martedì 11 dicembre 2018

Altare del Crocefisso dedicato ai Dispersi di tutte le guerre.


Altare del Crocefisso dedicato ai Dispersi di tutte le guerre.

La chiesa della Beata Vergine del Rosario fu costruita con il contributo della Confraternita del Rosario e di alcuni armatori e commercianti. Sita in piazza Vecchia, la prima pietra venne posta l'11 maggio 1631, completata il 28 ottobre 1635 e consacrata appena nel 1651 dal vescovo Antonio Marenzi; chiusa nel 1784 con le soppressioni operate da Giuseppe II, l'anno seguente fu venduta alla Comunità Evangelica di Confessione Augustana, ma non essendo da questi riconosciuta la venerazione della Madonna il nome venne mutato in chiesa della Santissima Trinità, di questo periodo anche il triangolo onniveggente presente sulla facciata e l'iscrizione sovrastante. Nel 1871, 
dopo la demolizione della chiesa di San Pietro[1] sita in piazza Grande da secoli Cappella Civica [2], il Comune dovette riacquistare dalla Comunità Evangelica l'ex chiesa del Rosario, che venne riconsacrata al culto cattolico il 1° febbraio 1871 dal vescovo Bartolomeo Legat e destinata quale Cappella Civica.

A sinistra l'altare dedicato ai Dispersi, al centro la statua della Madonna del Rosario realizzata nel 2015 a Nadur città dell'isola di Gozo nell'arcipelago maltese, in alto sopra l'arco trionfale l'occhio con raggi di luce all'interno di un triangolo emblema della S.S. Trinità e testimonianza del periodo in cui la chiesa fu proprietà della Comunità Evangelica Augustana.

Addossato alla parete sinistra della chiesa si trova l'altare del Crocifisso dedicato ai Dispersi di tutte le guerre che sostituì l'altare con l'arca contenente la statua distesa di Sant'Antonio, opera devozionale eretta nel 1931 per il settimo centenario della morte di Sant’Antonio da Padova, come testimonia l'iscrizione in basso sul marmo dell'altare. Ai lati della vetrina si può leggere il primo verso dell’inno in onore al Santo: “Si quæris miracula”.
Ora l'arca si trova nella parte destra della navata addossata al muro.


L'arca in vetro con la statua lignea di Sant'Antonio da Padova posta in occasione del settimo centenario della morte del Santo.

Particolare dell'iscrizione "MCCXXXI VII saeculo a caelesti natalicio Divi Antoni I Fratis Minoris cum plebe devota posuit et MCMXXXI".

L'iniziativa di dedicare un altare ai dispersi di tutte le guerre è stata promossa dal Comitato Provinciale di Trieste dell'Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi in guerra, che venne istituito nel 1953 grazie all'interessamento di Letizia Fonda Savio presso il sindaco Bartoli. Il comitato, di cui la Fonda Savio divenne presidente, si occupò della raccolta dei fondi necessari e dei contatti con le autorità competenti. L'operazione si rivelerà complessa e l'altare fu benedetto solo il 31 marzo 1962 dal vescovo monsignor Santin.






Gli arredi liturgici originali in bronzo, opera di Carlo Sbisà, sulla tovaglia il ricamo semplice e lineare delle spine.

Mensa con marmi intarsiati proveniente dalla cappella di Stefano Conti demolita nel 1939.
Le misure dell'altare: 2,37m per 1,00m per 1,02m

Anche con lo scopo di contenere le spese, la Direzione dei Civici Musei mise a disposizione la mensa d'altare proveniente dalla cappella gentilizia di Stefano Conti, demolita nel 1939, che si trovava nell'Orto Lapidario. Realizzata con splendidi marmi intarsiati a disegni policromi risulta molto simile agli altari ottocenteschi che si trovano nella cattedrale di San Giusto.
Sulla parete sopra l'altare fu inserita in una cornice marmorea una lunetta bronzea realizzata da Ugo Carà, vincitore del concorso nazionale indetto per l'occasione. Il bassorilievo, realizzato con una fusione a cera persa, illustra il dramma di chi non ha fatto più ritorno dal fronte: nella parte alta la partenza del soldato su un terreno accidentato, circondato da massi, alberi spogli, croci e mare, nella parte bassa un corpo circondato da donne piangenti.



Il bassorilievo bronzeo ha una larghezza di 3,89 m per 1,98 m, il Crocefisso misura 112 x 68 cm.


Particolare della lunetta bronzea realizzata da Ugo Carà. Nella parte superiore è rappresentata la partenza del soldato, mentre nella fascia inferiore le donne piangenti accanto al corpo del morente.

La mensa è solitamente ricoperta da una tovaglia bianca con un ricamo lineare che richiama il filo spinato a rappresentare la sofferenza della guerra, il motivo delle spine, questa volta collegato alla passione di Cristo, viene ripreso nei quattro candelabri in bronzo, completano l'arredo sacro il Crocefisso, che dà il nome all'altare, e il bassorilievo che funge da portella del tabernacolo, tutti elementi in bronzo patinato realizzati da Carlo Sbisà.
Per la celebrazione delle festività natalizie e di altre solennità l'arredo dell'altare viene sostituito e assieme a tovaglie diversamente ricamate vengono posti simmetricamente ai lati del Cristo sei candelabri d'argento o dorati.


Il crocefisso con il tabernacolo realizzati  da Carlo Sbisà. L'immagine è ripresa durante la solennità del Natale quando i candelabri in bronzo erano stati sostituiti da altri dorati.


Particolare del candelabro bronzeo con il motivo delle spine in memoria alla corona portata da Gesù (opera di Carlo Sbisà).


I candelabri il crocefisso e la portella del tabernacolo opere di Carlo Sbisà.



[1] La chiesa di S. Pietro, costruita nel 1367 in piazza Grande (dal 1918 piazza Unità), è stata affiancata nel 1602, in seguito a una grave epidemia di peste, da una seconda chiesetta intitolata a San Rocco, quale protettore dalla peste. Nel 1720 le due chiese vennero unificate, mantenendo la vecchia struttura della chiesa di San Rocco, ma preferendo intitolarla ancora a San Pietro. Venne abbattuta nel 1871.
[2] Il titolo di Cappella Civica viene ereditato, su istanza del Comune previ accordi con la Curia, dalla chiesa di San Pietro edificata in piazza Grande nel 1367 e che fungeva inoltre da aula di giustizia per le cause civili. Per Cappella Civica si intende un luogo di culto di proprietà del Comune e dallo stesso deputata a essere il luogo in cui si festeggiano religiosamente avvenimenti e anniversari inerenti la Municipalità e la città stessa, da non confondere con il coro denominato "Cappella Civica", dal 1538 sostenuto economicamente dal Comune affinché animasse le Liturgie nella cattedrale di San Giusto (Tratto da uno scritto di Don Stefano Canonico).


Testi consultati:
"Le Chiese di Trieste" di Giuseppe Cuscito 1992 "Cittavecchia" di Fabio Zubini 2006
Trieste Antica e Moderna" di Ettore Generini
La chiesa Evangelica Luterana di Trieste di Gino Pavan e Laura Paris

mercoledì 21 novembre 2018

L'Ippopotamo di Rivalta




Lungo il passeggio Sant'Andrea e più precisamente in largo Ugo Irneri, possiamo vedere una scultura in resina realizzata in tutte le fasi di lavorazione e fusione dall'artista bolognese Davide Rivalta [1] per la nuova piscina comunale "Bruno Bianchi". Lo scultore ha voluto rappresentare un ippopotamo in precario equilibrio su una sfera che dalla sua postazione osserva una variegata pluralità di persone: dagli impiegati che si recano negli uffici degli attigui palazzi a tutti i frequentatori della piscina e rimane con l'eterno dubbio se scendere per unirsi a loro o dominare da quel punto strategico.


Il monumento in largo Ugo Irneri a sinistra il palazzo sede della Fincantieri, al centro il nuovo polo natatorio Bruno Bianchi

L'artista ama rappresentare animali con disegni, dipinti o sculture in fibra di vetro, bronzo o alluminio da collocare in svariati ambienti, in base ai quali sceglie il soggetto, il materiale e il colore; in questo caso l'analogia dell'ippopotamo con il polo natatorio è chiara, dal greco hippopótamos, composto di híppos "cavallo" e potamós "fiume", è un animale che ama trascorrere la maggior parte della giornata in acqua ed è un buon nuotatore, una scelta sicuramente originale e divertente, perfetta l'opzione del bianco che permette all'opera di emergere fra palazzi così diversi fra loro e la coloratissima piscina.
L'animale, strutturalmente figurativo, ha una resa quasi pittorica per la superficie che ha mantenuto i rilievi della lavorazione a spatola della creta.



A chi o a cosa dobbiamo questo monumento? Dopo la costruzione della piscina fu indetto un concorso e la scelta della scultura venne fatta dalla commissione giudicatrice composta dal pittore Giuseppe Zigaina, dall'architetto Francesco Mendini progettista della piscina, dalla direttrice del Museo Revoltella Maria Masau Dan e dalla storica dell'Arte Rossella Scopas. Il merito di tale concorso si deve però alla legge n. 717 del 1949, modificata nel 1960 e nel 1997 e successive, che introdusse l'obbligo di destinare una percentuale dell'importo impiegato per la costruzione degli edifici pubblici (per questo motivo impropriamente nota come legge del 2%) per l'esecuzione di opere di abbellimento, con l'intento di accrescere il nostro patrimonio artistico contemporaneo e dare la possibilità agli artisti di esprimersi e farsi conoscere.


Le due piscine Comunali in breve
Il polo natatorio “Bruno Bianchi”, realizzato su progetto di Francesco Mendini, inaugurato nel dicembre 2004 e aperto al pubblico nel gennaio del 2005, sostituì la vecchia piscina Bianchi costruita sulle Rive nel 1954 e andò anche a sopperire a uno dei più pesanti limiti di questo primo edificio, la lunghezza della vasca di 33 metri che lo aveva sempre escluso dalle competizioni nazionali.
L'intitolazione a Bruno Bianchi, nuotatore olimpico scomparso nella tragedia aerea di Brema a soli 23 anni assieme alla nazionale italiana di nuoto è del 1966 e in quell'occasione venne collocato nell'atrio un busto bronzeo dell'atleta, opera di Tristano Alberti, traslato nella nuova piscina di largo Irneri. Subito prima della demolizione, avvenuta nel cinquantenario della sua costruzione, l'edificio delle rive divenne la sala espositiva di una mostra intitolata "Trieste anni cinquanta".





[1] Davide Rivalta è nato a Bologna nel 1974, dove ha frequentato l’Accademia di Belle Arti dal 1992 al 1996, ha continuato gli studi all'Accademia di Monaco di Baviera con Cristina Iglesias titolare della cattedra di scultura. Attualmente insegna scultura all'Accademia di Belle Arti di Bologna.
I suoi soggetti sono da sempre animali a grandezza naturale, che studia e fotografa prima di produrre in fibra di vetro, bronzo o alluminio. Le realizzazioni sono state collocate lungo strade, su scalinate o anche nei luoghi più impensati di molte città principalmente d'Italia e d'Europa, ma l'artista ha raggiunto fama mondiale con le sue installazioni alle Isole Cayman e in Giappone.
Rivalta precisa che le sue opere non attendono il visitatore nei musei, ma incontrano le persone per caso, inattese scoperte sul loro percorso quotidiano.
Da poco conclusa una mostra "a cielo aperto" nelle strade di Neuchâtel in Svizzera, dove una ventina fra lupi, leoni, un orso, un rinoceronte e altri animali hanno trascorso l'estate al centro della città. Tornando invece in Italia, dopo l'installazione sulla scalinata della Galleria Nazionale d'arte moderna a Roma di cinque leoni in bronzo, imponenti, ma dall'aria bonaria, lo scultore ha in programma una nuova esposizione di bronzi sulla scalinata di villa Borghese a cui i leoni stessi già rivolgevano lo sguardo.



Bibliografia
Quotidiano "Il Piccolo" del 3/09/2004
Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana
Ministero Istruzione Università e Ricerca - Accademia di Belle Arti Bologna

domenica 7 ottobre 2018

La cappella di Sant'Andrea

L'edificio che fu la cappella di Sant'Andrea ripreso prima della demolizione, si nota addossata sul lato sinistro la costruzione realizzata successivamente per essere adibita a cantina della trattoria. Le finestre sono a livello della strada a causa dell'innalzamento della stessa.
Foto Pietro Opiglia - Civici musei di storia ed arte

La denominazione Sant'Andrea, data al passeggio e a tutta la zona, deriva da un'antica cappella dedicata a questo Apostolo della quale le prime testimonianze risalgono a un documento del 1115, conservato nel convento di San Giorgio Maggiore a Venezia, riguardo una donazione di terreni confinanti con la chiesetta fatta dal vescovo di Trieste al convento. In documenti successivi la chiesa viene descritta come circondata da un terreno agricolo, che nel 1224 risulta coltivato a viti e olivi, il sito viene chiamato riviera Sant'Andrea, la cappella venne distrutta nel 1338 per motivi non meglio precisati.


Particolare dell'acquerello del 1862 di Albert Rieger che dimostra chiaramente il motivo per cui il primo nome del passeggio fu "Riviera Sant'Andrea": prima dell'interramento della zona per la costruzione del porto e della stazione di Sant'Andrea il mare arrivava quasi fino all'attuale viale Romolo Gessi. Dal lazzaretto San Carlo si notano la villa Murat immersa nel parco, più a destra la villa Gialluzzi trasformata nel 1875 nella Stazione Geologica, poi la strada ricca di vegetazione che conduce fino all'ex cappella di Sant'Andrea.

La nobile famiglia dei Francol, divenuta proprietaria dei terreni, fece ricostruire sugli antichi ruderi una nuova chiesa dedicata all'apostolo, consacrata il 15 giugno 1643 dal vescovo Pompeo Coronini Cronberg che ripose nell'altare le reliquie dei santi martiri Lazzaro, Servolo e Cristoforo. Il luogo sacro ritornò quindi a essere frequentato e si consolidò per i triestini la tradizione di seguire la messa che veniva officiata il martedì dopo Pasqua.


In questa foto si può osservare la piccola abside semicircolare con le due finestrelle a feritoia strombate che costituivano il presbiterio dell'ex chiesetta di Sant'Andrea.
Foto Pietro Opiglia - Civici musei di storia ed arte

La cappella venne soppressa nel 1784 per editto di Giuseppe II, la campana e gli arredi furono donati alla chiesa di S. Maria Maggiore. L'anno successivo il fabbricato venne venduto all'asta a Giacomo de Prandi, che dal 1780 al 1783 ne era stato l'amministratore. Matteo di Bevilacqua annota che già nel 1786 il locale era adibito a osteria e nel 1820 era rinomata per le eccellenti ostriche e l'ottimo vino proveniente dall'Istria, denominata "Osteria alla rotonda di Sant'Andrea", perché sita vicino alla "rotonda" usata per poter girare agevolmente le carrozze e ripercorrere il tragitto inverso (posta alla fine della attuale viale Romolo Gessi). I. Kollmann qualche anno prima, nel 1807, la descriveva invece con altri toni: "...una piccola trattoria davanti a un grazioso prato dove si viene serviti in modo piuttosto trascurato e poco pulito".
Nell'adattamento a osteria la struttura venne anche ampliata addossando sul lato sinistro una costruzione a uso cantina (vedi prima immagine).




Planimetria del 1827 di una parte di Chiarbola Inferiore, si può vedere vicino alla "rotonda delle carrozze" la chiesa di Sant'Andrea indicata dalla freccia.
Foto archivio LL.PP. comune di Trieste

Prima di trattare le fasi finali della vita di questo edificio una piccola digressione sulla storia della strada che portava in questi luoghi, il passeggio Sant'Andrea. Questa era l'antica denominazione del viale Romolo Gessi (nome assegnato nel 1932), il cui attuale percorso fu ricavato alla fine dell'800 con l'interramento del tratto di mare antistante la via.

Nel 1735 essendo divenuto insufficiente il piccolo cimitero del lazzaretto di San Carlo ne venne consacrato un altro accanto alla chiesetta di Sant'Andrea, si può presumere che i carri che trasportavano le salme dei militari impegnati nelle guerre del periodo, abbiano usato, adattandolo ai mezzi carrabili, lo stesso percorso tracciato in precedenza dai frequentatori del sacello.


Particolare di una mappa del 1777 dove, in alto a destra, si vede la chiesetta di Sant'Andrea circondata dall'area cimiteriale e lungo la costa il percorso che veniva fatto per trasportare le salme dal lazzaretto di San Carlo (al centro alla radice del molo Teresiano). Tutt'intorno è segnata una folta vegetazione, la descrizione grafica non sembra però evidenziare le aree coltivate a vigne e olivi che dal 1200 caratterizzano la zona, come confermato anche da documenti di differenti epoche i quali riportano che in questa zona esistevano molti torchi, veniva prodotto un'ottimo olio e il giorno precedente alla festa di Sant'Andrea era d'uso da parte del Comune controllare e bollare tutti i pesi e le misure.

Dalle testimonianze non sono chiari lo stato e l'ampiezza della strada nel primo '800, Cratey nella sua Perigrafia la descrive come una delle più belle passeggiate, molto frequentata specialmente nella stagione estiva, mentre per I. Kollmann "la strada è angusta e i cocchieri la rendono spesso molto difficile per i pedoni". Comunque sia da anni era in previsione la realizzazione di un viale più ampio con un passeggio alberato che congiungesse il lazzaretto con Sant'Andrea e proseguisse verso la Villa di Servola, ma solo tra il 1810 e il 1812 l'ingegner Pietro Nobile realizzerà la prima parte del progetto fino alla rotonda, creando un'ampia strada per le carrozze e nuovi viali alberati con gradevoli zone di sosta ombrose. In questa ampia strada dopo il 1860 nel mercoledì delle ceneri,si svolgerà l'aristocratica sfilata detta il "El corso delle Viole". Nel 1818 si proseguirà con il secondo tratto del percorso verso Servola che verrà ultimato nel 1824.


Passeggio Sant'Andrea, prima dell'interramento il mare era molto vicino alla strada, il viale alberato centrale corrisponde alla parte iniziale dell'attuale viale Romolo Gessi, a destra uno dei vialetti delimitati da staccionate in legno riservati alle passeggiate a piedi e alle soste per il ristoro.
Foto della Biblioteca Austriaca

Chiusa questa parentesi torniamo alla storia della costruzione che avevamo lasciato nella prima metà dell'800 adibita a osteria. Il locale passò diversi proprietari e infine l'edificio venne usato come deposito di attrezzi rurali fino al 23 novembre 1920, quando fu acquistato dallo "Stabilimento tecnico triestino" e demolito l'anno successivo per far posto alla torre di raffreddamento dell'acqua della Fabbrica Macchine.
Alfieri Seri scrive che grazie ai rilievi eseguiti dall'ingegner Piero Zampieri durante la demolizione venne identificata la struttura originale della cappella costruita dai nobili Francol e individuati alcuni particolari dell'osteria: la chiesa misurava m 6.32 di larghezza e m 11.85 di profondità, doveva avere un piccolo campanile a vela, un'abside semicircolare con delle finestre a feritoia che erano state chiuse quando venne cambiato l'uso del locale e altre finestre a lunetta lungo i lati, quando venne adattata a osteria lo spazio interno fu diviso in due, in modo da ricavare un piano superiore per l'alloggio dell'oste, ancora parzialmente visibile un cartiglio con il nome del locale dipinto direttamente sull'intonaco della facciata e del muro sinistro.


1921- I ruderi dell'ex cappella di Sant'Andrea durante le demolizioni. Nella parte interna si nota l'abside semicircolare con le finestrelle a feritoia strombate, a sinistra una finestra a lunetta.
Foto Pietro Opiglia - Civici musei di storia ed arte

Veduta d'insieme della Fabbrica Macchine ormai abbandonata, in basso quasi al centro della foto, si vede la torre di raffreddamento che prese il posto della ex chiesa di Sant'Andrea, di seguito la Sala di montaggio e altri capannoni, a sinistra la via Locchi con la nuova chiesa di Santa Rita e Sant'Andrea ancora senza campanile (foto metà anni '70 circa).
Particolare della foto da "La Fabbrica Macchine di Sant'Andrea" di Alfieri Seri


Bibliografia
"San Vito" A. Seri - S. Degli Ivanissevich

"Reminiscenze storiche di Trieste" vol.II del Canonico Pietro dott, Tomasin
"La Fabbrica Macchine di Sant'Andrea" A. Seri
Descrizione della fedelissima imperiale regia città e portofranco di Trieste di Matteo di Bevilacqua
Trieste ed i suoi dintorni nel 1807 di Ignazio Kollman
Perigrafia di Antonio Cratey
Vie e piazze di Trieste Moderna di Antonio Trampus

venerdì 24 agosto 2018

Fontana della Dea Minerva o Monumento a Trieste

Fontana in terracotta della dea Minerva, ai lati del basamento due vasche semicircolari con i geni alati che cavalcano dei delfini, sulla sommità la statua della dea, alta più di 2 metri.
Foto collezione Paladini.

Nel 1883, pochi anni dopo che il giardino pubblico era stato dedicato a Muzio de Tommasini, in prossimità dell'ingresso fu collocata una fontana monumentale in terracotta adornata da una scultura che rappresentava la dea Minerva, che venne denominata "Monumento a Trieste". L'opera fu un dono che Friedrich Bömches [1], ispettore superiore della Ferrovia Meridionale, volle fare alla città in segno di riconoscenza per aver ottenuto in breve tempo la cittadinanza, con il desiderio di vederla collocata in uno dei pubblici giardini della città, precisando che la terra cotta con la quale era composta l'opera avrebbe resistito perfettamente alle intemperie.
Nel giardino pubblico si trovavano due pozzi che offrivano un'ottima acqua e molti cittadini di primo mattino andavano a fare scorta non solo durante le siccità estive. C
ome si vede nel progetto, è stato previsto minuziosamente il collegamento sotterraneo con uno dei pozzi per fornire l'acqua alla fontana monumentale.


Schizzo del monumento dono di Friedrich Bömches realizzato dal civico Ufficio pubbliche costruzioni del Comune.
Per gentile concessione del Comune di Trieste -Servizio Pianificazione Urbana – Archivio Tecnico Disegni (sigla ATD - Ts).

Pianta e sezione della fontana con le relative misure.
Per gentile concessione del Comune di Trieste -Servizio Pianificazione Urbana – Archivio Tecnico Disegni (sigla ATD - Ts).

Piano del basamento, delle fondamenta e dei canali di collegamento fra il pozzo e la fontana.
I tre fogli, datati 14 dicembre 1883, portano le firme del responsabile dell'Ufficio delle pubbliche costruzioni del Comune e di Friedrich Bömches.
Per gentile concessione del Comune di Trieste -Servizio Pianificazione Urbana – Archivio Tecnico Disegni (sigla ATD - Ts).

La statua in precedenza fece parte dell'Esposizione Agricola - Industriale, da poco conclusa, che si era tenuta nell'ampia area del passeggio Sant'Andrea, dove era stata esposta nell'edificio numero 2, il più grande della fiera, dalla pluripremiata Wienerberger Ziegel-Fabrik und Baugesell-schaft (Fabbrica di mattoni e Società di costruzioni). Nel catalogo ufficiale della mostra veniva così descritta: "Una fontana monumentale in terracotta con pavimento in mosaico realizzata su disegno dell'i.r. cons. superiore R. de Hansen".

La fontana in terracotta esposta all'interno del edificio numero 2 dell'Esposizione Agricola-Industriale dalla Wienerberger Ziegel-Fabrik und Baugesell-schaft (Fabbrica di mattoni e Società di costruzioni).
Foto Civici Musei di Storia e Arte.

Descrizione del monumento
L'altezza totale del monumento, come già detto realizzato completamente in terracotta, è di m 4.52 e si eleva su due gradini, il primo di forma rettangolare misura 5.79 x 4.53, il secondo sagomato, sul basamento di m.1.41 si trova un rilievo con la testa di Medusa e una ghirlanda, ai lati due vasche semicircolari con gli sbocchi d'acqua e due genietti alati che cavalcano un delfino.
Sulla sommità l'imponente statua della dea Minerva di m 2.23. Minerva è un'antica divinità italica, entrata nel novero delle divinità romane probabilmente attraverso gli Etruschi, in seguito fu identificata con la greca Atena. Probabilmente venne scelta da Bömches per il primitivo significato che la vede protettrice di ogni forma di operosità artigiana e industriale, che ben si identificava con la Trieste del tempo.


La fontana della dea Minerva, sopra le vasche semicircolari si nota la mancanza degli sbocchi d'acqua e dei due geni alati.
Foto collezione Giorgetti.

La fontana lascia il giardino pubblico
In una foto successiva della fontana si nota la mancanza dei due geni alati, forse più per un atto di vandalismo che per l'usura del materiale, il resto del monumento sembra integro e infatti con i suoi zampilli rimase a decorare il giardino fino a quando lasciò il posto al monumento in bronzo denominato “Finis Austriae”.
Il Consiglio Comunale decise la sostituzione della fontana nella seduta del 24 marzo 1919, probabilmente venne ritenuta di poco pregio e fu esiliata nei magazzini Comunali di viale Miramare dove vi rimase poco tempo, avendo la necessità di liberare il fondo da materiali ingombranti, il 23 settembre 1920 il Comune inviò una commissione alla quale faceva capo lo scrittore e storico Francesco Babudri con dei maestri scalpellini e il fotografo Pietro Opiglia, per valutare la qualità delle opere e delle pietre che si trovavano nel deposito, nella relazione si legge ...la Minerva spezzata in terracotta non ha alcun valore.  ....Fine del Monumento a Trieste !

Il monumento “Finis Austriae” di Riccardo Ripamonti (Milano 1849-1930), fu collocato in occasione dell'annessione ufficiale della Venezia Giulia al Regno d'Italia, è composto da una figura femminile allegorica che rappresenta l'Italia che porta sulle spalle come un trofeo un’aquila bicefala morente. Sulla base una lastra con la seguente epigrafe: "Dono del comitato milanese - onoriamo l'esercito- XX marzo MCMXXI".

Il monumento bronzeo della Finis Austriae di Riccardo Ripamonti sulla lastra la seguente epigrafe: "Dono del comitato milanese - onoriamo l'esercito- XX marzo MCMXXI".


[1] Friedrich Bömches ingegnere viennese che nella seconda metà dell'ottocento, lavorò per la Direzione della Compagnia delle Ferrovie Meridionali (K.K. Priv. Sudbahn - Gesellschaft) con la carica di Direttore dei lavori del Porto Nuovo di Trieste. Scrisse svariati articoli di argomento tecnico, anche sul porto di Trieste, che comparvero in prestigiose riviste viennesi.

Bibliografia
Trieste una città senza monumenti a cura di Pier Paolo Sancin
Fontane a Trieste di F. De Vecchi - L. Resciniti - M. Vidulli Torlo
Il Borgo Franceschino F. Zubini
Catalogo Ufficiale dell'Esposizione Austr.-Ung. Agricolo-Industriale Trieste 1882
Enciclopedia Treccani
Passeggiate storiche tra monumenti, busti, lapidi e targhe di Trieste Itinerario n. 1 Giardino Pubblico “Muzio de Tommasini" comune di Trieste

Il deposito della pietra: la lunga guerra dei monumenti 1915-2008 di Diana De Rosa 

lunedì 30 luglio 2018

Piazza delle Pignate

Contrada del Corso, a sinistra il palazzo della famiglia Salem e lo slargo del mercato delle Pignate, in fondo piazza della Legna (piazza Goldoni).
Foto Civici Musei di Storia ed Arte
Mappa del 1912 - al numero civico 22 il palazzo Polacco ha sostituito la vecchia casa, anche se il mercato non si tiene più da diversi anni è ancora visibile lo slargo davanti ai numeri civici 24 e 26 che sparirà nel 1913 con la costruzione del nuovo edificio progettato dell'arch. E.Tureck e dell'ing. F. Bolaffio, che verrà eretto in linea con il palazzo Polacco.


Piazza o piazzetta delle pignate o pignatte [2], questi sono i nomi riportati nei giornali del tempo di uno slargo che si trovava nella contrada del Corso (Corso Italia), dopo l'edificio d'angolo con via San Giovanni (dal 1922 via M.R.Imbriani), la denominazione, che non divenne mai ufficiale, era talmente nota da venir usata persino negli annunci pubblicitari come riferimento dei negozi situati in quella zona.



Un'inserzione pubblicitaria del tempo che cita la denominazione popolare della piazza delle Pignatte per indicare la posizione del deposito.

Collezione M. Salich

La disposizione delle case creava uno spazio sul quale si teneva un mercato di terraglie piuttosto povero, dove venivano vendute a prezzi modesti: utensili da cucina, pentole di terracotta, terrine, catini, boccali, vasi di fiori e vasi da notte, la delicata merce veniva esposta su panchette (banchetti), ma soprattutto a terra su stuoie, paglia o fieno. Le pentole in terracotta erano molto diffuse, ma piuttosto fragili e per rinforzarle interveniva "el conzapignate" [1] rivestendole con un reticolo di ferro. Nel 1925 Riccardo Gurresch nella sua rubrica sul Piccolo "Vecchia Trieste" offre una descrizione molto dettagliata delle merci che venivano vendute in questo piccolo mercato, oltre a quanto detto si potevano trovare anche cucchiai di legno, mestole, taglieri, mortai (pestapevere), vari tipi di setacci, ma anche trappole per topi e gabbie adatte alle diverse specie di uccellini.
In questa vivace piazzola le donne erano esposte a tutte le intemperie, avevano degli ombrelli per ripararsi dal sole e dalla pioggia e nelle giornate più fredde potevano ristorarsi e trovare riparo nel vicino "Caffè Vesuvio", un locale particolare detto anche "Caffè dei fasoi", perché per rimediare ai magri introiti della giornata di notte serviva fagioli e salsicce ai nottambuli, che concludevano così la loro serata di bagordi.


Lo slargo chiamato popolarmente piazza delle Pignatte nel quale si teneva il mercato di terraglie,
La foto è successiva al 1909 in quanto a sinistra si vede parte del palazzo Polacco, progetto dell'Architetto Romeo De Paoli.
Foto Civici Musei di Storia ed Arte

Pare che il mercato sia continuato fino al 1872, il nome invece rimase fino al 1913 quando le case che corrispondono al numero 24 e 26 furono demolite per permettere la costruzione del palazzo realizzato su progetto dell'arch. E.Tureck e dell'ing. F. Bolaffio, che verrà eretto in linea con il palazzo Polacco. Per individuare la zona si può far riferimento all'unica casa tutt'oggi esistente al numero civico 26 (nella mappa al N°28) di Corso Italia, con il piccolo poggiolo al secondo piano, anche se l'ingresso ad arco è stato visibilmente modificato.

Contrada del Corso con lo slargo della piazza delle Pignate e le modeste case che corrispondono al numero 24 e 26 del Corso, demolite nel 1913 per la costruzione di un nuovo palazzo che attualmente porta il numero 24 e il numero 28 con il poggiolo al secondo piano che possiamo vedere ancora oggi con il numero 26.
Foto Civici Musei di Storia ed Arte

In questa inquadratura possiamo vedere a sinistra palazzo Salem, all'angolo con la via Imbriani la casa Polacco progettata in dall'Architetto Romeo De Paoli (1908-1909), al numero civico 24 il bel palazzo decorato con maioliche costruito nel 1913 su progetto dell'arch. E.Tureck e dell'ing. F. Bolaffio, e al numero 26, dipinta in giallo, la casa settecentesca che possiamo confrontare con la foto sopra.
Foto Sergio Sergas 2018

Alcune ordinanze sul commercio al minuto
Il commercio era sempre stato regolato da propri statuti, nel 1814 con il ritorno dell'Austria dopo le occupazioni napoleoniche, vennero emesse diverse nuove ordinanze per disciplinare il commercio al dettaglio e abolire abusi e disordini, anche per l'elevato numero di banchetti di vendita che si trovavano lungo le vie e nelle piazze, ad esempio per ottenere la concessione per vendere la mercanzia per la strada, fra le altre cose, era necessario dimostrare di avere i capitali sufficienti per intraprendere tale industria e di aver sempre mantenuto una buona condotta morale, nella giornata di domenica o altra festa di precetto, ad eccezione dei generi alimentari, nei mercati veniva vietata la vendita di qualsiasi genere, si invitava a moderare la voce quando veniva reclamizzata la propria merce, era d'obbligo lasciare pulito il sito occupato, i contravventori venivano puniti con pene pecuniarie.


[1] Conzapignate - Artigiano ambulante, solitamente proveniente dal carso, che riparava pentole e altri utensili da cucina che con il tempo si erano deteriorati. Si faceva sentire urlando lungo le strade "conzapignateee", portava con se gli strumenti di lavoro e dopo aver raccolto il materiale, lo accomodava al momento in strada o nei cortili, specializzato nelle pentole di terracotta oltre a rivestirle con una rete realizzata con il filo di ferro per rinforzarle, riparava eventuali s'ciopadùre (fessure o crepe) bloccandole con delle graffette metalliche, probabilmente oltre a queste aggiustava con lo stagno o con i ribattini, le pentole di rame, di ferro smaltato che compaiono nella seconda metà dell'800, quelle di alluminio che compaiono i primi anni del '900, le "caldiere" (caldaie) e quant'altro. Anche se per le pentole in metallo era preferibile la competenza e l'attrezzatura "del stagnin" o "stagna pignate".
Ernesto Kosovitz nel suo vocabolario del dialetto triestino del 1889, sotto la voce "conzapignate" riporta "sprangaio" NdR cioè: artigiano che accomodava oggetti di terraglia rotti, rimettendoli insieme con spranghette o punti di filo di ferro.


[2] pignatta s. f. (olla - pentola - marmitta) recipiente fornito di manici per cuocere i cibi l'etimologia del termine è incerta, probabilmente deriva da pigna, in latino pineata, per la somiglianza delle più antiche pentole o pignatte di terracotta, panciute e rastremate verso il basso con il coperchio a cono, con la forma della pigna.


Bibliografia:
Vecchia Trieste di Riccardo Gurresch (Piccolo, 21 luglio 1925)
Le insegne dell'Ospitalità di A.Seri - P.Covre - L.Grassi
Trieste che Passa di A. Leghissa
Trieste costumi e mestieri dai documenti dell'ottocento di Bianca Maria Favetta
Nuovo dizionario del dialetto triestino di Gianni Pinguentini
Vocabolario del dialetto triestino di Ernesto Kosovitz

domenica 1 luglio 2018

Ponte Nuovo o Ponte Bianco o Ponte Ferroviario


In primo piano il ponte Verde, vicino al mare il ponte Nuovo o Bianco, dove sta transitando un carro trainato da un cavallo, sulle destra il magazzino N°1 del porto vecchio.
Foto collezione Antonio Paladini.

Ponte Nuovo o ponte Bianco o ponte Ferroviario
Nel 1909 le rive furono ulteriormente allargate, di conseguenza il canale si allungò di una trentina di metri e ci fu la necessità di costruire ancora un ponte girevole, aperto al traffico il 17 ottobre dello stesso anno. La sua apertura e la chiusura si ottenevano con un dispositivo elettrico contenuto in una piccola casetta posta all'inizio del canale, mentre il binario della ferrovia che collegava il Porto vecchio con il Porto nuovo venne trasferito dal ponte Verde su questo nuovo manufatto.
Una curiosità è che nei carteggi che intercorrono fra le ditte e il Governo Marittimo il ponte viene definito "ponte Nuovo", ma fu chiamato dagli irredentisti "ponte Bianco", nonostante il suo colore grigio, per evidenziare l'effetto del tricolore derivato dai nomi dei tre ponti: bianco, verde e rosso.


Dopo questa nuova sistemazione delle rive venero dettate le disposizioni per regolare il traffico sui due ponti: "...sul ponte Nuovo dovranno transitare 1) carri vuoti o carichi pel trasporto di merci e gli automobili d'ogni specie 2) omnibus degli hotels e di qualsiasi altra specie 3) carri della posta 4) carri mortuari 5) rulli a vapore. - Sul ponte verde transiteranno i seguenti veicoli, ai quali resta però l'accesso anche al ponte nuovo esterno: 1) vetture private e di piazza pel trasporto di persone in generale 2) bicicli e motocicli che dovranno però essere condotti a mano 3) carri di salvataggio 4) carri ed automobili dei vigili 5) tricicli che trasportano giornali, mercerie ecc. 6) veicoli al servizio per la pubblica nettezza. I pedoni possono transitare a piacimento su tutti e due i ponti. Sul ponte nuovo esterno si dovranno affiggere delle tabelle simili a quelle già esistenti presso il ponte verde con l'avvertimento "tenersi a destra"...".



Sotto al nuovo ponte ferroviario si vedono la rotaia e i meccanismi che ne consentono l'apertura.
Foto collezione Antonio Paladini.

L'ingrandimento della zona permette di individuare la successione dei ponti sul Canal Grande.
Particolare della pianta topografica della città di Trieste del 1912 di Michele Pozzetto.

Il ponte Nuovo, a destra il porto vecchio intitolato al re Vittorio Emanuele, il molo quarto e il magazzino numero 1, dove nel 1931 sarebbero iniziati i lavori per la costruzione dell’idroscalo.


La piccola costruzione che si vede a destra della foto conteneva il dispositivo elettrico che permetteva l'apertura del ponte, al centro dell'immagine il palazzo Aedes concluso nel 1928 e sotto al ponte due ragazzini intenti a pescare con una rudimentale fiocina.
Foto di Carlo Wernigg, collezione Sergio Sergas.

Porto di Sant'Andrea (negli anni '30 sarà intitolato a Emanuele Filiberto Duca d'Aosta)
Nel Porto di Sant'Andrea, dopo gli anni '20, ci furono nuovi interventi di ampliamento e potenziamento con infrastrutture razionali e nuove attrezzature che permisero anche alle navi di grosso tonnellaggio di scaricare le loro merci direttamente nei nuovi magazzini, di conseguenza cessò il gran movimento lungo il Canal Grande e la vitalità data dal vociare dei marinai e dai colori delle vele, continuarono comunque ad arrivare i bragozzi con i loro carichi di angurie e le barche dei pescatori, ma i ponti girevoli vennero aperti sempre più raramente.

L'unificazione dei due ponti
Nel 1950 i ponti Bianco e Verde erano usurati dal tempo, venne prevista la loro rimozione e la realizzazione di un unico ponte fisso in cemento armato, ritenuto più solido e funzionale.
Con l'inizio dei lavori cominciarono le polemiche, un tale cambiamento lungo le rive non era stato visto favorevolmente. Il progetto del Genio Civile prevedeva un ponte fisso della larghezza di 26 metri, più una struttura provvisoria per la linea ferroviaria, ma venne successivamente modificato in un ponte da 32 metri che includeva la linea ferroviaria e poteva dar piena continuità all'asse viario, con il vantaggio di uno scorrimento più veloce del traffico. (Giornale di Trieste 20/07/1950)
Queste soluzioni crearono malcontento e molte proteste da parte dei cittadini appoggiati dei soci del Rotary e dalla Soprintendenza, vennero organizzate delle conferenze stampa alla società Minerva, i cui soci ritenevano che il progetto prevedesse un ponte esteticamente modesto e di una larghezza esagerata e che vedevano nel ponte fisso la fine del canale, temendo persino un suo possibile interramento. Si arrivò a ottobre quando, per contrastare il ponte stradale del Genio Civile, vennero proposti diversi progetti fra i quali la realizzazione di un agevole ponte girevole, di maggiore larghezza rispetto ai precedenti, che potesse restituire dignità e utilità al canale, il quale rimaneva anche un ottimo riparo dalla bora per l'ormeggio delle barche dei pescatori e da diporto. (Giornale di Trieste 17/10/1950)


1950 ultima corsa del tram lungo il ponte Verde, sono in atto i lavori per la demolizione dei ponti, a destra in alto l'ingresso dell'Idroscalo, in primo piano parte della passerella pedonale in legno.
Foto di Marion Wulz.

19 settembre 1951- I passanti si soffermano sulla passerella in legno a guardare con curiosità i lavori per la costruzione del ponte in cemento armato che andrà a sostituire il ponte Verde e il ponte Bianco ormai demoliti, nel canale le armature che sorreggeranno la nuova arcata.
Foto di Antonio Ciana.

La passerella in legno per il passaggio dei pedoni durante i lavori per la costruzione del nuovo ponte in cemento armato.
Foto di Umberto Vittori dalla mostra del Circolo fotografico triestino.

Il ponte Bailey fra le vie Trento e Cassa di Risparmio, costruito dagli alleati per il transito dei mezzi pesanti durante i lavori che hanno reso impraticabili le rive. Maggio 1950.

Durante il periodo dei lavori, accanto al ponte Verde venne montato un ponte provvisorio in legno riservato al passaggio dei pedoni, inoltre le forze militari alleate, che in quegli anni governavano Trieste, allo scopo di decongestionare il traffico attirato dalle demolizioni, dopo aver fatto domanda alle autorità cittadine, collegarono le vie Trento e Cassa di Risparmio con un ponte Bailey dedicato al transito dei mezzi militari pesanti. Nello stesso posto, da fine aprile a giugno 2008, sarà allestita dal Genio Pontieri di Piacenza una struttura simile, benché abbellita con fiori e un tappeto verde, definitiva invece la passerella pedonale denominata "Passaggio Joyce" e più nota con il nome di "Ponte Curto", inaugurata il 23 marzo 2013.


...ritorniamo allo smantellamento dei ponti
Fu necessario un lungo lavoro per smantellare le varie parti dei ponti e risistemare le rotaie della ferrovia nella nuova sede accanto alle rive, costruire il doppio binario tranviario e raccordare i diversi piani del tratto stradale. Il ponte Verde venne rimosso nel mese di maggio del 1950 e non andò, come molti credono, a finire a Ossero (la leggenda del ponte di Ossero), ma con l'aiuto dei mezzi di sollevamento e trasporto del CRDA (Cantieri riuniti dell'Adriatico) e delle forze armate americane e sotto lo sguardo di un folto pubblico, venne portato al deposito-museo di San Vito di Diego de Henriquez. Purtroppo la disastrosa situazione economica e i debiti obbligarono il collezionista a venderne già alla fine del gennaio 1952 le ringhiere e una trave a doppio T, ricevendo in compenso una discreta somma. Il ponte Bianco sarà demolito alla fine del '52, in quanto venne mantenuto in funzione più a lungo possibile per non interrompere il collegamento della linea ferroviaria, anche questo assieme alla casetta che conteneva il dispositivo elettrico per la sua apertura, la quale venne sollevata senza smontarla e collocata su un carrello usato per il trasporto stradale dei vagoni ferroviari, vennero posti nel medesimo luogo. Disgraziatamente, sempre per problemi economici, in futuro de Henriquez sarà costretto a vendere anche questo ponte.

 La costruzione procedeva a rilento, anche per il parere contrario espresso da tanti esponenti della cultura cittadina, ma continuava "implacabile" mantenendo la scelta dell'ampio ponte fisso. Forse grazie all'interessamento e alle proteste dell'opinione pubblica, alla quali si unì il Consiglio Superiore delle Antichità e delle Belle arti di Roma il canale non venne chiuso, ma dopo questa modifica, a causa dell'arcata molto bassa, ebbero la possibilità di entrare nel canale, attendendo la bassa marea, soltanto le piccole imbarcazioni.
All'inizio del canale, a ridosso del ponte, venne realizzato un piccolo squero per la messa a secco e la manutenzione delle piccole imbarcazioni.


Riva Tre Novembre dopo l'unificazione dei ponti Verde e Bianco in un unico largo ponte in cemento armato, in sostituzione del selciato ora il manto stradale è costituito da asfalto.

Il ponte in cemento in una foto degli anni '70, come lo vediamo ancora oggi con il piccolo squero un tempo usato per la manutenzione delle piccole imbarcazioni.
Foto collezione Sergio Sergas.

Testi consultati:
Il Porto franco di Trieste - Una storia europea di liberi commerci a cura di Guido Botteri
Borgo Teresiano di F. Zubini
Trieste nelle sue fotografie 1951-1960 di Antonio Ciana
Trieste il Borgo Teresiano di Dario Pagnanelli
Il Porto di Trieste dal '700 in poi di Marina Alga
La Civica Collezione "Diego de Henriquez" di Trieste di Antonella Furlan

Cronaca di una vita - Diego De Henriquez a cura di A. Furlan e A. Sema
Governo Marittimo 1909 - Archivio di Stato di Trieste

Giornale di Trieste 20/07/1950
Giornale di Trieste 17/10/1950
Giornale di Trieste 20/10/1950