così eccitato per l'affare del cinematografo, che per tutto il viaggio non ho fatto che pensare alla tua faccia stravolta... La tua sorpresa per essere stato giocato dimostra che sei un letterato puro. Essere truffati non dimostra ancora nulla. Ma essere truffati e manifestare gran sorpresa e non prenderla come una cosa naturale, questo è davvero da letterati." (lettera del 15 giugno 1910).

Cessione dell'impresa
Il 14 giugno 1910 l'attività passò al Provincial Cinematograph Theatre, il locale, ristrutturato e ampliato rimase operativo per diversi anni, nel 1921 venne rinominato "Lyceum" e chiuso nel 1948.
La sala ora è parte del grande magazzino Penneys, dal 2007 sulla facciata c'è una targa in ricordo del primo cinema stabile della città.


 In Mary Street  dove un tempo si trovava il cinema Volta nel 2007 venne applicata questa targa che riassume la storia della sala. (foto tratta da comeheretome.com)
Il palazzo al  n°45 di Mary Street un tempo sede del Cinematograph Volta oggi proprietà dei Grandi Magazzini Penneys, al centro la targa che ricorda l'apertura della prima sala cinematografica della città.

Nel centenario dell'apertura del Cinematograph Volta venne promossa dall'Assessorato alla Cultura con l'Alpe Adria Cinema la rassegna "1909-2009 da Trieste a Dublino James Joyce ed il Cinema Volta", in quell'occasione si tennero varie esposizioni e dal 15 al 22 gennaio si svolse la ventesima edizione del "Trieste Film Festival" con in programma dieci delle ventuno pellicole giunte fino a noi, sul totale di centoquaranta proiettate nel breve periodo di attività dell'esercizio.



Note
[1] titoli tratti da thebioscope.net
Vorrei ricordare che si trattava di cortometraggi:
The Bewitched Castle (forse Le Château hanté - Pathé 1908)
The First Paris Orphanage (forse La Première pierre d'un asile pour orphelins - Pathé )
Beatrice Cenci (probabilmente Beatrice Cenci - Cines 1909)
Devilled Crab (forse Cretinetti ha ingoiato un gambero - Itala film 1909) André Deed, pseudonimo di Henri André Augustin Chapais
La Pouponnière ( Une Pouponnière à Paris - Éclair 1909)

[2] Aron Hector Schmitz (Trieste 19 dicembre 1861 – Motta di Livenza 13 settembre 1928) quinto di otto figli, nasce da una benestante famiglia ebraica da padre tedesco, Francesco Schmitz commerciante e madre italiana, Allegra Moravia. In seguito cambierà o italianizzerà il suo nome in Ettore Schmitz
Nel 1888 e 1890 firma i primi racconto pubblicati su "l'Indipendente" con lo pseudonimo di Ettore Samigli, nel 1892 scrive il suo primo romanzo "Una vita" con lo pseudonimo di Italo Svevo che manterrà per tutti i suoi scritti successivi.



Bibliografia
"Trieste al Cinema" 1896-1918 di Dejan Kosanović.
The Bioscope 21 gennaio 2009 6 maggio 2007
Lettere di James Joyce a cura di Giorgio Melchiori
James Joyce pioniere del cinema d'Irlanda di Mario Nordio in "La Porta Orientale" rivista giuliana di storia politica e arte - anno VII 1971
James Joyce - Gli anni di Bloom di John McCourt
Catalogo della ventesima edizione di "Trieste Film Festival"

domenica 31 marzo 2019

Cineografo Americano



A destra il palazzo Steinfeld (con i tre ingressi ad arco) che ospitò il Cineografo Americano, attigua la casa Rusconi con la farmacia Vielmetti - dettaglio di foto collezione Antonio Paladini.


Particolare dell'ingresso del cinema, nella lunetta è visibile l'insegna: "Cineografo Americano - C.Böcher".

Il 1905 fu un anno importante per l'attività cinematografica a Trieste, dopo le sistemazioni provvisorie del cinema ambulante iniziarono la loro attività i primi impianti stabili in locali appositamente attrezzati per le proiezioni. La cronaca non dà molto risalto alla nascita del primo tra questi, un semplice annuncio sul quotidiano "Il Piccolo" informa sulla prossima apertura in piazza della Borsa 15 (attuale n°12) della sala denominata "Cineografo Americano". Il Palazzo Steinfeld che la ospita venne costruito nel 1903 sul sito di una preesistente casa settecentesca, al pianterreno della quale già si trovava il "Panorama Internazionale", locale dove si poteva fruire a pagamento di dispositivi ottici per le proiezioni di immagini in movimento. Quando la sala cinematografica chiuderà i battenti gli spazi verranno rilevati dalla Farmacia Vielmetti "Allo struzzo d'oro", oggi farmacia alla Borsa, che si trasferirà dall'adiacente casa Rusconi.

Ingresso del Cineografo Americano in piazza della Borsa 15, attuale numero civico 12.


Una targa esposta all'esterno della Farmacia alla Borsa ricorda che quegli spazi furono occupati dal Cineografo Americano e che il gestore, Giuseppe Caris, fu uno degli impresari che seguendo l'idea di James Joyce aprì il Cinematograph Volta a Dublino.

Riguardo la scelta del nome riporto la descrizione che ne dà Dejan Kosanović: «Il nome lo si può spiegare soprattutto con ragioni pubblicitarie: il termine "Cineografo" lo distingueva da tutti gli altri cinematografi già visti e l'aggettivo "Americano" lo associava al paese di Edison, a quell'America dalla quale giungevano le più disparate e nuovissime meraviglie».
Il giorno di Natale del 1905 aprì anche la seconda sala stabile della città, il Salone Edison -Cinematografo Ideal (la seconda parte del nome indicava l'apparecchio usato per le proiezioni), nel palazzo Vianello in via del Torrente (oggi via Carducci).
Proprietario di entrambi gli esercizi era Carlo o Karl Böcher [1] nato a Dresda e che all'inizio del secolo aveva cominciato l'attività con il suo cinema ambulante nel nord Italia.


Annuncio pubblicitario apparso sul quotidiano "Il Piccolo" dell'11 agosto 1905 che riporta il programma di apertura della nuova sala: "Napoleone Bonaparte", pellicola di grande richiamo in dieci quadri, seguito dalle comiche.

Immagine tratta da "Trieste al cinema" di D.Kosanović. (collezione Biblioteca Civica Trieste)

Il 12 agosto 1905 il Cineografo Americano proiettò il primo film dal titolo "Napoleone Bonaparte", in dieci quadri per una durata di 15 minuti, la pubblicità prometteva: "un nuovissimo apparato senza vibrazioni", infatti lo scintillio era un difetto alquanto diffuso nei proiettori dell'epoca, cosa che pregiudicava lo spettacolo e irritava gli occhi. La proiezione ebbe molto successo e il pubblico entusiasta accorse nei giorni seguenti sempre più numeroso trovandovi le pellicole più famose del tempo, che essendo molto brevi venivano proiettate più d'una per realizzare l'intero programma.
Lo spettacolo era muto, ma le didascalie aiutavano a comprenderne lo svolgimento e in assenza di queste interveniva un commentatore, che poteva essere anche lo stesso gestore, inoltre non mancava mai un accompagnamento musicale, spesso suonato dal vivo da un pianista che nelle sale più grandi si affiancava a uno o due violini e un contrabbasso, cosa che in parte serviva per coprire il fastidioso ronzio del proiettore, in parte per caratterizzare le scene e creare un'atmosfera gradevole nell'attesa che iniziasse la proiezione, negli intervalli e alla fine del programma.

Tenendo conto che si trattava della prima sala aperta in città, il prezzo del biglietto d'ingresso era abbastanza modesto, 50 centesimi per i primi posti, il costo e l'estrema elasticità degli orari, che consentivano la visione anche ai lavoratori, furono tra i principali motivi per cui in breve il cinema divenne una forma di spettacolo molto popolare.
Nel giugno del 1906 il Cinema Americano chiuse per diversi mesi nei quali venne rinnovato e alla riapertura fu pubblicizzata una nuova apparecchiatura con "splendide proiezioni di attualità e colorate", le pellicole erano colorate a mano fotogramma per fotogramma, oppure con il Pathé Color (introdotto nel 1905 e ribattezzato Pathéchrome nel 1929) che divenne uno dei più accurati e affidabili sistemi di colorazione a maschere.

Propaganda e richiami pubblicitari
Nonostante il successo, la stampa risultò essere piuttosto avara nel dar notizie sugli sviluppi del cinema in città, mentre vennero commentate dettagliatamente le opere teatrali e gli altri spettacoli. Il tamburino (l'elenco degli spettacoli che compare sui quotidiani) non ancora molto diffuso, riportava i nomi di poche sale cinematografiche anche perché essendo la pubblicazione a pagamento pochi gestori potevano permettersi la spesa e preferivano affidarsi ad altre forme pubblicitarie come l'affissione di manifesti ricchi di titoli e illustrazioni, sia sui muri della città che all'esterno del cinema stesso, dove erano pure motivo di richiamo le evidenti insegne luminose; altro sistema efficace era lo strillonaggio, dove un imbonitore a gran voce invitava la gente a entrare annunciando il titolo e decantando la trama, spesso con largo anticipo rispetto all'orario reale; ultimo metodo era l'avviso di inizio spettacolo, con lo squillo forte e continuato di un campanello fissato all'esterno dell'ingresso.


Da sinistra casa Rusconi con la farmacia Vielmetti con l'insegna "apotheke", adiacente il palazzo Steinfeld che ospitava l'Hotel Union con al pianterreno il Cineografo Americano - foto collezione Antonio Paladini.
Evoluzione del cinema a Trieste
Nei mesi più caldi sicuramente non era piacevole soggiornare nei locali poco areati e rinfrescati solo da ventilatori, motivo per cui in questi periodi alcuni gestori sospendevano le proiezioni approfittandone per adattare le sale alle nuove norme riguardanti l'attività cinematografica, in particolare le misure antincendio che si facevano sempre più dettagliate e severe. Una delle prime disposizioni prevedeva che le pellicole di celluloide, altamente infiammabili, dovessero venir chiuse in scatole metalliche e nel 1908 ci fu inoltre l'obbligo di separare la cabina di proiezione dalla sala e per l'operatore di sostenere un esame che lo abilitava alla professione.

Con il perfezionamento degli apparecchi di ripresa e proiezione si ebbero degli apprezzabili miglioramenti, le pellicole, sempre trainate a manovella dall'operatore, si fecero più lunghe, la varietà dei generi aumentò, riuscendo a interessare diverse fasce di pubblico: drammi, commedie, comiche, film storici, documentari scientifici, riprese dal vero ecc.
Diversi i tentativi di inserimento del sonoro con vari sistemi di sincronizzazione fra pellicola e grammofono, in modo da far percepire rumori, canti e voci contemporaneamente all'azione, non sempre però i risultati furono ottimali, perché facilmente si perdeva l'accordo, ma le tante novità mantenevano viva l'attenzione del pubblico che apprezzava curioso.

Il cinema era anche luogo di informazione, i fatti di cronaca venivano già divulgati con il cinema ambulante, ma nel 1907 nacque in Francia il primo "Cinegiornale", "moda" che si diffuse rapidamente portando le case di produzione a organizzare rassegne d'attualità da proiettare prima dello spettacolo, con sostituzioni settimanali o bisettimanali. Il pubblico attendeva questo appuntamento con interesse, affascinato dal poter vedere le immagini degli avvenimenti appresi dai quotidiani.

Tutte le sale facevano il pienone, però erano concentrate nel centro cittadino e dal momento che il cinema stava divenendo la forma di divertimento più diffusa, per acquisire nuovi spettatori vennero aperti ulteriori esercizi nei vari rioni e in periferia, come conseguenza nel 1909 si contarono ben 21 sale stabili, raggiungendo così il numero massimo prima della Grande Guerra. Nonostante questo alcuni continuarono a snobbare il cinema trovando che fosse un divertimento volgare, tanto da definirlo " il teatro per i cretini". Anche Stanislaus Joyce nel 1907 scriveva nel suo “Book of Days”: Ritengo che i cinematografi siano il segno più evidente della corruzione americana. Trieste ne è piena e questi più volte nel corso della notte straripano di gente che vi si reca per vedere ciò che ha già visto e rivisto. Fortunatamente non la pensava allo stesso modo il fratello James Joyce, grande frequentatore delle sale cinematografiche che nel 1909, assieme ai soci inaugurò il "Cinematograph Volta" a Dublino.

Sempre nel 1909 ci fu il graduale passaggio dalla vendita diretta delle pellicole al sistema del noleggio, ora il gestore poteva accedere alle pellicole a un prezzo più basso e offrire al pubblico un maggior numero di spettacoli ottenendo maggiori introiti, nel contempo però un eccessivo sfruttamento delle copie portò a un abbassamento qualitativo delle proiezioni.

Nello stesso anno stava sparendo il cinema ambulante che nonostante le numerose sale stabili aveva continuato l'attività. Grazie al rapido sviluppo dell'industria cinematografica arrivarono un maggior numero di pellicole dall'Italia, che assieme a quelle americane salirono ai primi posti nel gradimento del pubblico, mentre fino ad allora la maggioranza dei film proveniva dalla Francia e dalla Germania.
 
Volantino pubblicitario del 1909 con elencati i programmi della serata.
Collezione Iure Barac
Nuova direzione
Nell'agosto del 1908 al Cineografo Americano, dopo un periodo di chiusura per rinnovo dei locali, arrivò un cambio di gestione e le proiezioni ripresero con un lancio pubblicitario sul tamburino del quotidiano "Il Piccolo". Il nuovo direttore era Giuseppe Caris, che da subito ne fu probabilmente anche il gestore, benché nelle guide della città il suo nome inizi ad apparire solo nel 1910, anno in cui il cinema venne chiamato solo "Americano".
In questi anni vennero proiettate pellicole di grande richiamo e destarono molto interesse anche i documentari di cronaca, spesso prodotti dai gestori stessi, dove gli operatori riprendevano avvenimenti spettacolari, come le visite di personaggi famosi o le calamità naturali e che dopo un veloce montaggio arrivavano nelle sale. Esempio ne furono le immagini del terribile terremoto che colpì Reggio Calabria e Messina il 28 dicembre del 1908, pronte per la vendita dopo meno di una settimana e che vennero proiettate al cinema Americano nel gennaio del 1909; un altro grave incidente tempestivamente ripreso e proiettato accadde il 31 marzo 1910, quando alcune carrozze della linea ferroviaria Trieste-Parenzo, alla foce del Rio Ospo, furono rovesciate dalle forti raffiche di bora; il 15 giugno 1911 un fortunale colpì la città causando morti e gravissimi danni alle imbarcazioni e alle rive, ripreso e prodotto da Caris e Rebez venne proiettato solo due giorni dopo l'accaduto con il titolo "Lo spaventevole ciclone di Trieste".
 

Nel dicembre del 1911 sul volantino vediamo che il cinema ora viene chiamato "Salone Americano" e presentato come "il più elegante e aristocratico Cinema di Trieste", in chiusura del programma immancabili le comiche.
Pubblicato per gentile concessione del Civico Museo Teatrale “Carlo Schmidl”.

Ultima gestione del Cinema Americano
Dal 1911 fino al maggio del 1916, anno che segnerà la chiusura del Cineografo Americano, la gestione passerà alla Società Cinematografica Triestina che cambierà il nome del cinema in "Salone Americano", la società era formata da Giuseppe Caris, Giovanni Rebez e Lorenzo Terzon, proprietari rispettivamente dell'Americano, del cinema Edison e del Novo Cine in via dell'Acquedotto 37, il vantaggio di questa collaborazione era la riduzione delle spese, sia con la pubblicazione di annunci condivisi che con lo scambio delle pellicole.


Inserzione pubblicitaria condivisa delle due sale gestite da Giseppe Caris e pubblicata su il quotidiano "Il Piccolo" del 10 febbraio 1915 - foto tratta da atlantegrandeguerra.it

Dopo l'inizio del primo conflitto le proiezioni continuarono anche se con le limitazioni dovute al periodo, il pubblico voleva trascorrere un paio d'ore dimenticando la difficile realtà e l'affluenza alle sale rimase elevata, ben presto questo mezzo venne sfruttato anche a fini propagandistici, sia nei film a soggetto che nei cinegiornali di guerra con la documentazione filmata degli avvenimenti militari. 
Non è facile sapere se il Salone Americano continuò regolarmente l'attività nel periodo bellico, Dejan Kosanovic nel suo libro riporta i nomi di alcune proiezioni fino al mese di maggio 1916 quando il Salone Americano cessò definitivamente l'attività.




[1] Carlo/Karl Böcher - nato a Dresda nel 1870
Nei primi anni del '900 con un carrozzone adibito a cinematografo girò il nord Italia, il suo nome è documentato nelle grandi città in occasione delle fiere e altre feste popolari.
Sposato con Enrichetta Fuchs continuò la sua attività con il cinema ambulante.
Nel 1905 aprì le prime due sale stabili a Trieste, il 10 gennaio 1909 inaugurò l'Edison, prima sala cinematografica a Trento, che venne lasciata in gestione ad Angelo Brinsek.
In un articolo apparso sul quotidiano "Il Trentino" del 21 marzo 1911 è riportato un incidente automobilistico "...capitato al signor Böcher titolare del cinema Edison", A.Bernardini scrive che nel 1911 la vedova di Böcher gestiva a Vicenza un baraccone cinematografico (nota a pag 72 del "Cinema muto italiano" 1905-1909), per cui è possibile che il 1911 sia l'anno del suo decesso.


Testi consultati:
"Trieste e il cinema" di Fulvio Toffoli supplemento del quotidiano "Il Piccolo"
"Trieste al Cinema" 1896-1918 di Dejan Kosanović.
"I cinematografi di Trieste" di Dino Cafagna
"Cinema muto italiano" 1896-1904 / 1905-1909, di Aldo Bernardini
Il Piccolo 14/01/2009
"Inizi lo spettacolo! Storia del cinematografo a Trento 1896-1918" di Mauro Bonetto e Paolo Caneppele

Catalogo della ventesima edizione di Trieste Film Festival (articolo di John Mc Court)

sabato 16 marzo 2019

Il Tuffatore di Pino Auber



Nell'atrio della nuova piscina Bianchi in largo Ugo Irneri non può passare inosservata una grande scultura in legno che rappresenta un tuffatore nel momento dell'impatto con l'acqua, realizzata da Giuseppe, meglio conosciuto come Pino, Auber [1], un grande atleta, decano nel mondo dei tuffi, ma anche abile scultore che è riuscito a coltivare e affermarsi in entrambi questi campi.
La storia della scultura è interessante e sofferta, Auber da molti anni meditava di realizzare quest'opera che rappresenta la sua passione sportiva, alla quale avrebbe voluto affiancare una tuffatrice, di cui rimane però solo il modello.




L'occasione arrivò dopo una serie di buoni piazzamenti nel campionato sloveno di tuffi da grandi altezze, seguiti nel 2014 da un primo posto a Novo Mesto, in quel periodo ebbe modo di conoscere i boscaioli del Parco Nazionale del Triglav, i quali gli procurarono un tronco di tiglio di quasi tre metri per poter realizzare la sua opera. Nonostante le dimensioni Auber riuscì a trasportarlo a Trieste con la macchina, posto nel giardino della casa del figlio vi lavorò per quasi cinque mesi e sotto i colpi dello scalpello cominciò a far emergere la figura scattante e muscolosa nascosta nel tronco, completata l'opera la donò al polo Natatorio Bruno Bianchi, che fra allenamenti e competizioni era diventata la sua seconda casa.
Auber iniziò questo sport nella vecchia piscina Bianchi, dove aveva insegnato e trasmesso l'amore per i tuffi a suo nipote Gabriele quando questo aveva soli quattro anni e portava ancora i braccioli, il ragazzo ha proseguito con successo e determinazione conseguendo ottimi risultati fino a far parte della squadra nazionale. L'attività agonistica di nonno e nipote continuò parallela per diversi anni, pur in città diverse, inoltre spesso si sono tuffati assieme dalle amate rocce di Duino e nella piscina comunale.



Pino Auber artista
Fin da bambino dimostrò innate qualità per il disegno, a 26 anni iniziò la sua formazione artistica ai corsi serali della Scuola libera di figura al Museo Revoltella, sotto la guida del maestro Nino Perizzi. In quel periodo realizzò molti disegni, oltre all'analisi delle proporzioni e delle espressioni si impegnò nell'indispensabile indagine dell'apparato muscolare, con esecuzioni di particolari anatomici, studio che sarà fondamentale per le sue opere nelle quali si riconosce una buona conoscenza dell'anatomia e della figura.
Durante le sue camminate nei boschi amava raccogliere radici e pezzi di legno che gli suggerivano delle immagini e con il solo aiuto del coltello riusciva a dar vita al legno grezzo, così a 35 anni ebbe inizio la sua passione per la scultura, via via la tecnica si affinò e iniziò a utilizzare sgorbie, scalpelli e mazzuolo, sotto le sue mani dal legno spuntarono animali, maschere, creature misteriose, ritratti, volti solcati da rughe e nudi.
Pino amava e rispettava la natura in tutti i suoi aspetti, il suo motto era "conoscere, amare, rispettare e proteggere", studiava l'ornitologia, la botanica, osservava con curiosità fiori, insetti, alberi, che spesso diventavano soggetto delle sue opere, aveva la capacità di cogliere l'elemento decorativo che abilmente inserito dava un'impronta personale ai lavori, alcune sculture sembrano ancora imprigionate nel legno naturale, altre levigate, curate nei particolari e perfettamente rifinite, ma tutte piene di forza.


Foto di Romina Hočevar - Marko Grego realizzata in occasione della mostra, curata da Monika Ivančič Fajfar, che ebbe luogo da 11.04.2017 al 09.05.2017 al Museo di Tolmino.


Mostra di Pino Auber al Museo di Tolmino fotografia di Romina Hočevar - Marko Grego.

Mostra di Pino Auber al Museo di Tolmino fotografia di Romina Hočevar - Marko Grego.
Nelle interviste, con molta modestia, dichiarava di avere l'hobby della scultura e di essere un autodidatta, ma a vedere le opere e le indiscusse capacità tecniche penso che possa venir definito non solo una persona di grande talento, ma un vero artista.
Molto apprezzato in Slovenia dove, nell'aprile del 2017, il Museo di Tolmino gli ha dedicato uno spazio per una mostra temporanea.

Mostra di Pino Auber al Museo di Tolmino fotografia di Romina Hočevar - Marko Grego.


Mostra di Pino Auber al Museo di Tolmino fotografia di Romina Hočevar - Marko Grego.

Mostra di Pino Auber al Museo di Tolmino fotografia di Romina Hočevar - Marko Grego.

Pino Auber con il nipote Gabriele in una foto scattata nello studio dello scultore, alle spalle fra le varie sculture si vedono i modelli del "Tuffatore" e della "Tuffatrice".

Lo sport
Parallelamente continuò la sua passione per la ginnastica, iniziata da ragazzo, quando nel 1953 con la sua famiglia lasciò San Tomà, vicino a Capodistria, per stabilirsi prima a Zindis e poi a Trieste, era attratto dalla ginnastica artistica, dall'attrezzistica e da tutto ciò che era acrobatico, ma erano momenti difficili e il periodo storico poco favorevole gli permise di approdare alla S.G.T. solo a 24 anni, troppo tardi per poter entrare nell'agonismo. Partecipò tuttavia alle lezioni di ginnastica artistica con passione e, dopo aver ottenuto la qualifica di istruttore federale a Roma, aprì con successo i corsi serali di ginnastica per adulti alla S.G.T dove continuò ad allenare per 25 anni.
Amava la competizione in ogni cosa, anche i giochi con i suoi figli erano un pretesto per "fare una gara" e vedere chi sarebbe arrivato primo.



Kanal tuffo di Pino Auber dal ponte sul fiume Soča - Foto tratta dalla rivista Zarja n°36 - articolo di Stane Mažon.

Superati i 57 anni abbandonò la ginnastica per dedicarsi nel settore Master ai tuffi da trampolino, piattaforma e grandi altezze, uno sport che già praticava saltuariamente e che, data la flessibilità e l'agilità del suo fisico, gli diede grandi soddisfazioni.
In Slovenia scoprì "i tuffi dai ponti", che con entusiasmo volle provare dopo che da autodidatta si era allenato tuffandosi dalle falesie di Duino. Sempre presente alle manifestazioni che si tenevano a Kanal con i tuffi dal ponte sul fiume Soča (Isonzo) o in altre località come Kobarid (Caporetto), Most na Soči (Santa Lucia d'Isonzo) con altezze che variavano dai 17 ai 20 metri, Auber raccolse molti trionfi e tutti nutrivano simpatia e attendevano i suoi tuffi spettacolari. Oltre a queste, nella categoria Master aveva collezionato vittorie ai campionati nazionali, europei e mondiali, preferita era la piattaforma da10 metri, anche in sincro con Valter Sbisà. Sempre presente alle competizioni divenne la bandiera della Trieste Tuffi e conquistò diverse coppe e medaglie che custodiva a casa con orgoglio.


Kanal (Slovenia) 16 agosto 2015. Un tuffo dal ponte sul fiume Soča di Pino Auber da un'altezza di 17 metri.
Photo credit: Luka Dakskobler.

A gennaio Auber aveva ottenuto il titolo italiano master a Bolzano, l'ultimo, perchè successivamente una serie di problemi lo allontanarono dai trampolini durante tutta l'estate, infine una caduta, seguita da complicazioni, ha provocato il 24 novembre 2018 l'improvvisa scomparsa di una persona speciale che con determinazione aveva superato molti ostacoli e che con la sua tenacia, riservatezza e simpatia aveva insegnato che si può invecchiare continuando a coltivare le proprie passioni.



[1] Giuseppe (Pino) Auber è nato a San Tomà (Capodistria) il 16 marzo 1938 - Trieste 24 novembre 2018.
Nel 1954 la famiglia si trasferisce a Muggia e poi a Trieste.
Nel 1961 si sposa con Annamaria Strohmayer (1941-1987) con la quale avrà due figli: 

  • Davide nato nel 1965, lo segue alla SGT svolgendo l'attività nel settore della ginnastica artistica e gli da due nipoti: Gabriele, che si dedicherà con passione e successo alla disciplina dei tuffi, e Valerio.
  • Daniele, nato nel 1969, dimostra passione per l'arte diventa scenografo poi concept designer, nel 2002 vince  l'Emmy Award per il film “Jack e il fagiolo magico ” - Jack and the Beanstalk: The Real Story (2001) per aver curato gli effetti speciali per la Jim Henson Company a Londra. In seguito dovrà emigrare a Los Angeles per realizzarsi sviluppare i suoi lavori diventando il mago degli effetti speciali di molti film.

Vita Lavorativa
Iniziò l'attività al cantiere navale Felszegy di Muggia, causa i vapori e le polveri inalate contrasse la tubercolosi, dopo essere stato ricoverato per un anno in Sanatorio ritornò al lavoro presso una ditta di costruzioni dove operò come idraulico per una decina di anni, nei primi anni '70 iniziò un impiego in campo amministrativo presso l’Opera Assistenza Profughi Giuliani e Dalmati, quando negli anni '70 l'ente venne chiuso Auber passò alla Regione con l'incarico di archivista, che mantenne fino alla pensione.

Da circa venti anni Lola Červ, nota fotografa di Tolmino, era compagna di Giuseppe Auber e autrice di bellissimi scatti dei tuffi da grandi altezze, dove alle evoluzioni si unisce la bellezza della location.



Fonti consultate
La Ricerca - Bollettino del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno n°68 dicembre 2015 - intervento di Franco Stener
Interviste - video - articoli dei quotidiani e quanto altro ho trovato in rete

martedì 11 dicembre 2018

Altare del Crocefisso dedicato ai Dispersi di tutte le guerre.


Altare del Crocefisso dedicato ai Dispersi di tutte le guerre.

La chiesa della Beata Vergine del Rosario fu costruita con il contributo della Confraternita del Rosario e di alcuni armatori e commercianti. Sita in piazza Vecchia, la prima pietra venne posta l'11 maggio 1631, completata il 28 ottobre 1635 e consacrata appena nel 1651 dal vescovo Antonio Marenzi; chiusa nel 1784 con le soppressioni operate da Giuseppe II, l'anno seguente fu venduta alla Comunità Evangelica di Confessione Augustana, ma non essendo da questi riconosciuta la venerazione della Madonna il nome venne mutato in chiesa della Santissima Trinità, di questo periodo anche il triangolo onniveggente presente sulla facciata e l'iscrizione sovrastante. Nel 1871, 
dopo la demolizione della chiesa di San Pietro[1] sita in piazza Grande da secoli Cappella Civica [2], il Comune dovette riacquistare dalla Comunità Evangelica l'ex chiesa del Rosario, che venne riconsacrata al culto cattolico il 1° febbraio 1871 dal vescovo Bartolomeo Legat e destinata quale Cappella Civica.

A sinistra l'altare dedicato ai Dispersi, al centro la statua della Madonna del Rosario realizzata nel 2015 a Nadur città dell'isola di Gozo nell'arcipelago maltese, in alto sopra l'arco trionfale l'occhio con raggi di luce all'interno di un triangolo emblema della S.S. Trinità e testimonianza del periodo in cui la chiesa fu proprietà della Comunità Evangelica Augustana.

Addossato alla parete sinistra della chiesa si trova l'altare del Crocifisso dedicato ai Dispersi di tutte le guerre che sostituì l'altare con l'arca contenente la statua distesa di Sant'Antonio, opera devozionale eretta nel 1931 per il settimo centenario della morte di Sant’Antonio da Padova, come testimonia l'iscrizione in basso sul marmo dell'altare. Ai lati della vetrina si può leggere il primo verso dell’inno in onore al Santo: “Si quæris miracula”.
Ora l'arca si trova nella parte destra della navata addossata al muro.


L'arca in vetro con la statua lignea di Sant'Antonio da Padova posta in occasione del settimo centenario della morte del Santo.

Particolare dell'iscrizione "MCCXXXI VII saeculo a caelesti natalicio Divi Antoni I Fratis Minoris cum plebe devota posuit et MCMXXXI".

L'iniziativa di dedicare un altare ai dispersi di tutte le guerre è stata promossa dal Comitato Provinciale di Trieste dell'Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi in guerra, che venne istituito nel 1953 grazie all'interessamento di Letizia Fonda Savio presso il sindaco Bartoli. Il comitato, di cui la Fonda Savio divenne presidente, si occupò della raccolta dei fondi necessari e dei contatti con le autorità competenti. L'operazione si rivelerà complessa e l'altare fu benedetto solo il 31 marzo 1962 dal vescovo monsignor Santin.






Gli arredi liturgici originali in bronzo, opera di Carlo Sbisà, sulla tovaglia il ricamo semplice e lineare delle spine.

Mensa con marmi intarsiati proveniente dalla cappella di Stefano Conti demolita nel 1939.
Le misure dell'altare: 2,37m per 1,00m per 1,02m

Anche con lo scopo di contenere le spese, la Direzione dei Civici Musei mise a disposizione la mensa d'altare proveniente dalla cappella gentilizia di Stefano Conti, demolita nel 1939, che si trovava nell'Orto Lapidario. Realizzata con splendidi marmi intarsiati a disegni policromi risulta molto simile agli altari ottocenteschi che si trovano nella cattedrale di San Giusto.
Sulla parete sopra l'altare fu inserita in una cornice marmorea una lunetta bronzea realizzata da Ugo Carà, vincitore del concorso nazionale indetto per l'occasione. Il bassorilievo, realizzato con una fusione a cera persa, illustra il dramma di chi non ha fatto più ritorno dal fronte: nella parte alta la partenza del soldato su un terreno accidentato, circondato da massi, alberi spogli, croci e mare, nella parte bassa un corpo circondato da donne piangenti.



Il bassorilievo bronzeo ha una larghezza di 3,89 m per 1,98 m, il Crocefisso misura 112 x 68 cm.


Particolare della lunetta bronzea realizzata da Ugo Carà. Nella parte superiore è rappresentata la partenza del soldato, mentre nella fascia inferiore le donne piangenti accanto al corpo del morente.

La mensa è solitamente ricoperta da una tovaglia bianca con un ricamo lineare che richiama il filo spinato a rappresentare la sofferenza della guerra, il motivo delle spine, questa volta collegato alla passione di Cristo, viene ripreso nei quattro candelabri in bronzo, completano l'arredo sacro il Crocefisso, che dà il nome all'altare, e il bassorilievo che funge da portella del tabernacolo, tutti elementi in bronzo patinato realizzati da Carlo Sbisà.
Per la celebrazione delle festività natalizie e di altre solennità l'arredo dell'altare viene sostituito e assieme a tovaglie diversamente ricamate vengono posti simmetricamente ai lati del Cristo sei candelabri d'argento o dorati.


Il crocefisso con il tabernacolo realizzati  da Carlo Sbisà. L'immagine è ripresa durante la solennità del Natale quando i candelabri in bronzo erano stati sostituiti da altri dorati.


Particolare del candelabro bronzeo con il motivo delle spine in memoria alla corona portata da Gesù (opera di Carlo Sbisà).


I candelabri il crocefisso e la portella del tabernacolo opere di Carlo Sbisà.



[1] La chiesa di S. Pietro, costruita nel 1367 in piazza Grande (dal 1918 piazza Unità), è stata affiancata nel 1602, in seguito a una grave epidemia di peste, da una seconda chiesetta intitolata a San Rocco, quale protettore dalla peste. Nel 1720 le due chiese vennero unificate, mantenendo la vecchia struttura della chiesa di San Rocco, ma preferendo intitolarla ancora a San Pietro. Venne abbattuta nel 1871.
[2] Il titolo di Cappella Civica viene ereditato, su istanza del Comune previ accordi con la Curia, dalla chiesa di San Pietro edificata in piazza Grande nel 1367 e che fungeva inoltre da aula di giustizia per le cause civili. Per Cappella Civica si intende un luogo di culto di proprietà del Comune e dallo stesso deputata a essere il luogo in cui si festeggiano religiosamente avvenimenti e anniversari inerenti la Municipalità e la città stessa, da non confondere con il coro denominato "Cappella Civica", dal 1538 sostenuto economicamente dal Comune affinché animasse le Liturgie nella cattedrale di San Giusto (Tratto da uno scritto di Don Stefano Canonico).


Testi consultati:
"Le Chiese di Trieste" di Giuseppe Cuscito 1992 "Cittavecchia" di Fabio Zubini 2006
Trieste Antica e Moderna" di Ettore Generini
La chiesa Evangelica Luterana di Trieste di Gino Pavan e Laura Paris

mercoledì 21 novembre 2018

L'Ippopotamo di Rivalta




Lungo il passeggio Sant'Andrea e più precisamente in largo Ugo Irneri, possiamo vedere una scultura in resina realizzata in tutte le fasi di lavorazione e fusione dall'artista bolognese Davide Rivalta [1] per la nuova piscina comunale "Bruno Bianchi". Lo scultore ha voluto rappresentare un ippopotamo in precario equilibrio su una sfera che dalla sua postazione osserva una variegata pluralità di persone: dagli impiegati che si recano negli uffici degli attigui palazzi a tutti i frequentatori della piscina e rimane con l'eterno dubbio se scendere per unirsi a loro o dominare da quel punto strategico.


Il monumento in largo Ugo Irneri a sinistra il palazzo sede della Fincantieri, al centro il nuovo polo natatorio Bruno Bianchi

L'artista ama rappresentare animali con disegni, dipinti o sculture in fibra di vetro, bronzo o alluminio da collocare in svariati ambienti, in base ai quali sceglie il soggetto, il materiale e il colore; in questo caso l'analogia dell'ippopotamo con il polo natatorio è chiara, dal greco hippopótamos, composto di híppos "cavallo" e potamós "fiume", è un animale che ama trascorrere la maggior parte della giornata in acqua ed è un buon nuotatore, una scelta sicuramente originale e divertente, perfetta l'opzione del bianco che permette all'opera di emergere fra palazzi così diversi fra loro e la coloratissima piscina.
L'animale, strutturalmente figurativo, ha una resa quasi pittorica per la superficie che ha mantenuto i rilievi della lavorazione a spatola della creta.



A chi o a cosa dobbiamo questo monumento? Dopo la costruzione della piscina fu indetto un concorso e la scelta della scultura venne fatta dalla commissione giudicatrice composta dal pittore Giuseppe Zigaina, dall'architetto Francesco Mendini progettista della piscina, dalla direttrice del Museo Revoltella Maria Masau Dan e dalla storica dell'Arte Rossella Scopas. Il merito di tale concorso si deve però alla legge n. 717 del 1949, modificata nel 1960 e nel 1997 e successive, che introdusse l'obbligo di destinare una percentuale dell'importo impiegato per la costruzione degli edifici pubblici (per questo motivo impropriamente nota come legge del 2%) per l'esecuzione di opere di abbellimento, con l'intento di accrescere il nostro patrimonio artistico contemporaneo e dare la possibilità agli artisti di esprimersi e farsi conoscere.


Le due piscine Comunali in breve
Il polo natatorio “Bruno Bianchi”, realizzato su progetto di Francesco Mendini, inaugurato nel dicembre 2004 e aperto al pubblico nel gennaio del 2005, sostituì la vecchia piscina Bianchi costruita sulle Rive nel 1954 e andò anche a sopperire a uno dei più pesanti limiti di questo primo edificio, la lunghezza della vasca di 33 metri che lo aveva sempre escluso dalle competizioni nazionali.
L'intitolazione a Bruno Bianchi, nuotatore olimpico scomparso nella tragedia aerea di Brema a soli 23 anni assieme alla nazionale italiana di nuoto è del 1966 e in quell'occasione venne collocato nell'atrio un busto bronzeo dell'atleta, opera di Tristano Alberti, traslato nella nuova piscina di largo Irneri. Subito prima della demolizione, avvenuta nel cinquantenario della sua costruzione, l'edificio delle rive divenne la sala espositiva di una mostra intitolata "Trieste anni cinquanta".





[1] Davide Rivalta è nato a Bologna nel 1974, dove ha frequentato l’Accademia di Belle Arti dal 1992 al 1996, ha continuato gli studi all'Accademia di Monaco di Baviera con Cristina Iglesias titolare della cattedra di scultura. Attualmente insegna scultura all'Accademia di Belle Arti di Bologna.
I suoi soggetti sono da sempre animali a grandezza naturale, che studia e fotografa prima di produrre in fibra di vetro, bronzo o alluminio. Le realizzazioni sono state collocate lungo strade, su scalinate o anche nei luoghi più impensati di molte città principalmente d'Italia e d'Europa, ma l'artista ha raggiunto fama mondiale con le sue installazioni alle Isole Cayman e in Giappone.
Rivalta precisa che le sue opere non attendono il visitatore nei musei, ma incontrano le persone per caso, inattese scoperte sul loro percorso quotidiano.
Da poco conclusa una mostra "a cielo aperto" nelle strade di Neuchâtel in Svizzera, dove una ventina fra lupi, leoni, un orso, un rinoceronte e altri animali hanno trascorso l'estate al centro della città. Tornando invece in Italia, dopo l'installazione sulla scalinata della Galleria Nazionale d'arte moderna a Roma di cinque leoni in bronzo, imponenti, ma dall'aria bonaria, lo scultore ha in programma una nuova esposizione di bronzi sulla scalinata di villa Borghese a cui i leoni stessi già rivolgevano lo sguardo.



Bibliografia
Quotidiano "Il Piccolo" del 3/09/2004
Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana
Ministero Istruzione Università e Ricerca - Accademia di Belle Arti Bologna

domenica 7 ottobre 2018

La cappella di Sant'Andrea

L'edificio che fu la cappella di Sant'Andrea ripreso prima della demolizione, si nota addossata sul lato sinistro la costruzione realizzata successivamente per essere adibita a cantina della trattoria. Le finestre sono a livello della strada a causa dell'innalzamento della stessa.
Foto Pietro Opiglia - Civici musei di storia ed arte

La denominazione Sant'Andrea, data al passeggio e a tutta la zona, deriva da un'antica cappella dedicata a questo Apostolo della quale le prime testimonianze risalgono a un documento del 1115, conservato nel convento di San Giorgio Maggiore a Venezia, riguardo una donazione di terreni confinanti con la chiesetta fatta dal vescovo di Trieste al convento. In documenti successivi la chiesa viene descritta come circondata da un terreno agricolo, che nel 1224 risulta coltivato a viti e olivi, il sito viene chiamato riviera Sant'Andrea, la cappella venne distrutta nel 1338 per motivi non meglio precisati.


Particolare dell'acquerello del 1862 di Albert Rieger che dimostra chiaramente il motivo per cui il primo nome del passeggio fu "Riviera Sant'Andrea": prima dell'interramento della zona per la costruzione del porto e della stazione di Sant'Andrea il mare arrivava quasi fino all'attuale viale Romolo Gessi. Dal lazzaretto San Carlo si notano la villa Murat immersa nel parco, più a destra la villa Gialluzzi trasformata nel 1875 nella Stazione Geologica, poi la strada ricca di vegetazione che conduce fino all'ex cappella di Sant'Andrea.

La nobile famiglia dei Francol, divenuta proprietaria dei terreni, fece ricostruire sugli antichi ruderi una nuova chiesa dedicata all'apostolo, consacrata il 15 giugno 1643 dal vescovo Pompeo Coronini Cronberg che ripose nell'altare le reliquie dei santi martiri Lazzaro, Servolo e Cristoforo. Il luogo sacro ritornò quindi a essere frequentato e si consolidò per i triestini la tradizione di seguire la messa che veniva officiata il martedì dopo Pasqua.


In questa foto si può osservare la piccola abside semicircolare con le due finestrelle a feritoia strombate che costituivano il presbiterio dell'ex chiesetta di Sant'Andrea.
Foto Pietro Opiglia - Civici musei di storia ed arte

La cappella venne soppressa nel 1784 per editto di Giuseppe II, la campana e gli arredi furono donati alla chiesa di S. Maria Maggiore. L'anno successivo il fabbricato venne venduto all'asta a Giacomo de Prandi, che dal 1780 al 1783 ne era stato l'amministratore. Matteo di Bevilacqua annota che già nel 1786 il locale era adibito a osteria e nel 1820 era rinomata per le eccellenti ostriche e l'ottimo vino proveniente dall'Istria, denominata "Osteria alla rotonda di Sant'Andrea", perché sita vicino alla "rotonda" usata per poter girare agevolmente le carrozze e ripercorrere il tragitto inverso (posta alla fine della attuale viale Romolo Gessi). I. Kollmann qualche anno prima, nel 1807, la descriveva invece con altri toni: "...una piccola trattoria davanti a un grazioso prato dove si viene serviti in modo piuttosto trascurato e poco pulito".
Nell'adattamento a osteria la struttura venne anche ampliata addossando sul lato sinistro una costruzione a uso cantina (vedi prima immagine).




Planimetria del 1827 di una parte di Chiarbola Inferiore, si può vedere vicino alla "rotonda delle carrozze" la chiesa di Sant'Andrea indicata dalla freccia.
Foto archivio LL.PP. comune di Trieste

Prima di trattare le fasi finali della vita di questo edificio una piccola digressione sulla storia della strada che portava in questi luoghi, il passeggio Sant'Andrea. Questa era l'antica denominazione del viale Romolo Gessi (nome assegnato nel 1932), il cui attuale percorso fu ricavato alla fine dell'800 con l'interramento del tratto di mare antistante la via.

Nel 1735 essendo divenuto insufficiente il piccolo cimitero del lazzaretto di San Carlo ne venne consacrato un altro accanto alla chiesetta di Sant'Andrea, si può presumere che i carri che trasportavano le salme dei militari impegnati nelle guerre del periodo, abbiano usato, adattandolo ai mezzi carrabili, lo stesso percorso tracciato in precedenza dai frequentatori del sacello.


Particolare di una mappa del 1777 dove, in alto a destra, si vede la chiesetta di Sant'Andrea circondata dall'area cimiteriale e lungo la costa il percorso che veniva fatto per trasportare le salme dal lazzaretto di San Carlo (al centro alla radice del molo Teresiano). Tutt'intorno è segnata una folta vegetazione, la descrizione grafica non sembra però evidenziare le aree coltivate a vigne e olivi che dal 1200 caratterizzano la zona, come confermato anche da documenti di differenti epoche i quali riportano che in questa zona esistevano molti torchi, veniva prodotto un'ottimo olio e il giorno precedente alla festa di Sant'Andrea era d'uso da parte del Comune controllare e bollare tutti i pesi e le misure.

Dalle testimonianze non sono chiari lo stato e l'ampiezza della strada nel primo '800, Cratey nella sua Perigrafia la descrive come una delle più belle passeggiate, molto frequentata specialmente nella stagione estiva, mentre per I. Kollmann "la strada è angusta e i cocchieri la rendono spesso molto difficile per i pedoni". Comunque sia da anni era in previsione la realizzazione di un viale più ampio con un passeggio alberato che congiungesse il lazzaretto con Sant'Andrea e proseguisse verso la Villa di Servola, ma solo tra il 1810 e il 1812 l'ingegner Pietro Nobile realizzerà la prima parte del progetto fino alla rotonda, creando un'ampia strada per le carrozze e nuovi viali alberati con gradevoli zone di sosta ombrose. In questa ampia strada dopo il 1860 nel mercoledì delle ceneri,si svolgerà l'aristocratica sfilata detta il "El corso delle Viole". Nel 1818 si proseguirà con il secondo tratto del percorso verso Servola che verrà ultimato nel 1824.


Passeggio Sant'Andrea, prima dell'interramento il mare era molto vicino alla strada, il viale alberato centrale corrisponde alla parte iniziale dell'attuale viale Romolo Gessi, a destra uno dei vialetti delimitati da staccionate in legno riservati alle passeggiate a piedi e alle soste per il ristoro.
Foto della Biblioteca Austriaca

Chiusa questa parentesi torniamo alla storia della costruzione che avevamo lasciato nella prima metà dell'800 adibita a osteria. Il locale passò diversi proprietari e infine l'edificio venne usato come deposito di attrezzi rurali fino al 23 novembre 1920, quando fu acquistato dallo "Stabilimento tecnico triestino" e demolito l'anno successivo per far posto alla torre di raffreddamento dell'acqua della Fabbrica Macchine.
Alfieri Seri scrive che grazie ai rilievi eseguiti dall'ingegner Piero Zampieri durante la demolizione venne identificata la struttura originale della cappella costruita dai nobili Francol e individuati alcuni particolari dell'osteria: la chiesa misurava m 6.32 di larghezza e m 11.85 di profondità, doveva avere un piccolo campanile a vela, un'abside semicircolare con delle finestre a feritoia che erano state chiuse quando venne cambiato l'uso del locale e altre finestre a lunetta lungo i lati, quando venne adattata a osteria lo spazio interno fu diviso in due, in modo da ricavare un piano superiore per l'alloggio dell'oste, ancora parzialmente visibile un cartiglio con il nome del locale dipinto direttamente sull'intonaco della facciata e del muro sinistro.


1921- I ruderi dell'ex cappella di Sant'Andrea durante le demolizioni. Nella parte interna si nota l'abside semicircolare con le finestrelle a feritoia strombate, a sinistra una finestra a lunetta.
Foto Pietro Opiglia - Civici musei di storia ed arte

Veduta d'insieme della Fabbrica Macchine ormai abbandonata, in basso quasi al centro della foto, si vede la torre di raffreddamento che prese il posto della ex chiesa di Sant'Andrea, di seguito la Sala di montaggio e altri capannoni, a sinistra la via Locchi con la nuova chiesa di Santa Rita e Sant'Andrea ancora senza campanile (foto metà anni '70 circa).
Particolare della foto da "La Fabbrica Macchine di Sant'Andrea" di Alfieri Seri


Bibliografia
"San Vito" A. Seri - S. Degli Ivanissevich

"Reminiscenze storiche di Trieste" vol.II del Canonico Pietro dott, Tomasin
"La Fabbrica Macchine di Sant'Andrea" A. Seri
Descrizione della fedelissima imperiale regia città e portofranco di Trieste di Matteo di Bevilacqua
Trieste ed i suoi dintorni nel 1807 di Ignazio Kollman
Perigrafia di Antonio Cratey
Vie e piazze di Trieste Moderna di Antonio Trampus